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La via della schiavitù light a tavola

La presunzione fatale del low-fat e un dubbio che angustia Londra

24 Maggio 2016 alle 06:28

La via della schiavitù light a tavola

Foto LaPresse

L’ignoranza e la fallibilità dell’essere umano sono la base gnoseologica della nostra libertà. La presunzione di poter spiegare e ordinare tutto e una volta per sempre con la ragione, magari da accentrare in un legislatore onnisciente, è l’opposto di tutto ciò. E’ insomma la via della schiavitù (cit.). Vale anche a tavola. Infatti uno studio inglese curato dal National Obesity Forum e dall’associazione di medici Public Health Collaboration, di cui ha dato conto ieri il Daily Telegraph in prima pagina, sostiene che la presunzione fatale dello stato salutista, applicata alla nostra dieta, ha “conseguenze disastrose per la salute”. Nello specifico, l’invito a cibarsi di alimenti low-fat e a basso contenuto di colesterolo, divenuto oggetto di campagne ufficiali dei governi di Sua Maestà fin dal 1983, sarebbe fondato su dati scientifici tutt’altro che solidi e avrebbe causato un consumo eccessivo di alternative non necessariamente salutari come junk-food e carboidrati in quantità. Il documento in questione, certo di parte, non esclude una collusione di fatto tra settori della Pubblica amministrazione e comparti specifici dell’industria alimentare.

 

Da qui l’invito a tornare a cibi normali, quindi senza strane lavorazioni ed etichette light, low, free, eccetera: carne, pesce e anche latticini. Ad aprile, su queste colonne, segnalammo un altro studio pubblicato sul British Medical Journal che smentiva la vulgata per cui eliminare i grassi saturi dalla dieta aiuterebbe a ridurre il rischio di malattie cardiovascolari; anche di questo si parlava ieri in prima pagina sul Telegraph. Conclusione: la promozione governativa di diete low-fat – sostiene uno degli autori – “è stato forse il più grave errore compiuto nella storia della medicina contemporanea, con conseguenze devastanti per la salute”. A tavola, e non solo, è meglio il vecchio adagio “di tutto un po’” che la ricetta prescritta dallo stato. 

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