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Per diventare intellò basta scimmiottare femminismo e postmodernismo

Cosa è “scientifico”? La boutade di due filosofi francesi, Anouk Barberousse e Philippe Huneman. Un nuovo "affare Sokal".

5 Aprile 2016 alle 17:09

Per diventare intellò basta scimmiottare femminismo e postmodernismo

Il fisico americano Alan Sokal

Lovanio. L’“affare Sokal” fu uno scherzo geniale organizzato dal fisico Alan Sokal della New York University. Nel 1996 il professor Sokal scrisse un articolo pseudo-filosofico, assolutamente privo di senso, ma redatto nel lessico delle filosofie irrazionaliste del Novecento, e lo mandò alla rivista di studi postmoderni Social Text. L’articolo fu accettato per la pubblicazione e Sokal poté così dimostrare che gli studiosi di letteratura e di filosofia dalle idee postmoderniste erano del tutto privi di ogni serietà scientifica. Sokal ebbe in seguito l’idea di scrivere il suo fortunato pamphlet, “Imposture intellettuali”, steso in collaborazione con Jean Bricmont. In quel libro, Sokal dimostrava che molti maîtres à penser, benché così famosi in certi circoli letterari o filosofici, erano in realtà niente altro che degli impostori. Bricmont e Sokal, da buoni fisici, prendevano particolarmente di mira l’uso del tutto improprio di teorie scientifiche nel contesto del pastiche filosofeggiante di Jacques Lacan, Julia Kristeva, Luce Irigaray, Gilles Deleuze e altri intellettuali.

 

Pochi giorni fa, due filosofi francesi hanno rivelato di essere gli autori di un nuovo scherzo come quello di Sokal. I due burloni sono in realtà studiosi molto rispettati: Anouk Barberousse è professoressa di Filosofia della scienza alla Sorbona, mentre Philippe Huneman è direttore di ricerca al Cnrs, l’equivalente francese del nostro Cnr. Il loro obiettivo polemico era Alain Badiou, il filosofo maoista che imperversa sui media francesi e che riempie con i suoi libri gli scaffali della sezione filosofica di molte librerie, pur senza avere molti meriti scientifici. Badiou, nel ritratto che Huneman e Barberousse ne danno, altro non è che un contafrottole che ce l’ha fatta ed è diventato immeritatamente docente universitario. L’occasione per lo scherzo è stata offerta da una richiesta di contributi diffusa dalla neonata rivista Badiou Studies, una pubblicazione scientifica interamente dedicata al pensiero di Badiou. Non deve sorprendere che esistano riviste accademiche dedicate allo studio di un solo filosofo: esistono pubblicazioni dedicate esclusivamente a Kant, a Locke, a Hume, a Hegel. Perché dunque non una rivista anche per Badiou? Qualcuno potrebbe obiettare che Badiou non ha la statura intellettuale di Immanuel Kant, ma la cosa non deve aver troppo impensierito gli editori. In fin dei conti, Badiou e gli altri autori postmoderni sono apprezzati dal pubblico, “vendono”. E così, accanto ai Badiou Studies sono sorti l’International Journal of Baudrillard Studies e l’International Journal of Zizek Studies.

 

Lo scorso autunno, i direttori della rivista, che può vantare, nel suo comitato editoriale, anche la presenza dello stesso Badiou, hanno diffuso una call for papers, cioè una richiesta di saggi, incentrata su “Badiou e il femminismo”. La pratica è comune nella comunità scientifica. Di regola si procede così: si sollecitano contributi attorno a un tema e, dopo averli ricevuti, li si valuta e si sceglie di pubblicarli soltanto se i contributi sono ritenuti di buona qualità. Oggigiorno la pratica più comune per valutare il valore di un saggio è la cosiddetta valutazione cieca: il saggio è inviato a uno o più lettori competenti, a cui viene taciuta l’identità dell’autore, cosicché i valutatori non abbiano condizionamenti psicologici quando si trovano a dover stabilire se il contributo debba essere pubblicato o respinto. La decisione finale, naturalmente, spetta sempre al direttore della rivista. L’intero processo comporta quindi che lo stesso articolo sia letto da almeno due persone, e molto spesso da più lettori, prima di essere inviato in tipografia. Non è chiaro se qualcuno abbia davvero letto il contributo di Barberousse e Huneman. Dopo aver inventato l’identità di tale Benedetta Tripodi, inesistente dottoranda dell’università di Iasi (Romania), i due burloni hanno spedito il saggio “Ontology, Neutrality and the Strive for (non)Being-Queer” alla rivista, fingendo che a scriverlo fosse stata l’inesistente Tripodi. La rivista lo ha pubblicato nel primo fascicolo del 2016. Gli autori vaneggiano di teoria degli insiemi come di una “istituzione reazionaria”, che sarebbe “in contraddizione’’ con “le molteplicità proprie del soggetto qua soggetto’’. Una deliziosa serie di assurdità che occupa la bellezza di 31 pagine fitte di citazioni da Badiou.

 

E’ sufficiente omaggiare il nume tutelare e mostrarsi alla moda con un lessico femminista e postmoderno per vedere il proprio saggio accettato su una rivista “scientifica’’: i due burloni parigini, col loro scherzo, hanno dimostrato l’assenza di rigore di certi studiosi che sono spesso noti per le loro idee “alla moda”. Ma nonostante la resistenza di burloni come Huneman e Barberousse, il nonsense postmoderno fa proseliti sempre più numerosi. Qualche mese fa un saggio di geologia, dedicato alla “scienza dei ghiacci femminista’’ (“Glaciers, gender, and science: A feminist glaciology framework for global environmental change research”), aveva indotto molti lettori divertiti a pensare a un altro scherzo à la Sokal. In quel caso, però, pare che gli autori del saggio non stessero scherzando.

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