Foto di Alessandro di Marco, via Ansa 

Cattivi Scienziati

Qualche domanda e quattro punti sulla sanità che sarebbe stato bello trovare nei programmi elettorali

Enrico Bucci

Lotta alle disuguaglianze nel pubblico, abolizione di insegnamenti universitari incentrati sulle pseudoscienze, riforma del meccanismo delle nomine, digitalizzazione reale ed efficiente del sistema sanitario nazionale. L'appello di un cittadino

Non sono un esperto di sanità pubblica, ma di certo ne sono un fruitore, come tutti i fortunati abitanti del nostro paese. In questa veste, mi piacerebbe ricevere da chi si candida a governare il nostro paese qualche risposta ad alcune domande che, credo, attraversano la mente di molti, soprattutto a valle di un’emergenza sanitaria come quella che abbiamo vissuto.
Queste domande hanno alla fine a che fare con l’idea generale di sanità a cui si intende mirare; non sono cioè tanto dirette all’analisi di problemi concreti e speciali, perché chi le pone, ovvero il sottoscritto, non ritiene di avere abbastanza conoscenze per arrivare a tale livello. Eppure, sono domande importanti, perché dalla risposta ad almeno alcune di esse dipenderà lo stato di salute del nostro paese.

La prima domanda è generale: come si intende, cioè, garantire il diritto alla salute in modo universale e paritario per tutti i cittadini dello stato italiano? Il principio di uguale accesso a cure di pari qualità in tutto il paese, infatti, è ormai da lungo tempo disatteso. 

 

Innanzitutto, la regionalizzazione della sanità, a valle della riforma del titolo V, ha nei fatti e ben al di là delle intenzioni creato tante diverse sanità, le quali non erogano affatto prestazioni comparabili, sia per tipologia che per qualità. La pandemia, grande disvelatrice di una moltitudine di problemi in cui ci dibattiamo, ha impietosamente messo a fuoco questa disparità di trattamento. Nel 2021, sono stati ridefiniti i Livelli essenziali di assistenza sanitaria (Lea), con l’idea di imporre per l’ennesima volta alle regioni l’adeguamento a standard minimi su tutto il territorio nazionale; ma basta paragonare per esempio i servizi di medicina di base fra le varie regioni, servizi il cui livello minimo rientra appunto fra i Lea, per capire che siamo ancora una volta a chiacchiere e carta, e che le cose non cambieranno solo per decreto, perché i problemi e i motori di disparità sono probabilmente tutti intatti.

 

La disuguaglianza sanitaria, poi, sta sempre più alimentandosi della disuguaglianza di reddito, perché sempre più si stanno istituendo collegamenti diretti fra reddito e cure ricevute: un esempio sono quelle categorie sociali, generalmente a reddito medio alto, che grazie a mutue, assicurazioni, fondi detassati acquisiscono privilegi accentuando le disparità. In aggiunta, soprattutto in alcune regioni l’incremento della sanità privata e il contemporaneo decremento di quella pubblica, causata se non altro dalla competizione per lo stesso personale, porta spesso, a parte alcuni esempi virtuosi, a una maggiore disparità di accesso sulla base della discriminante economica.

 

Alla frammentazione dei sistemi sanitari e alla disparità di accesso alle cure sulla base del censo si aggiungono ad aumentare le differenze la struttura fisica del paese, con comunità servite molto peggio a causa della logistica, e ulteriori fattori di discriminazione e differenziazione, quali il livello di istruzione, il sesso, l’età e la nazione di origine, che nel loro insieme definiscono quella che l’Iss ha individuato come “posizione sociale”, uno dei maggiori e più stringenti parametri correlati alla disuguaglianza di trattamento prima e di mortalità poi.

 

A giudizio di chi scrive, e di chiunque io conosca direttamente, l’equità nella salute dovrebbe essere la maggiore priorità nell’agenda di tutte le politiche pubbliche; ma il tema è usato al massimo per qualche slogan, invece che per stilare una dettagliata lista di azioni che specifichi nel dettaglio non solo se e come si intenda perseguirla, o per meglio dire quale sia il livello di equità cui si vuole tendere davvero.Sarei persino disposto ad ascoltare i ragionamenti di qualcuno che mi spiegasse perché, di fronte ad una sanità idealmente uguale per tutti, in realtà ci si debba attestare a livelli di equità minima molto bassi, a fronte di insormontabili difficoltà strutturali, economiche, logistiche; come è noto, gli argomenti a chi sostiene che non è più possibile mantenere un sistema di sanità davvero universale ad ogni livello di prestazione non è praticabile, realistico o raggiungibile.

 

Invece, quello che dovrebbe essere il principale punto del dibattere – come e quanto garantire uguali servizi a tutti, e come e quanto quindi tutelare la salute di tutti allo stesso modo – è considerato quasi un argomento un po’ retrò, oppure una discussione simile a quella sul sesso degli angeli, buona al massimo per intrattenersi in privato in qualche pensoso salotto intellettuale. Proviamo quindi a passare a un punto diverso, pure esso molto generale.

Quando potremo liberare la sanità pubblica dalla rapace invadenza dei politici, da una parte, e dalla meschina sollecitudine verso di essi da parte di medici e amministratori sanitari, riformando il meccanismo delle nomine?

 

Mi spiego: al momento, le nomine in ospedali, asl, ma anche nell’Istituto superiore di sanità, presso l’Aifa o in qualunque altra istituzione o organismo di salute pubblica sono completamente controllate da politici di diversi livelli, regionale per maggior parte, nazionale per quel che riguarda le istituzioni di quel rango.
Eppure, molte di queste istituzioni dovrebbero per definizione essere terze, in quanto organismi terzi che non dovrebbero in alcun modo risentire dell’influenza e degli umori dell’elettorato, né contemperare interessi diversi da quelli legati alla salute del cittadino; così come le nomine non dovrebbero avvenire per consentire una florida economia corruttiva di sottogoverno, da una parte, e quantità di voti locali, dall’altra.

 

Ma siccome nella sanità troviamo una delle massime voci di spesa del nostro bilancio, nessun politico e aspirante eletto ha davvero interesse a riformare il meccanismo delle nomine, e meno che mai vi ha interesse la stessa classe medica, la cui cupola governa con il sistema attuale meglio che con ogni altro sperimentabile.
La parte debole, naturalmente, finisce per essere il cittadino; non solo perché le risorse sono ampiamente dilapidate in rivoli sbagliati, ma soprattutto – cosa ben più grave – perché un sistema di governo delle nomine quale quello che abbiamo premia largamente l’ossequio e il servigio, oltre che la correità e il cointeresse, e solo molto secondariamente la bravura e la coscienza di un medico o di un amministratore sanitario.

 

Questi problemi sono stati ampiamente studiati, i casi emersi sviscerati, e periodicamente nuovi interessanti documenti e piani di azione ci informano di ciò che bisognerebbe fare: l’ultimo piano di Agenas e anac ne è un esempio. Agli elettori, miei concittadini, chiedo: avete sentito qualcuno dei candidati attuali almeno sfiorare il tema, magari semplicemente per indicare che uno dei tanti piani a suo tempo predisposti costituirà la bussola della sua azione politica?

 

In attesa che qualcuno voglia eventualmente rispondere e illuminarmi in merito, ho come elettore qualche altro tema che mi è a cuore, parlando di sanità pubblica.
Credo che tutti siano d’accordo sul fatto che la pandemia ha portato alla luce un problema di formazione dei nostri medici, o per meglio dire di coloro che fra essi sono andati più spesso in televisione e hanno più spesso tentato di orientare l’opinione pubblica. Alcuni di questi soggetti hanno durante lo stesso periodo, e complice anche l’acquisita visibilità, risalito posizioni di assoluto rilievo all’interno delle istituzioni scientifiche e di vigilanza del nostro paese. In parte, torniamo al problema precedente, quello della selezione operata dai politici; ma in aggiunta è stato possibile notare lacune di preparazione scientifica in coloro che pure mostrano titoli validissimi, da far dubitare che il sistema della formazione dei medici nel nostro paese, perlomeno quando si guarda ai soggetti che acquisiscono ruoli apicali, sia moderno e adeguato a preparare come si deve gli studenti.

 

Temi come quelli dell’evoluzione di un virus, o dell’analisi statistica, o della genomica moderna, appaiono completamente ignorati o addirittura distorti nella comunicazione di chi occupa posti di indirizzo della sanità, a valle di lauree, specializzazioni e cattedre universitarie.
Né si tratta di un problema legato semplicemente alla pandemia o all’epidemiologia: l’Italia è uno di quei paesi dove molte pratiche chiaramente ascrivibili alla pseudoscienza e peggio ancora alle pratiche mediche inefficaci che vanno sotto il nome improprio di medicina alternativa, sono insegnate nelle università, difese e propagandate dagli ordini dei medici, accreditate presso i ministeri e, infine, stanno diventando parte in causa nel provocare danni sempre più gravi tanto alla sanità pubblica che ai pazienti.

 

Si pensa ad abolire il numero chiuso a medicina, ma si pensa molto di meno ad abolire la presa della pseudoscienza che va aumentando sempre più fra i banchi universitari, mentre arretrano statistica elementare, così come le nozioni più elementari circa il modo in cui le cure funzionano ed è possibile provarlo, per non parlare poi di quelle basi direi di chimica scolastica che sono le fondamenta della medicina molecolare moderna.
Ci si focalizza sul paziente e sugli aspetti umani, e questo è più che giusto, è doveroso; ma ci si dimentica di che cosa sia una malattia e cosa una cura, recuperando atavismi e dimenticando le basi della modernità.

 

Come vogliamo adeguare la formazione dei medici ad un sistema moderno e avanzato di sanità pubblica? Aumentando le scuole di formazione in qualche materia pseudoscientifica presso le università?
Equiparando da un punto di vista legale, con appositi disegni di legge, la medicina cinese tradizionale alla medicina moderna
Io credo che sia ora di seri interventi normativi volti a tutelare il percorso di formazione dei medici, ma anche la sanità pubblica, da pericolose derive irrazionalistiche che rappresentano un po’ lo spirito dei tempi. Quel che penso io, tuttavia, è irrilevante; avrei voluto sapere cosa ne pensano i principali candidati, ma anche questo tema è invisibile ai radar.
Finora, ho sorvolato a volo d’uccello alcuni temi che riguardano organizzazione della sanità e poi il personale che in essa lavora; ma ho in mente ancora un’altra questione, che riguarda invece il rapporto con i cittadini.

 

Durante la pandemia, abbiamo assistito a una digitalizzazione più o meno spinta, ma abbastanza ben congegnata e funzionante, del sistema di prenotazione dei vaccini e del sistema di certificazione vaccinale. Mentre alcune regioni, tutto sommato, sono abituate ad avere un rapporto digitale moderno con i cittadini-pazienti, in altre regioni la digitalizzazione ha rappresentato un nuovo aspetto del rapporto con la sanità pubblica.

 

Sfruttando l’esperienza acquisita in pandemia, sarebbe bello che qualcuno pensasse a un sistema digitale di più ampia portata, che sia in grado di semplificare la vita al cittadino e ai medici sul territorio almeno per quanto riguarda aspetti come le prenotazioni, la gestione delle code, le certificazioni, l’accesso ai dati delle analisi cliniche, senza che ogni singola regione deleghi alla propria controllata o a una società di amici il disegno del nuovo software farraginoso che non diverrà mai del tutto funzionale.
Un portale unico per la sanità pubblica, ove per tutti i cittadini sia possibile effettuare poche operazioni utili, muniti della propria tessera sanitaria o di uno spid.

 

E se questa non fosse un’idea di interesse, resta comunque un tema, che qui pongo ai candidati e ai lettori: quando cominceremo davvero una “rivoluzione digitale” in sanità, che sia utile a tutti i cittadini e che dia a tutti gli stessi servizi in modo semplice? Si potrebbe ancora parlare di risorse, strutture fatiscenti, trattamenti adeguati al personale, comunicazione, prevenzione e tantissimi altri temi di uguale importanza; ma come ho spiegato in apertura, io non sono un esperto del tema.

Sono solo un cittadino fra i tanti, che, alla fine, riassume i suoi dubbi in una sola domanda: dal punto di vista della politica, l’unico interesse reale in tema di sanità pubblica è quello di raccattare denari, potere locale e consensi, o c’è altro nei programmi?

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