Governare gli allarmismi sul coronavirus

Città cinesi isolate, un caso sospetto in Italia. Serve cautela. E trasparenza

A leggere le notizie a proposito dell’epidemia di coronavirus che vengono da Wuhan e dalla Cina è facile pensare a un film apocalittico. Wuhan, dove il virus ha fatto il salto da animale a uomo, e altre sette metropoli vicine sono state messe in quarantena, nessun mezzo di trasporto può entrare o uscire dall’area, il trasporto pubblico è bloccato, gli ospedali sono pieni di pazienti o sospetti pazienti. Sono state prese misure di estrema emergenza per cercare di limitare il contagio. Nel resto del paese i festeggiamenti pubblici per il Capodanno cinese sono stati annullati. Nel momento in cui questo giornale va in stampa, le persone morte per il coronavirus sono 18, e ieri sera si è verificato il primo decesso fuori dalla provincia dell’Hebei, l’epicentro del contagio. Ci sono casi confermati di persone affette da coronavirus negli Stati Uniti, in Corea del sud, in Giappone e in altri paesi, e sono apparsi i primi casi sospetti anche in Europa, tra cui uno a Bari, su una donna che arrivava da Wuhan.

 

L’escalation delle notizie è preoccupante. Preoccupazione e cautela, tuttavia, sono altra cosa rispetto all’allarmismo che in questi giorni prolifera più velocemente del virus, e rischia di fare danni gravi. Il consiglio d’emergenza dell’Organizzazione mondiale della sanità, al secondo giorno di riunioni, ha dichiarato ieri che l’epidemia “non costituisce una emergenza sanitaria globale”, almeno per ora. “Questa è un’emergenza in Cina”, ha detto il direttore generale dell’Oms, “ma non è ancora diventata un’emergenza sanitaria globale. Potrebbe anche non diventarlo mai”. La preoccupazione è anche sulla Cina, il regime che tenta di mostrarsi al mondo come una potenza responsabile ma che secondo vari esperti ha preso precauzioni troppo deboli finora, e troppo tardi. E in Asia il contagio evoca periodi spaventosi come quello della Sars o del virus N1H1. Qui da noi, la prudenza è sacrosanta, l’ansia è giustificabile, l’allarmismo meno. Sarà il momento, quando usciremo da questa crisi, di chiedere ancora e con ancora più forza sempre più trasparenza a Pechino, soprattutto sulle questioni di biosicurezza.

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