(Foto di Ansa) 

Roma Capoccia

La triste fine del Tevere e la lezione dimenticata di Orlando 

Andrea Venanzoni

Agli albori del ’900 l’ingegnere elaborò un piano per lo sbocco al mare, ma oggi il fiume è in balìa del degrado e della siccità: la maestà del centro cittadino convive con lo sconcertante ritratto di un rigagnolo melmoso

All’ingegner Paolo Orlando, mente eccellente dei secoli XIX e XX, genovese di nascita e romano di adozione a cui la toponomastica capitolina ha dedicato una via a Ostia Lido, vedere lo stato pietoso e paludoso in cui versa attualmente il Tevere, falcidiato dalla siccità, susciterebbe un moto di sconforto. Gentiluomo risoluto, oggi lo si definirebbe un ‘tecnocrate’. Fu tra i primi a voler svecchiare Roma e a lavorare per farla uscire dal suo stato di letargia mitografica e storica.
Orlando lavorò per la realizzazione di un ampio polo industriale nel quadrante sud ovest della città, tra Ostiense e Testaccio, e fu lui nella prospettiva della realizzazione di uno sbocco al mare della Capitale a ideare il quartiere della Garbatella. L’idea alla base del pensiero orlandiano era la necessità che Roma si congiungesse, come era stato in epoca imperiale, al suo mare. Fu per questo tra i primi a redigere un analitico piano per la navigabilità del Tevere, fiume che taglia Roma congiungendola al mare: gli appariva infatti inevitabile, in una città colta all’epoca agli albori del suo slancio vitale di fresca Capitale, come aumento del carico antropico, crescita dei plessi del potere istituzionale e insufficienza delle arterie stradali avrebbero ingenerato tra loro cospiranti una paralisi dello sviluppo. 


Allo stesso tempo, per modernizzare davvero il tessuto sociale ed economico della città e favorire la sua industrializzazione, l’import e l’export, sarebbe stata necessaria una via d’acqua efficiente e funzionale.
Fa un certo effetto leggere oggi la cartografia predisposta da Orlando, e ammirare tra i vari il progetto di Darsena nel quartiere San Paolo, sulle sponde del Tevere. Tra il 1887 e il 1896 l’ingegnere di origini genovesi presentò alle autorità cittadine ben quattro progetti complessivi che passavano dalla rivitalizzazione dell’antico porto di Traiano di Fiumicino alla creazione di un Porto ad Ostia: tratto comune dei progetti, la bonifica e la funzionalizzazione in chiave di navigazione del Tevere.
Tutte le principali idee orlandiane vennero poi presentate nel 1904 e pubblicate nell’agosto dello stesso anno nel volumetto “Roma porto di mare”.
Oggi, affacciandosi sotto la maestà di Castel Sant’Angelo, sotto lo sguardo che si spera cieco degli angeli di un marmo sempre meno candido, e inabissando gli occhi in quello scorrere irrisolto di acque plumbee, limacciose, aggrovigliate in fanghiglia e rifiuti, della visione orlandiana rimane quasi nulla.


Puoi vedere un gabbiano che a bordo Tevere sgranocchia un granchio, filamenti verdastri e steli da giunchiglia simil-palude della Lousiana, rifiuti di vario genere, bottiglie di plastica, accampamenti, macchie di mucillagini verosimilmente iper-tossiche, uccellini ma più spesso uccellacci, topastri infeudati, navigli incrostati e bisunti un po’ ormeggiati un po’ alla deriva.
In alcuni casi, puoi anche rimirarti le bici o le e-bike o i monopattini a noleggio emersi a pelo d’acqua e che vandali buontemponi hanno pensato bene di gettare tra le acque del fiume un tempo fu-biondo e che oggi è di un marrone ingrigito la cui policromia è preda degli sbalzi di inquinamento e delle correnti. Nel 2020, agli albori del Recovery plan è stato annunciato l’epocale progetto da trecento milioni di euro per la piena navigabilità del fiume. Nel 2021, del progetto si trova traccia solo in altre dichiarazioni politiche. 
Ma volendo tralasciare la navigabilità che arrivati a questo punto sembra quasi lunare, si potrebbe, a luglio 2022, esigere se non altro un elementare decoro e una necessitata pulizia di argini e acque: il Tevere continua ad essere una autentica palude miasmatica a cielo aperto, specialmente nei suoi tratti urbani e centrali, dove lo spettacolo offerto a cittadini e turisti, complice la calura che fa ritirare le acque, rasenta la indegnità più assoluta. E così, nelle fotografie dei turisti la maestà del centro cittadino convive con gli sconcertanti ritratti di questi rigagnoli di un verde melmoso dove ratti, gabbiani, liquami e rifiuti si fanno sinceri ma sgraditi sponsor del brand cittadino.

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