La strana storia dello sciopero bianco sul trenino Termini-Centocelle

Marianna Rizzini

Su 48 macchinisti erano assenti in 37 tra permessi ex 104 e di improvvisi congedi parentali. Le tante occasioni perse su Atac

Roma. E a un certo punto, sul palco della Roma a rischio psicosi da coronavirus, appare la questione “sciopero bianco”. Sciopero bianco di 37 su 48 macchinisti del trenino Termini-Centocelle, vettore affollatissimo. E, visto l’alto numero di certificati medici esibiti dagli scioperanti – e di permessi ex 104 e di improvvisi congedi parentali – Atac, che nel frattempo aveva inviato le visite fiscali, si è trovata sul piatto l’emergenza nell’emergenza (anche simboleggiata dal mistero buffo della fermata della metro Barberini, chiusa per quasi un anno e riaperta due giorni fa, ma solo in uscita). Tanto più che, come faceva notare ieri sul Messaggero Andrea Giuricin, “i costi del personale Atac sui costi totali sono il 57 per cento rispetto al 45 per cento del 2014”. Ma, se la prima delle emergenze è Atac stessa, le soluzioni meno dannose per i cittadini (farla fallire?) sembrano fluttuare lontane dal Campidoglio. Anzi.

 

Qualche giorno fa, dice il deputato radicale di +Europa Riccardo Magi, già membro del Comitato Mobilitiamo Roma, promotore del referendum per la messa a gara del servizio di trasporto pubblico locale dell’autunno 2018 (una delle varie occasioni perse per risolvere il problema), “è circolata la notizia che Atac e amministrazione comunale hanno avviato una trattativa per il rinnovo del contratto di servizio 2020-2024, già prorogato dal 2019 al 2021 per scongiurare il ‘pericolo imminente di interruzione del servizio’”. Una proroga, quella 2019-2021, impugnata dall’Antitrust e dal comitato referendario stesso. E anche se ieri il Tar, riguardo a Mobilitiamo Roma, ha dichiarato il ricorso “inammissibile per difetto di legittimazione dei ricorrenti” (quindi non nel merito – e si vedrà quale risposta verrà data all’Antitrust), resta il fatto che, sempre il Tar, aveva invece dato ragione al comitato referendario sulla questione del quorum: per il cosiddetto “referendum Atac” non c’era un problema di quorum. Dunque il sindaco, dicono i promotori, avrebbe dovuto (dovrebbe) “proclamare la vittoria del sì, cosa che non ha ancora fatto”. E non è tutto. Anche l’Anac, ricorda Magi, “aveva segnalato che il pericolo di interruzione del servizio non era attuale: ci sarebbe stato tutto il tempo di affidare il contratto con gara pubblica entro il 2019. La proroga, quindi, aveva il solo scopo di salvare Atac”. E mentre la questione si arricchisce di particolari da teatro dell’assurdo, compreso quello della maxi gara sul trasporto pubblico periferico da un miliardo di euro non ancora aggiudicata dal 2018 a oggi, Matteo Salvini gongola: “Questa mattina, a Roma, paralizzata una linea ferroviaria per ‘indisponibilità’ del personale Atac’… Altro fallimento del sindaco più incapace della storia”. L’avviso di sfratto nel mare di occasioni perse.

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  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.