A Nettuno c'è “il Marino dei Cinquestelle”

Parla Casto, sindaco grillino tradito dai suoi (tramite il notaio)

13 Maggio 2018 alle 06:14

A Nettuno c'è “il Marino dei Cinquestelle”

Foto tratta dalla pagina Facebook Nilo Settipani - Libero cittadino

Roma. Si concede un sorriso amaro, Angelo Casto, quando gli si propone un paragone non proprio esalatante. Sorride e ammette che sì, un po’ “il Marino dei Cinquestelle” lui ci si sente. Se non altro, dice il cinquantatreenne sindaco di Nettuno – “ex sindaco”, corregge lui –, “per come è andata a finire”. Dal notaio, è andata a finire, il 3 maggio scorso: con quattro consiglieri del M5s che si sono uniti a nove di opposizione per rassegnare le loro dimissioni.

 

E dunque amministrazione finita dopo nemmeno due anni: tutti a casa?

“Direi di sì. Non c’è altra soluzione che il commissariamento e poi nuove elezioni”.

 

Eppure lei ha presentato ricorso al Tar.

“Sì, ma sono assai scettico”.

 

E se invece venisse accolto?

“Allora io tornerei in carica, e i tredici consiglieri dimissionati verrebbero “surrogati”, ovvero rimpiazzati dai primi degli esclusi”.

 

Come l’ha presa la scelta dei suoi consiglieri di andare dal notaio?

“Intanto, mi pare evidente che fosseuna mossa concordata con le opposizioni”.

 

Sta alludendo a un inciucio trasversale per mettere in atto un ribaltone?

“Dico solo che ai tempi di Ignazio Marino il M5s ripudiò quella soluzione. E anche di recente, quando si parlava di dimissioni in massa per far cadere Nicola Zingaretti, la nostra Roberta Lombardi ha ribadito che ‘quel tipo di metodo non ci appartiene’”.

 

Eppure è stata proprio la Lombardi a innescare la crisi della sua maggioranza, o no?

“E’ vero che ha offerto un posto da potenziale assessore regionale a Daniele Mancini, che all’epoca era il mio vicesindaco”.

 

Pratica non ammessa nel M5s: chi ha un incarico deve portarlo a termine.

“E infatti molti consiglieri protestarono. Ma con Mancini il rapporto si era già logorato, e per questo nel marzo scorso avevo deciso di sostituirlo”.

 

Insieme ad altri quattro assessori.

“Rivendico il diritto di un sindaco di nominare nuovi assessori quando si esaurisce la fiducia nei confronti dei vecchi. Dopo tutto, Virginia Raggi ne ha sostituiti diciassette...”.

 

E però Mancini l’aveva già avvisata, insieme agli altri quattro: se cadiamo noi, cadono tutti.

“A quel punto accettai le dimissioni collettive della giunta e ne nominai una nuova. Ma non è servito: gli scontri sono continuati. Finché i quattro consiglieri di maggioranza non sono andati dal notaio”.

 

Segno che erano controllati da Mancini?

“Questo io non lo dico. Ma è chiaro che si è indotti a pensarlo”.

 

Qualcuno dei vertici del M5s le ha telefonato, in segno di solidarietà?

“Alfonso Bonafede, che aveva peraltro consigliato ai quattro consiglieri recalcitranti di dimettersi, se erano in disaccordo con la giunta. Loro lo hanno preso in parola: solo che lo hanno fatto andando dal notaio insieme ai consiglieri di minoranza”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi