(foto Ansa)

Ripa del Naviglio

Buona la Prima

Maurizio Crippa

La Scala crede al debutto del 7 dicembre. Un regalo di speranza per Milano, come Toscanini nel 1946

Non finisce tanto bene, la storia di Lucia di Lammermoor che Gaetano Donizetti ricavò da un romanzo di Walter Scott: per farla breve, gli innamorarti muoiono di lama e di malasorte. A Milano, al Teatro alla Scala, ma sappiamo di poter dire in tutta Italia, si spera invece che finisca tutto bene. Il 7 dicembre e pure dopo. Perché il Teatro alla Scala sta lavorando per riuscirci, a celebrare la sua Prima nel giorno di Sant’Ambrogio: la festa di Milano, e di tutti quelli nel mondo che amano la musica e la cultura. E quest’anno ovviamente più del solito, “sarebbe un grande regalo per Milano, oltre che essenziale per noi”, dicono. E forse, la scelta di aprire la stagione con la versione donizettiana dell’infelice Lucia (con la direzione di Riccardo Chailly e la regia di Yannis Kokkos) aveva in sé qualcosa di felice, o perlomeno di utile: è un opera in un certo senso smart, non richiede orchestra enorme ed eccessi di assembramento sul palcoscenico.

 

Non tutto, però, sta procedendo bene. Come una nube velenosa incombe sulla città e sull’Italia l’ombra del lockdown. E il virus sta mettendo in difficoltà anche i preparativi. Tra orchestrali e coristi, equamente ripartiti, ci sono ad oggi 27 malati, e sia il coro sia l’orchestra sono in quarantena per dieci giorni. Se tutto andrà per il meglio, la prima prova di lettura in teatro, prevista l’11 novembre, si potrà comunque fare. E poi si scruterà, giorno per giorno, l’evoluzione della “curva”, ormai più importante del “golfo mistico”. Ma non si ferma, con pragmatico spirito scaligero, il lavoro. Si lavora a scene e costumi nei laboratori all’Ansaldo, i cantanti il direttore e il regista sono già a Milano, in sicurezza, tutto come da cronoprogramma. Il sovrintendente Dominique Meyer ha incontrato i sindacati per discutere di condizioni e di protocolli, la prossima settimana un cda farà il punto della situazione. E delle opzioni. Che a questo punto sono tre: o un lockdown generale impedirà non solo l’ingresso del pubblico ma anche agli artisti di andare in scena; o si potrà fare lo spettacolo a ranghi ridotti. Poi c’è la terza ipotesi, che orchestra e cantanti possano eseguire la Lucia, almeno per la trasmissione in diretta (consueta) della Rai. E sarebbe un gran regalo d’ottimismo a tutta l’Italia, ovvio, ma sarebbe anche una essenziale boccata d’ossigeno per il Teatro. Perché è vero che i main sponsor e i soci maggiori hanno confermato i loro impegni economici, ma è anche vero che gli sponsor specifici della serata ci saranno se ci sarà la Rai. E la Scala del 2020, tra biglietti mancati, spettacoli saltati e sponsor specifici non pervenuti, ha dovuto dimagrire il suo bilancio di 40 milioni (recuperando una parte dei minori introiti col doloroso taglio delle produzioni e con la Cassa integrazione erogata: i dipendenti del teatro sono un migliaio). La Prima è quindi necessarissima, per l’umore già grigio dei milanesi e per la salute del loro amato Piermarini. Il Teatro alla Scala aveva già dovuto annullare, un paio di settimane fa, la presentazione della stagione. Ma, anche qui, non si è arreso, continuando a lavorare per offrire un cartellone possibile e nelle condizioni che saranno possibili: tra riprese, che comportano minore impegno produttivo e minori costi, ma anche nuovi allestimenti: tra i quali spicca un Rigoletto con la regia di Mario Martone e annunciato per febbraio 2021.

 

Il 15 agosto del 1943 la Scala fu sventrata in uno dei più tragici bombardamenti che colpirono Milano. Ma solo un anno dopo la fine della guerra, l’11 maggio 1946, Arturo Toscanini diresse il primo concerto nel teatro ricostruito. I milanesi si erano messi in coda fin dalla mattina di quel sabato per poterlo ascoltare e migliaia, “operai, artigiani, piccoli bottegai: tutta la famiglia coi ragazzi, e le donne avevano in braccio bambini che dormivano”, scrissero i cronisti che rimasero sulla piazza ad ascoltare. Era Milano. Ma quel concerto rimane nella memoria collettiva come il primo e più grande rito di rinascita dell’Italia intera. La possibilità di avere anche in questo 7 dicembre la Scala aperta per la sua Prima non è soltanto un fatto d’arte, di cultura, di bilanci da far marciare e stipendi da pagare: è il sollievo, o la speranza, che tutti hanno bisogno di ricevere.

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  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"