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Stiamo sicuri

Dietro al sonoro “no” di Milano al decreto Salvini c’è una gestione pragmatica dell’immigrazione

4 Gennaio 2019 alle 06:00

Stiamo sicuri

Novembre 2017, alcuni cittadini milanesi servono alcuni migranti ospiti della caserma Montello (foto LaPresse)

Poliziotto buono e poliziotto cattivo. Un rodato gioco di ruolo, tanto l’avversario da affrontare è uno e uno solo, ovvero il capo del Viminale e il suo decreto sicurezza. Quello contro cui è insorto il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando. Il poliziotto buono è Beppe Sala. Dopo una giornata a promuovere le nevi di Cortina con vista Olimpiadi 2026, ieri ha postato su Facebook il suo pensiero: “Ministro Salvini, ci ascolti e riveda il decreto sicurezza, così non va! Da settimane noi sindaci avevamo richiesto, anche attraverso l’Anci, di ascoltare la nostra opinione su alcuni punti critici, per esempio ampliando i casi speciali e garantendo la stessa tutela della protezione internazionale ai nuclei familiari vulnerabili, anche attraverso lo Sprar, oggi escluso dal decreto sicurezza per i richiedenti asilo. Occorre inoltre valutare l’impatto sociale ed economico del decreto per le nostre città, già in difficoltà a causa di una legge di bilancio che ci ha tolto risorse nella parte corrente: più persone saranno per strada senza vitto e alloggio, più saranno i casi di cui noi Sindaci dovremo prenderci cura. Ministro, ci ripensi”.

  

 

Il poliziotto cattivo è l’assessore al Welfare Pierfrancesco Majorino, che già mercoledì aveva twittato: “Milano non toglierà l’iscrizione anagrafica ai richiedenti asilo che lo hanno fatta. E in questi giorni accogliamo senzatetto a prescindere dallo status. Nei prossimi mesi massima vigilanza contro gli effetti perversi dello status”, schierandosi apertamente con Orlando. Non un’iniziativa privata, però: nel suo tweet era taggato anche @BeppeSala. E aveva poi insistito, spiegando che “le forme di disobbedienza e opposizione alla Legge Salvini dovranno essere molte”. Non soltanto quella di Orlando, che pure l’assessore condivide, ma anche quella di “garantire comunque sostegno a chi finirà per strada”. Nonché varie forme di mobilitazione: “A Milano ci vedremo in piazza il 2 marzo”, ha detto il principale promotore, nei due anni passati, della marcia milanese a favore degli immigrati.

 

 

La linea sulla gestione dell’immigrazione da parte della Amministrazione milanese è sempre stata chiara, anche se con divergenze non trascurabili tra il “senza se e senza ma” incarnato da Majorino e il pragmatismo, diciamo “minnitiano”, del primo cittadino. Ma in questo momento, al di là dei toni, i punti di vista coincidono. E coincidono non per volontà di una opposizione meramente ideologica contro Matteo Salvini, ma proprio per la gestione pragmatica che Milano ha sempre fatto – ad esempio nel momento dell’emergenza siriana in stazione Centrale, sindaco Pisapia e assessore sempre Majorino – del problema dell’immigrazione: profughi, dei richiedenti asilo, migranti economici in cerca di integrazione che siano. Già nelle scorse settimane, ad esempio, Sala aveva ricordato che la modifica delle regole per l’accesso ai centri Sprar (di fatto una chiusura ad esaurimento) significherebbe per la città il rischio di “mettere per strada 800 o 900 migranti”. Confermare la possibilità dell’iscrizione all’anagrafe per i richiedenti asilo non è una rivendicazione: va nella direzione di limitare il danno delle nuove norme.

 

Nonostante gli strali di Attilio Fontana, che ha definito chi rifiuta il decreto “ai limiti dell’eversione”, e nonostante la consapevolezza dell’aria che tira nell’elettorato, la giunta milanese intende insomma proseguire una policy che finora ha funzionato (a fronte di flussi notevoli) e ha scongiurato (quantomeno) l’esplodere di emergenze. In questo senso vanno tanti piccoli investimenti pragmatici come il potenziamento appena deciso, attraverso anche un protocollo con la prefettura, dell’assistenza ai minori stranieri non accompagnati (sono oltre 800 quelli in carico al Comune attualmente) anche tramite percorsi per l’affido presso famiglie. O, altro esempio, il lavoro “ordinario” come il rafforzamento dei centri di ricovero invernali per gli homeless. Politiche potenziate negli ultimi mesi anche in previsione degli effetti collaterali che le nuove linee sulla sicurezza avrebbero causato. Come spiegava già in ottobre al Foglio Alberto Sinigallia, presidente della fondazione progetto Arca, una delle principali realtà coinvolta nel lavoro dei centri di accoglienza: oltre alle persone in uscita dagli Sprar e senza più diritto alla prima accoglienza, in una città di transito come Milano, andrà peggiorando anche l’effetto dei movimenti secondari dei cosiddetti dublinanti, cioè tutti quelli che sono stati identificati in Italia e, per la mancata revisione e superamento del trattato di Dublino, vengono oggi rimandati indietro, soprattutto dalla Germania. Mentre Salvini ripete che si sta dannando l’anima per aumentare il numero di espulsioni, la pragmatica Milano cerca di limitare i danni.

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