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Acque letterarie

La “passeggiata letteraria”, tutta a memoria, attraverso la Milano dei Navigli di Dante Isella

Maurizio Crippa

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crippa@ilfoglio.it

9 Febbraio 2018 alle 06:24

navigli milano

(foto LaPresse)

“Oh, Oh, il sangue vivente delle lavandaie nei mattini gelati! Naso granita-di-lampone tra gli spiri delle nebbie”. Prima di diventare uno dei più abusati puntatori di GoogleMaps per il turismo obbligatorio milanese, Vicolo dei Lavandai, nei primi anni Trenta del Novecento dell’Adalgisa di Gadda, era ancora uno dei mille crocevia acquatici della città artigiana. Il “viaggio delle acque” dentro le vene di Milano è stato per secoli molto più che un ghirigoro tra mulini, opifici e principesche residenze affacciate agli attracchi di quelle che oggi sono via Senato, via Visconti di Modrone. E’ stato la linfa della vita sociale e dell’economia, il suo fattore di ricchezza. Oggi non esiste più, se non nella toponomastica, e in una retorica chiacchierina e vana sulla riapertura dei Navigli. Ma il viaggio delle acque è stato anche una fonte d’arte, per vedutisti e non solo, e un topos letterario. Così la “passeggiata letteraria” disegnata da La Milano dei Navigli di Dante Isella è inevitabilmente, magnificamente, “una visita, fuori tempo massimo e dopo l’orario di chiusura, a una tradizione letteraria, e civile, compiuta dal suo massimo interprete novecentesco”, come scrive nella prefazione Giovanni Agosti – a sua volta, seppure di due generazioni più giovane, tra i migliori esponenti degli studi storici e critici, ma dell’arte in questo caso, in attività a Milano, dove insegna alla Statale. Il “massimo interprete novecentesco” è Dante Isella, filologo e critico che alla letteratura lombarda ha dedicato studi raffinati e appassionati, e che a Milano era tornato a vivere nei suoi ultimi anni, dopo una carriera tra l’Italia e Zurigo.

 

La Milano dei Navigli è un suo breve testo minore, ma nient’affatto occasionale, pubblicato quaranta anni fa in un volume collettivo e come di consueto sfarzoso di Franco Maria Ricci, Milano sull’acqua - I Navigli perduti. Ora il testo di Isella viene ripubblicato, “redento dai fasti banali della prima pubblicazione”, per i tipi di Officina Libraria, con il pregio di aver recuperato e ordinato nei loro riferimenti testuali tutte le pitture, le stampe e le vedute fotografiche che Isella evoca, cita o rimanda a memoria, quasi camminasse fisicamente tra luoghi e canali che non esistono più.

 

Non esiste più la città acquatica, raccontata seguendo il percorso delle acque, segnatamente i Navigli, che entravano in città da tre vie e da due fiumi diversi, il Ticino e l’Adda, fino a trasformarla – assieme ai fiumi e alle rogge allora ancora a cielo aperto, il Seveso, l’Olona, il Lambro, in una città di ponti e laghetti, di chiuse e approdi. Così diversa dalla città “bituminosa e impietrita, senza neppure uno di quei grandi fiumi, accavalcato di ponti, capace di dare respiro e movimento a molte e grandi piccole città del mondo” scrive Isella. Una città della quale “nessuno dei giovani abitanti della Milano d’oggi potrebbe credere che, poco più di cinquant’anni fa, dove gli riuscirebbe difficile parcheggiare l’utilitaria, attraccavano con sicura manovra barconi di oltre venti metri di lunghezza, carichi di tonnellate di marmo o di granito o di legna, discesi di chiusa in chiusa fin dalle sponde dell’alto Lago Maggiore; o dei prodotti delle fertili terre abduane”.

 

I libri sui Navigli sono “un genere specifico dell’editoria milanese che non conosce soste”, scrive Agosti. Ma la passeggiata letteraria che Dante Isella compie è tutta nella memoria, e soprattutto nella memoria millimetrica e visiva di un apparato di quadri e stampe e fotografie, corredata da una trama sottile di rimandi letterari – da Bonvesin a Gadda, da Tessa a Porta – smontati e poi ricostruiti con un gioco che è cultura ed erudizione. Ma anche godimento di lettura.

 

Ed è anche gioco su una memoria sociale ed artistica, come nel racconto del Ponte delle Sirenette, dalle quattro figure in ghisa che lo adornano, il primo ponte in metallo realizzato in Italia, poi spostato al Parco Sempione e che compare in Rocco e i suoi fratelli. Ma già prima, quand’era al suo posto, “divenuto presto luogo propizio di appuntamenti sentimentali: con fama, per le quattro sorelle, di portafortuna, previa furtiva strofinagione dell’una o dell’altra loro rotondità”. Così che farsi condurre nel viaggio delle acque, circolare e a raggiera, di Milano diventa un’esperienza non soltanto storica, non solo di toponomastica, ma di scoperta. Quasi una guida Baedeker letteraria, quella di Dante Isella, da usare passeggiando per una città che non c’è più ma c’è ancora. Fra poco, quando viene primavera.

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