Vercingetorix jette ses armes aux pieds de Jules César, Lionel Royer, 1899, olio su tela, Musée Crozatier, Puy-en-Velay, Auvergne
preghiera
Perché l'unica nostalgia scusabile è quella per Giulio Cesare
Furono l’onore e il valore a permettere ai Romani di battere i Galli. Oltre ovviamente alle qualità del generale, gigante di strategia, di oratoria, di coraggio, capace di buttarsi in prima linea per dare l’esempio
Che cos’erano i Romani, che cos’era Cesare. Leggo il “De bello Gallico”, in una nuova edizione (“Commentari di Cesare sulla guerra gallica”, La scuola di Pitagora editrice) che punta molto sulla traduzione del filosofo Sossio Giametta, e ne resto ammiratissimo. I Romani in Gallia erano inferiori numericamente e fisicamente: “Per tutti i Galli, dotati come sono di grande corporatura, la piccolezza della nostra statura suole essere motivo di disprezzo”. Tecnologicamente erano superiori solo negli assedi mentre nelle battaglie campali si battevano all’incirca ad armi pari. E dunque furono l’onore e il valore a vincere quei barbari. L’onore, il valore e ovviamente Cesare, gigante di strategia, di oratoria, di coraggio, capace di buttarsi in prima linea per dare l’esempio: “Allontanò dalla vista innanzitutto il suo cavallo, poi anche quelli di tutti gli altri, perché il pericolo fosse uguale per tutti e nessuno avesse speranza di fuga; quindi arringò i suoi e diede inizio al combattimento”. Pensare che in Italia ci sono ancora nostalgici di Mussolini, quello che si travestì per tagliare la corda, o dei Savoia, quelli della fuga a Brindisi. L’unica nostalgia scusabile è la nostalgia per Giulio Cesare.