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dopo il flop

Tajani predica "unità" dopo la scoppola del No. Ma in FI monta lo scontento

Ruggiero Montenegro e Nicolò Zambelli

Il leader azzurro convoca lo stato maggiore del partito per fare il punto dopo la sconfitta e smorzare le polemiche. Mulè solleva il caso del sud, dove il centrodestra è andato male. Sisto ammette che "c'è un problema con le regioni dove governiamo". L'agenda di Tajani verso il Congresso, tra tensioni e malumori

L’invito di Antonio Tajani è evitare polemiche, mettere da parte i personalismi: “Restiamo uniti”. E guardare avanti, alle politiche. In Forza Italia adesso si prova a ridimensionare la sconfitta, dolorosa, sulla Giustizia, che rischia di riaprire – forse ha già riaperto – la classica discussione sul rinnovamento del partito. Qualche tensione non manca. Nel tardo pomeriggio il leader di FI convoca una riunione con i vertici, i vice e i capigruppo, per fare il punto e programmare le prossime mosse. Il congresso si farà a Milano all’inizio del 2027, annuncia Tajani spegnendo per il momento le indiscrezioni secondo cui l’assise avrebbe potuto svolgersi nell’autunno di quest’anno, ipotesi già messa in campo da una parte del partito (e non è detto che non torni). I congressi regionali, i primi dopo il cambio di statuto e senza nomina dall’alto, si terranno tra aprile e maggio. Poco prima del vertice, dal complesso che ospita la sede azzura sbuca il Futurista Edoardo Ziello. Onorevole, che ci fa qui da Forza Italia? “Abbiamo avuto un incontro”. Per parlare di cosa? “Buonasera”. Chissà.

Dopo la scoppola referendaria, Tajani si era tenuto alla larga dalle telecamere. Ma certi segnali arrivati dalle urne non potevano essere ignorati. Quasi un elettore forzista su cinque, d’altra parte, ha votato No alla riforma, hanno stimato i sondaggisti. Era la riforma di Silvio Berlusconi, “il sogno del presidente”, coma ha scritto FI sui social per mobilitare i suoi. Non è andata proprio così. “Quegli elettori hanno voluto dare un segnale – spiega un dirigente forzista –. Contro Delmastro e Bartolozzi, ma anche ma anche verso la linea del partito e le uscite di Tajani”. Marina Berlusconi viene descritta come amareggiata per l’esito del voto, ma anche irritata per i numeri, e i trend, relativi a FI, che tra quelli di maggioranza sarebbe stato il partito con le maggiori defezioni. Nel corso del vertice di ieri Tajani ha invitato i suoi a non assecondare questa narrazione, a smorzare le polemiche interne e a evitare quelle con gli alleati. Non sono tutti d’accordo. Giorgio Mulè, il responsabile della campagna referendaria, il volto principale di FI a sostegno della riforma Nordio, ha sollevato il problema del Mezzogiorno e dei grandi centri urbani, dove la coalizione di maggioranza fatica da tempo a imporsi. L’istituto Cattaneo, nella sua analisi, ha stimato che “nelle città del sud una quota variabile tra il 10 e il 30 per cento di elettori centrodestra ha optato per il No”. E’ anche a questo che si riferiva il vicepresidente della Camera e tra poco si dovrà ragionare anche sul sindaco di Milano e Roma.

Ma l’altra grande questione che interroga Tajani arriva dalle regioni del meridione guidate da governatori azzurri. C’è per esempio il caso della Sicilia di Renato Schifani, storico volto di FI, dove i No sono stati il 61 per cento. C’è anche la Calabria di Roberto Occhiuto, spesso evocato come anti-Tajani. Ma anche dalle sue parti i no hanno vinto ampiamente, oltre il 57 per cento. E’ una delle poche note positive, si fa per dire, per i Tajanei. Anche in Piemonte con Alberto Cirio è andata male. Francesco Paolo Sisto ieri mattina l’ha detto in chiaro: “Abbiamo un problema con alcune regioni, dove abbiamo un nostro presidente, che non hanno risposto come avrebbero dovuto”. Per il viceministro della Giustizia l’errore è stato di “non aver impostato subito la campagna come politica”. Sono gli strascichi della sconfitta, mentre aleggia un’altra volta su FI la richiesta di rinnovamento che arriva da Milano. Tajani intanto fa quel che può, ieri ha invocato l’unità del partito per concentrarsi sulle politiche e farsi trovare pronti nel caso in cui lo scenario dovesse cambiare. Occorrerà impegnarsi di più, “per valorizzare il 13 milioni di Sì” (i comitati diventeranno permanenti) e rilanciare FI. Anche sui social. “E’ necessario essere protagonisti”, dice con una nota Tajani. Nel frattempo annuncia che il prossimo 24 aprile a Roma si celebreranno i 50 anni del Ppe. Mentre nel 2027 sempre nella Capitale si terrà il congresso dei Popolari. Rinsalda il profilo europeista, il posizionamento al centro. Ma non è detto che tutto questo possa bastare al rilancio. E nemmeno a placare certi malumori.

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