(foto Ansa)
il viaggio
Salvini “snobba” il no al referendum: vola da Orbán e attacca Zelensky
Sulla sconfitta referendaria dal vicepremier solo una nota stringata: "Rimaniamo convinti sia necessario migliorare la giustizia". Mentre a Budapest insieme ai Patrioti tira la volata al premier ungherese (anche) in chive antiucraina: "E' un eroe"
Mentre i comitati per il Sì, mentre tutto il centrodestra, a partire dalla premier Meloni e dall’altro vicepremier Tajani che dice di aver fatto “tutto il lavoro possibile”, ammettono la sconfitta, lui, da Budapest, fa calare un profondo silenzio. “Non commentate l’esito referendario prima che lo faccia il segretario”, impartiscono dalla cerchia di Matteo Salvini agli esponenti della Lega nelle chat interne. Solo che quel silenzio, visto che il segretario è in viaggio in Ungheria a sostegno di Viktor Orbán, si protrae per ore. Con l’effetto di far sembrare il Carroccio quello che più si nasconde. In piazza, a Montecitorio, da Fratelli d’Italia a Forza Italia minimizzano l’impatto sul governo. Soprattutto, chiedono di non eccedere nel “processo agli alleati”. Poi, in una nota stringata, il segretario della Lega proferisce il minimo sindacale: “Quando i cittadini si esprimono hanno sempre ragione. Rimaniamo convinti, come milioni di italiani che meritano rispetto e gratitudine, che sia necessario migliorare il sistema della giustizia. Anche per questo, il governo deve andare avanti con compattezza e determinazione”.
Forse era già tutto previsto. La distanza consente a Salvini, per un giorno, di tenere l’esito referendario ai margini dei suoi pensieri. “Credo che ogni popolo debba decidere dei suoi destini e dei suoi popoli”, dirà in mattinata partecipando a Cpac Hungary, la conferenza dei conservatori sul modello di quella americana in programma questa settimana (dal 25 al 28) a Dallas. Poi, nel pomeriggio, insieme a Marine Le Pen, va a tirare la volata a Viktor Orbán, impegnato nella campagna elettorale verso le presidenziali ungheresi dell’11 aprile. “Orbán è un vero eroe, è un esempio luminoso” che ha ricordato “all’Europa intera che la politica è servizio, non sottomissione”, dice dal palco di Fidesz. Aggiungendo come, in qualità di Patrioti, “dobbiamo smantellare l’enorme burocrazia che la Commissione europea ha sviluppato negli anni a danno delle imprese e dei cittadini. Basta con il Green deal ideologico che chiude fabbriche e distrugge posti di lavoro”, con un ringraziamento a Orbán e all’Ungheria per “l’instancabile opera diplomatica a favore della pace, per non cedere a una deriva bellicista”.
E’ un’uscita, quella del leader della Lega, che arriva a poche ore da un’inchiesta del Washington Post, che nel weeekend ha svelato come sia diventata una pratica regolare per il ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijjártó, nelle pause dei diversi vertici europei, avere telefonate con il suo omologo russo, Sergej Lavrov, per aggiornarlo in diretta su quello che veniva discusso. “In pratica la Russia era seduta con noi ai tavoli”, è stata la sintesi offerta da alcuni funzionari Ue al quotidiano americano. Ma oltre a continuare a dare seguito alla rivendicazione di “tornare a comprare gas dai russi”, come aveva ribadito Salvini la scorsa settimana prima del varo dell’ultimo decreto Carburanti, il vicepremier si è spinto persino oltre. A scandire, dal palco ungherese: “Evviva il voto libero del popolo ungherese, che vale più dei miliardi di Soros e delle minacce di Zelensky”. Applausi in platea anche da parlamentari che l’hanno seguito nel viaggio come il senatore Claudio Borghi e il deputato e segretario Lega giovani Luca Toccalini.
Nella Lega alle prese con la morte del fondatore Umberto Bossi (e dei fischi raccolti dallo stesso Salvini al funerale del Senatùr a Pontida) ora ci sarà da fare i conti con un voto, soprattutto in Lombardia, dove è vero ha prevalso il Sì ma non come ci si aspettava (a Milano e in provincia hanno vinto i contrari alla riforma). Mentre l’unico risultato proviene dal Veneto, con il Sì oltre il 58 per cento e dove per i candidati leghisti Di Rubba e Centemero si profila una vittoria alle elezioni suppletive. Il Veneto però è un caso a parte perché qui il merito più che di Salvini è di Luca Zaia, che dopo lo spoglio confesserà: “Dobbiamo prendere atto dell’esito nazionale”. Anche l’iter della nuova legge elettorale, ora che il centrodestra potrebbe non essere maggioranza nel paese, non è affatto scontato (soprattutto nel Carroccio, che già mal digeriva la cancellazione dei collegi uninominali). Sono scenari da cui Salvini, però, preferisce per ora tenersi alla larga. Della serie: per adesso più del referendum conta la vittoria di Orbán e del suo asse filorusso.