(foto Ansa)
Il racconto
Conte chiude la campagna all'Eur e sfida Meloni: “Altro che manine”
Mentre Schlein tiene l'ultimo evento prima del referendum, il leader M5s si prende la capitale con un parterre d'eccezione convocato al Palazzo dei congressi: da Travaglio a Zagrebelsky, passando per Carofiglio. Patuanelli: "Penso che i No saranno 12 milioni"
Elly Schlein ha scelto Milano. E allora è Giuseppe Conte a prendersi la scena romana, per mettere l’ultimo timbro di questa campagna referendaria, “che ha il sapore di un campagna elettorale”. E’ uno spettacolo, una convention, più che un comizio (senza simbolo M5s sul palco). Al Palazzo dei congressi, tirato a lucido per l’occasione, il Movimento ha schierato l’artiglieria pesante, da Marco Travaglio a Gustavo Zagrebelsky. La sala è piena, c’è chi resta in piedi e chi invece ruba il posto ai giornalisti. Il merito, si capisce subito, conta. Ma fino a un certo punto, cioè poco. La partita è un’altra. Conte è il primo a salire sul palco (e sarà anche l’ultimo, per chiudere l’evento), lo spiega: “E’ evidente che il no ha un connotato politico e un contenuto morale”. Prima ancora era in tv a difendere il premier spagnolo Sánchez, più sovranista di Meloni quando si parla di Donald Trump: “Dobbiamo fare Miga: make Italy great again”. Partono interventi e contributi. Il refrain è il solito: “Il governo vuole più potere, vuole comandare sulla magistratura”. E ancora: “La Costituzione più bella del mondo”. Enzo Iacchetti manda un video, canticchiando un motivetto non proprio indimenticabile, che invita a votare no. Più tardi toccherà ad Elio Germano e Ficarra e Picone, al giurista Gustavo Zagrebelsky, allo scrittore Gianrico Carofiglio e agli altri. Anna Falcone evoca il rischio autoritario, quelli “che la Costituzione non l’hanno mai digerita”. E ancora: “Non passeranno neanche questa volta”. Travaglio è acclamatissimo, tra un po’ se la gioca con Conte. “Questa non è una riforma di destra, è una riforma di casta”, dice il direttore del Fatto quotidiano. Piccona il ministro Carlo Nordio e la sinistra del Sì. Poi si va da Almasri a Ruby e Silvio Berlusconi, passando per la “schiforma” di Matteo Renzi del 2016. Non manca nulla. Dopo il suo intervento qualcuno lascia la sala. Benedetta Tobagi fa la federatrice, è in macchina. Dice che il campo largo “non è mai stato così unito”, la platea però non si scalda. E’ stata a un evento di Avs ed è diretta a Milano, dove Schlein ha deciso di chiudere la campagna elettorale dem. “Il no è la difesa della Carta antifascista”, ripete la segretaria. “Meloni deve dimettersi? La batteremo alle politiche. Non abbiamo politicizzato il referendum”. Torniamo all’Eur. Le giornaliste Valentina Petrini e Daniela Preziosi suonano la carica. Il Movimento trova nuove sponde e agganci. Dopo il referendum arriveranno le politiche, forse le primarie. In sala c’è ottimismo sull’esito del voto. Il senatore Ettore Licheri, fresco di promozione tra i vice di Conte, si concede a militanti ed elettori: “Vinciamo”. Ecco Stefano Patuanelli, l’altro nuovo vicepresidente M5S. Senatore, primarie sì o no? “Parliamo di referendum”, risponde al Foglio. Rispetto al suo collega però è un po’ meno ottimista. Chi vince lunedì? “Oggi non scommetterei su nessuno dei due risultati”, va cauto Patuanelli. Fa i conti, punta sul popolo di Landini: “Penso che i No saranno intorno ai 12 milioni, poco meno degli elettori del referendum sul Jobs act. Vediamo se la destra riesce a mobilitare i loro. Meloni ci sta provando quando parla degli stupratori in libertà se vince il No. Qualche timore lo ha anche lei”. Dopo Nordio e Giusi Bartolozzi, Conte scommette sul caso Delmastro. Ieri il M5s ha presentato una mozione di censura contro il sottosegretario alla no Giustizia, chiedono a Meloni di “rimuoverlo immediatamente”. E alla premier che evoca manine risponde: “La manina è la libera stampa”. Sperano che alla fine anche qualche Sì possa cambiare. idea. Chissà. Gli ultimi lampi sono affidati al tridente referendario, i simboli M5s della lotta alla mafia: Antoci, De Raho e Scarpinato, che dice: “Questo è il paese della corruzione”. E poi: “Bisogna difendere la democrazia”. Il finale è affidato a Conte, che arringa la sua folla. Alla premier dice: "incapaci". Si rivolge agli indecisi: "Non cadete nella trappola del governo". Bisogna mobilitarsi fino all’ultimo. Questa volta non c’è il quorum, ma con Meloni in campo, non è detto, come ha spiegato Patuanelli, che 12 milioni di No bastino a dare la spallata alla premier .
Ruggiero Montenegro