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Il racconto

Sprint referendum. Mantovano: “La carta non è un museo”. La premier cerca gas ad Algeri

Carmelo Caruso

Tra l'abbraccio di Di Pietro con Mantovano e le incursioni di "Er Mutanda", FdI chiude a Roma la campagna per il Sì. Meloni si muove tra i ragionamenti pop, la difesa di Delmastro e un piano per Hormuz

Roma. Un monumentale Sì in mutande, la giustizia è mutatis mutandis. L’attore Antonio Zequila, detto “Er mutanda” sostiene il Sì vicino ad Antonio Di Pietro (e che c’azzecca?), Di Pietro abbraccia Alfredo Mantovano, al Palazzo dei Congressi di Roma, per la chiusura della campagna di Fdi per il Sì, ed è subito comunione e liberazione (dall’Anm). Dateci (se dovete) “Er mutanda”, “er ragggionamento” di Meloni al posto dell’arraggiato Delmastro, l’oste che fa scuocere il riso, e la giustizia, con le sue scivolate. Dov’è? Dov’è? Dateci Mantovano, Arianna Meloni, i sei volenterosi (Italia, Francia, Gran Bretagna, Giappone, Germania, Olanda) e questo nuovo piano (diplomatico) per liberare Hormuz, dateci i sei al posto di Trump e di tutti gli Anticristo. E’ uno spasso il fuorionda di Meloni da Fedez, ospite del suo podcast, ed è forse il miglior slogan per il Sì, questo suo: “A Fili, famme finì. Mo m’hai fatto perdere er raggionamento”. 

Ragionandoci, che attende Meloni a dire, come Gratteri, a tutti i suoi Giufà (Bartolozzi, Delmastro, i pasticcioni di FdI): “A fine referendum tireremo una linea?”. Al Palazzo dei Congressi di Roma, sotto il dipinto, monumentale di Gino Severini, che fa tanto Biennale di Venezia (oddio, anzi, come direbbe Meloni, sempre da Fedez, nel fuorionda, che circola sul web: “Santa Madonna!”. Ops!) si cerca Delmastro. E’ il protagonista, l’oste a sua insaputa che comprava (e cedeva) quote di ristoranti con i figli dei “chiacchierati”. Nella Sicilia di Peppino Sottile (a breve arriva il suo romanzo, il gioiello, Palermo di chitarra e coltello, Einaudi) si direbbe anche che il referendum si è “inconigliato” in mezzo a questa guerra in Iran, la crisi, e i carburanti. Il 25 marzo, Meloni vola ad Algeri per stipulare nuovi accordi, farsi dare gas, trasportarlo fino alla Sicilia bedda. Di questo passo torneremo a vendere cucine a gasse, fornelli, a gasse… per riscaldarci. Fa freddo. Non ci sono banchi per scrivere ma la sala è piena perché è la prova che Roma risponde ad Arianna Meloni. Che aspetta, ancora, Meloni a mettere Arianna al posto di Delmastro?

 

Dice la sorella d’Italia, in doppio petto, “come si fa a dire che noi non siamo dalla parte della magistratura, noi che abbiamo cominciato a fare politica dopo la strage di via D’Amelio? Come si fa?”. Uno strepitoso Di Pietro spiega che se non ci fosse stato un magistrato che avesse indagato Mastella, e la moglie, “non sarebbe caduto il governo Prodi …Capite?”, e che lui vota Sì perché “questa è la riforma che aspettiamo da 40 anni. Questa è la riforma di D’Alema. E bastaaa ai professionisti dell’antimafia!”. Gli mandano baci dalle poltrone come fosse il Roberto Bolle del diritto, e a ogni frase, piroetta, è un “bravo! Continua!”. Parlano tutti come Sabino Cassese perché “l’arbitro non può fare il giocatore”. E’ chiaramente la prova della muscolarità romana, prove di primarie di FdI per fare il candidato sindaco, tanto che Marco Perissa, il nome grosso del partito a Roma, tiene a far sapere: “Abbiamo defibrillato la città, organizzato banchetti”. Prende la parola Fabio Rampelli, il nuotatore, che non vorrebbe scendere dal palco e che accarezza le toghe: “Guai a mettere in discussione la magistratura”. E’ il turno di Chiara Colosimo, presidente della Commissione Antimafia, e vuole dire la verità sulla riforma prima di lasciare la parola a Mantovano alla sua “lectio magistralis”, ma vuole anche ricordare Peppe Diana e aggiungere che bisogna votare Sì perché “dall’altra parte c’è Roberto Scarpinato”.

 

Mancano due giorni al voto e per Lucio Malan, il destro valdese, il capogruppo di FdI, al Senato, “il referendum è più importante delle elezioni”. Andatevi a prendere le dichiarazioni. Da quando non si duellava così? Il ministro Zangrillo, ogni giorno, suona l’armonica per il Sì e invita a votare “per fare trionfare la magistratura sana, quella che lavora con serietà e non deve dare conto a nessuno, se non alla propria coscienza”. Si spacciano tarocchi, sondaggi, e c’è chi lancia l’allarme sul voto all’estero (un parlamentare ci rivela: “In Europa è avanti il no, ma nel resto del mondo, credimi, siamo avanti noi…”). Ma Delmastro? Una giornalista, anzi, Roberta Benvenuto, inviata di Piazza Pulita (un giornalista è sempre il suo nome e cognome) chiede a Malan cosa ne pensa di Delmastro e il povero Malan risponde “che è stato irreprensibile” (e viene voglia di ridere come nel film di Aldo, Giovanni e Giacomo) che “non poteva prevedere il futuro”. Oggi si può dire, peccato. Peccato che Mantovano sia sceso in campo tardi perché se il Sì vincerà sarà solo i “malgrado” e grazie agli Stefano Ceccanti, ex parlamentare del Pd, che vota Sì, grazie a Giorgio Mulè, grazie ai Mantovano che ammonisce: “Troppe volte in magistratura sono avanzati gli sciatti e i negligenti”. E’ l’altro tono e non spaventa il suo “la carta non è un pezzo da museo, è un documento vivo. Negli ultimi quarant’anni ci sono stati troppi casi Tortora”. Sta per finire e sarà ricordata come la campagna dell’impostura, dei podcast, di Meloni che da Fedez si arrabbia perché la interrompono “e fammi finì. Mi hai fatto perdere ‘er ragggionamento”. Dice la sorella, Arianna, “sono state spammate fake news” e che “questa è una buona riforma. Forza”. Sono servite settimane, troppe, per arrivare alla semplicità, al “sono avanzati gli sciatti e i negligenti”. Anche i magistrati riconoscono, come Mantovano, che la fiducia degli italiani nelle toghe si è “affievolita” e tutto questo malgrado la riforma, malgrado il Sì e No. Votate. I leghisti lo faranno con il singhiozzo, pensando al loro Umberto Bossi. Direbbe Meloni che è solo un ragggionamento. Anche questo: il simbolo della giustizia, da tempo, non è più la dea bendata ma la mutanda.

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  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio