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L'inchiesta

La peggio gioventù schleiniana. Così i riformisti scappano dai Giovani democratici

Riccardo Carlino

Nostalgia per falce e martello, guai a votare Sì al referendum, kefiah per tutti e se non ci stai: “Sei un fascista”. Inchiesta sulle giovanili del Pd al tempo di Elly. I racconti dei ragazzi spintonati fuori

"I Giovani democratici mi hanno dato del fascista solo perché voto Sì al referendum sulla giustizia, ma vi rendete conto?”. Non riesce a dimenticarselo Karim Tabti,  diciassettenne pugliese, che ripercorre con il Foglio le tappe della sua permanenza nell’associazione degli under trenta del Pd: “Ho tanta rabbia repressa verso quelle persone. Mi verrebbe voglia di lanciare un tavolo fuori dalla finestra quando ricordo queste cose. Farebbero prima a cambiare nome: quel partito sta diventando tutto, tranne che democratico”. Dentro i circoli della giovanile del Pd è in corso una silenziosa epurazione. Non si usano queste parole, naturalmente. Si usa il vocabolario della coscienza politica. Si dice che qualcuno “non è allineato”, che “fa il gioco della destra”, che è, in fondo, un fascista. Lo dicono a chi vota Sì al referendum sulla giustizia. A chi non indossa la kefiah. A chi ricorda Bettino Craxi senza sputarci sopra. In questo articolo parlano molti di loro, molti degli sputacchiati. In tutta Italia. Raccontano come sotto Elly Schlein una giovanile di partito si sia trasformata in una piccola chiesa intollerante, con i suoi dogmi, le sue scomuniche e il pugno chiuso come simbolo di fede.

Sei mesi fa la giovanile del Pd, i Giovani democratici (Gd), giaceva ancora abbandonata in uno scantinato del Nazareno. La segretaria Schlein l’ha ritrovata moribonda, il commissario Lorenzo Innocenzi le ha praticato il massaggio cardiaco. Tempo un mese di flebo e riabilitazione ed ecco arrivato il congresso con una nuova segretaria nazionale: Virginia Libero. Candidatura unica, anzi blindata. Si è cercato in ogni modo di non ripiombare nel fattaccio del 2020, quando il congresso giovanile organizzato nella prima estate del Covid ha dato un risultato incerto e tutto è rimasto bloccato in mezzo a riconteggi e accuse reciproche di brogli. Il commissariamento deciso da Schlein anni dopo ha riportato ordine e disciplina in una giovanile ormai sfaldata e litigiosa, per anni sopravvissuta esclusivamente grazie alle sue sezioni locali sparse per l’Italia, che hanno mandato avanti le loro attività in totale autonomia.

Ed è proprio in quei circoli che si sono consumati i conflitti più aspri. “Più volte ho avuto l’impressione di trovarmi davanti a estremisti”, ci dice un giovane democratico di Roma. Preferisce mantenere l’anonimato, come tante delle voci che abbiamo raccolto. Un po’ perché l’ambiente liceale e universitario in cui i Giovani democratici si raccolgono è ristretto e “in facoltà ci conosciamo un po’ tutti quanti”. Un po’ perché si cerca di preservare al massimo il proprio nome e non esporsi davanti a Marta Bonafoni, consigliera regionale del Lazio mandata da Schlein a fare scouting di talenti freschi nella giovanile, per spedirli in Parlamento nel 2027. Insomma: va bene la lotta tra riformismo e radicalismo di sinistra, ma perché rischiare di vedersi sbattere la porta in faccia per un’intervista?

“A noi riformisti ed ex renziani non ci vogliono”. Si ragiona sempre negli stessi schemi di quando Matteo Renzi entrò al Nazareno da rottamatore: tempi in cui chi ci parla vedeva ancora i cartoni in tv masticando la cannuccia del succo di frutta. Quel 40 per cento superato dal Pd alle elezioni europee del 2014 con la guida dell’ex premier ha convinto molti giovani a tesserarsi nella giovanile. “Ho aderito a quattordici anni e ho ottimi ricordi delle battaglie liceali e del periodo di Renzi come segretario. Poi però nel 2019 sono salito a Roma per una sessione con i Giovani democratici, e durante un incontro mi hanno accusato di essere di destra solo perché avevo espresso la mia simpatia per Bettino Craxi. In quell’anno ho deciso di andarmene”. Lo ricorda Gabriele Zammillo, pugliese classe 1999, che non a caso dopo aver lasciato il Pd è entrato nella segreteria nazionale dei Giovani socialisti con la delega di responsabile Meridione. Ma nei circoli basta anche meno per farsi dare del reazionario. “E’ sulle sciocchezze più impensabili che si consumano i litigi peggiori”, aggiunge l’altro giovane riformista, il renziano di Roma, che riporta un episodio specifico: “A metà 2024 un ragazzo, anche lui poco incline all’estremismo, è stato accusato di essere di destra per essersi presentato a una direzione indossando una polo della Ralph Lauren da 60 euro circa. E’ stato dileggiato per settimane, ma la maggior parte delle critiche arrivava da gente del centro storico romano con patrimoni imbarazzanti. Stanno ancora fermi agli anni Settanta, quando bastava uscire col giubbotto sbagliato per essere additati come fascisti”. Del resto, prosegue, “è facile lì dentro essere immediatamente percepiti come corpi estranei: basta non farsi una foto col pugno chiuso”. Pratica abbastanza in voga nei circoli locali dei Giovani democratici, come si vede facilmente da ciò che pubblicano su Instagram: pugnetti alzati nelle foto di gruppo alle manifestazioni pro Pal di ottobre (immancabile l’hashtag #genocide) ma anche dentro le sezioni stesse, in cui la bandiera arcobaleno del pride fa assonanza cromatica con quella della Palestina. “La cosa più surreale è che il ragazzo messo alla gogna per quel capo firmato adesso è un alto dirigente dei giovani a Roma. Nel 2023 era anche a favore del nucleare, oggi ha cambiato idea, ha rinnegato il suo riformismo per fare carriera. Per conformismo. E molti dei miei amici, che fino al giorno prima avevano il libro di Renzi in tasca, hanno rinunciato alle loro idee pur di avere un po’ di potere”, ci dice un venticinquenne romano appena uscito dalla giovanile e ormai indirizzato verso quella di Italia viva: “Quando sono entrato nei giovani del Pd, nel 2019, c’era ancora spazio per il pluralismo. Oggi, se non la pensi come la maggioranza, sei da cacciare. Sembra una gabbia di matti”.

E' facile lì dentro sentirsi dei corpi estranei. Basta non farsi una foto con il pugno chiuso", dice un giovane di Roma

                      

Parli di cambi di casacca opportunistici e spunta il referendum sulla giustizia. La separazione delle carriere è prima di tutto una battaglia di sinistra. A volerla era Giuliano Vassalli, partigiano e padre del nuovo codice di procedura penale, ma anche i tanti del Pd che hanno firmato la mozione presentata nel 2019 da Maurizio Martina per candidarsi alla segreteria del partito. C’era scritto: “Il tema della separazione delle carriere appare ineludibile per garantire un giudice terzo e imparziale”. Non dovrebbe stupire dunque che qualche esponente del Pd – sia fra i giovani che fra i meno giovani – manifesti apertamente il suo sostegno alla riforma del ministro Carlo Nordio. “Quando ho collaborato con le forze di destra in un confronto politico per il Sì al referendum, i giovani democratici mi hanno dato del ‘fascistone’. Mi hanno accusato di stare buttando all’aria il partito”, racconta ancora Karim Tabti. E’ entrato nei Giovani democratici di Foggia nel 2023, per poi lasciare nel settembre del 2025 e diventare segretario cittadino dei Giovani socialisti. E’ lo stesso partito “dei grandi” a fare da cattivo maestro, lanciando sui social l’idea che chiunque si spenda per il Sì al referendum debba essere accomunato ai neofascisti di Casapound. La base più giovane assorbe il dettato e lo risputa in faccia a chi è di un’idea diversa. “Quelli del partito grande indottrinano male i ragazzi, che si ritrovano poi ad avere idee confuse. E infatti era impossibile fare un confronto serio con loro”, dice Tabti: “Più che un’organizzazione politica sembrava un dopo-scuola o una comitiva di amichetti”. Utilissimi però. “Ci chiamavano alle feste dell’Unità e agli incontri per fare numero, per distribuire materiale elettorale. Passavamo le nottate a mettere manifesti: eravamo manovalanza”, spiega Domenico Chianese, uscito dai Giovani democratici di Locri nel 2022 per aver raggiunto il limite massimo d’età. “Ma anche quella alla fine era attività politica. Il ragazzo che si iscrive alla giovanile partecipa, fa gavetta e magari trova terreno fertile per le sue idee”.

Sulla politica estera, però, c’è poco di cui discutere: i Giovani democratici parlano ampiamente di antisionismo, genocidio a Gaza, colonialismo e apartheid in Palestina. Slogan strillati in piazza e poi ribaditi sui social, con qualche eccesso. A febbraio l’account dei Giovani democratici di Bergamo se ne esce con la scritta “Meglio maiale che sionista”, semi-citazione della celebre battuta che Marco Pagot, aviatore dalle sembianze suine, utilizza in “Porco rosso” di Hayao Miyazaki per declinare l’invito a tornare in aviazione: “Piuttosto che diventare fascista preferisco essere un maiale”. Sui social hanno difeso il post: “Questo non è antisemitismo. E chi si ostina a sostenere il contrario ha un progetto politico ben preciso”. I piccoli bergamaschi si erano già fatti notare nel novembre dell’anno scorso andando a manifestare contro la presenza di Emanuele Fiano – ex deputato del Pd, figlio di un ebreo italiano sopravvissuto alla Shoah e segretario nazionale di Sinistra per Israele – a un incontro organizzato a Bergamo insieme a Luciano Belli Paci e Gabriele Eschenazi. “Queste sarebbero le nuove leve del Pd? Qualcuno le forma, le guida, le corregge?”, si chiedeva lo stesso Fiano in una lettera al Foglio poco dopo che il caso è scoppiato. Alla fine il post è stato eliminato e sostituito da un comunicato stampa di “scuse sincere e senza riserve a tutte le persone e le comunità ferite dalla nostra grafica”. C’è chi però non avrebbe arretrato di un millimetro: “Quel post non andava cancellato. Mi è sembrato esagerato condannarlo, anche perché l’antisionismo non è antisemitismo”. Lo confessa, sempre in anonimo, un giovane del Pd molto vicino all’area più a sinistra della giovanile, quella che si affaccia al progetto “Una cosa di sinistra”: un ibrido tra un blog, una corrente e un think-tank politico, che promuove campagne e iniziative in tutta Italia. Al suo interno i giovani dem danno il loro contributo, come si vede dai numerosi video sui social. C’è il segretario dei Giovani democratici di Roma Jacopo Augenti che riguardo agli imprenditori dice: “Dobbiamo tornare a chiamarli padroni”. Oppure Lorenzo Pacini – giovane assessore a Milano e nome in ballo per il dopo Beppe Sala – che al microfono esclama: “Essere moderati non serve a niente!”, mentre la platea si abbandona ad applausi e grida liberatorie (“Ooh!”), come se l’invito a “tornare a essere più combattivi” fosse finalmente arrivato dopo tanto tempo di attesa. A voler peccare di malizia, il primo discorso da segretaria di Virginia Libero tradisce un indirizzo abbastanza definito: “Ora noi ci siamo. I Giovani democratici sono una risorsa per il Partito com… ehm, democratico”.

                                                 

Dopo l’elezione al congresso nazionale di Napoli di novembre, i piccoli dem l’hanno acclamata intonando “Bella ciao”. Pugnetti chiusi al cielo, neanche a dirlo. C’è chi però conserva ancora brutte memorie sul periodo immediatamente precedente, in cui era fra le file dell’Udu Padova, associazione studentesca universitaria di cui è stata presidente. “All’epoca, nel 2022, quando cominciavano a partire i razzi da Gaza su Israele, da iscritto all’associazione ero stufo di ascoltare la solita propaganda simil-antisemita dell’Israele colonialista. Mi esposi pubblicamente per evidenziare il fatto che nello stato ebraico vivono più di due milioni di arabi palestinesi, rimarcando la complessità della situazione”, ricorda un ex studente veneto, anche lui preferisce rimanere anonimo. “Il giorno dopo mi invitano con una scusa a un aperitivo. Lì ci ho trovato alcuni importanti esponenti dell’associazione che per un’ora mi hanno chiesto di abiurare le mie posizioni, ritrattarle e anzi andare in piazza a sostenere la resistenza palestinese. Secondo loro, sentire cose discordanti sul tema dentro l’associazione avrebbe fatto male al dibattito interno. Io dissi di no”. Interpellata da questo giornale, Libero ha affermato di non essere al corrente di alcun tipo di episodio del genere.

Rimane il fatto che è proprio su Gaza che gli animi dei Giovani democratici si accendono con più ardore. “E’ anche una questione di calcolo politico”. A parlarci stavolta non è un riformista, ma uno schleiniano. Secondo lui, i riflettori sono puntati sul conflitto in medio oriente per racimolare più voti: “Avendo in Italia più cittadini di nuova generazione e afferenti al mondo del Maghreb, la questione è molto sentita. Ecco perché si privilegia di più quel fronte e meno quello ucraino”. A riequilibrare lo scarto di attenzione ci ha provato Ludovico Manzoni, che, come primo atto da responsabile Esteri dei Giovani democratici, ha scelto di andare a Odessa il 24 febbraio scorso in occasione del quarto anniversario dell’invasione russa. “Esserci è un atto politico di vicinanza al popolo ucraino, martoriato da anni di guerra. Ascoltare la voce del popolo che sta subendo è la prima e più importante direttrice per guidarci nella risoluzione di un conflitto”, ha scritto in una lettera al Foglio.

                               

Superata la ricorrenza, però, tutto si riassesta nel classico manicheismo: resistenza palestinese da un lato, nazisti sionisti dall’altro. Ci si scaglia anche contro lo stesso Pd pur di far valere la propria idea. Salta agli occhi il caso del ddl sull’antisemitismo promosso da Graziano Delrio, senatore del Pd ed ex ministro delle Infrastrutture, tra le personalità più note del riformismo. A detta di molti esponenti del centrosinistra, la definizione di antisemitismo contenuta al suo interno censurerebbe anche le critiche più banali all’operato di Israele. Anche qui, i più piccoli imitano i grandi (nonostante molti di loro avessero approvato quella definizione anni prima). Ed ecco che sui social dei Giovani democratici napoletani la proposta viene ribattezzata “ddl Delirio”, con l’accusa di essere “una vergognosa torsione autoritaria e una limitazione del dissenso. Inaccettabile da chi ha in tasca una tessera del Pd”. Nei commenti sotto i post c’è chi vorrebbe che “questi elementi fossero allontanati dal partito”. Mentre nelle chat private si calca di più la mano verso gli esponenti più riformisti: “Odio la Picierno. E’ una liberale di merda”. Poca roba per la dem e vicepresidente del Parlamento europeo, sotto scorta da mesi dopo le minacce arrivate attraverso mail, lettere e post da filoputiniani ed estremisti pro Pal.

“Questo approccio è solo respingente, elitario, settario. Il rischio è che venga percepito così anche il partito”, ci dice ancora il Giovane democratico romano e riformista: “Così si perde e basta”. Sia voti che tessere. “Tra Locri e provincia gli iscritti sono passati da 1.200 a poco meno di 200: un calo abbastanza grave per un partito che ha sempre fatto del radicamento territoriale la sua forza”, prosegue l’ex Gd Chianese. “Sono uscito dal Pd anche per colpa dei Giovani democratici”, dice invece Daniele Nahum, presidente dell’Unione giovani ebrei d’Italia per tre anni e oggi consigliere comunale a Milano in quota Azione. “Qua loro hanno fatto dei convegni sull’apartheid in Palestina. Hanno invitato addirittura una giovane musulmana che aveva esaltato il 7 ottobre come atto di resistenza”. Presenti, tra gli altri ospiti, anche la relatrice Onu Francesca Albanese e Moni Ovadia, artista e attivista schierato per i diritti dei palestinesi: “Ormai hanno una linea davvero di sinistra estrema, e i Giovani democratici a Milano hanno in mano il partito con una filiera di consenso molto forte. Il rischio, quindi, è che al prossimo consiglio comunale ci siano tantissimi Gd con quelle posizioni lì”, avverte Nahum.

"I Giovani democratici? Più che un'organizzazione politica sembrava un dopo-scuola o una comitiva di amichetti"

                         

“Sono orgoglioso di aver lasciato i Giovani democratici. Fra i socialisti ho ritrovato l’autonomia che prima mancava. Il riformismo oggi anche nel Pd è in declino”, continua il giovane socialista Zammillo: “Ormai non riconosco più la giovanile dem dove sono cresciuto”. Con una classe under 30 così appiattita alle frange più estreme e radicali, che ne rimane dei Giovani democratici? “Un recinto. I ragazzi più giovani vengono tenuti dentro, magari gli si concede una nomina o un incarico che gli permette di avere un po’ di visibilità, niente più. Questi circoli avrebbero una grande funzione sociale perché permettono ai ragazzi di crescere, ma sia Pd che Gd non sembrano averlo capito”, conclude l’ex giovane dem Chianese. Che vedendo come si sono messe le cose dalla sua uscita in poi sta perdendo piano piano ogni legame con il mondo della sinistra in cui è cresciuto: “Tornassi indietro non prenderei mai la tessera, infatti ho mandato la richiesta per disiscrivermi dall’anagrafe degli iscritti del Pd. Ormai fatico anche a guardare La7”. Quando si dice tagliare i ponti.