Voci da Roma

La piazza di Schlein, Conte e Landini dice No a tutto: "Vota Sì chi ha commesso delitti"

A Piazza del popolo si chiude la campagna per il No. C'è un mantra: la Costituzione è intoccabile. Di correnti, magistrati e separazione delle carriere non si parla. I manifestanti sono lì per mandare a casa il governo. Il segretario della Cgil riunisce il campo largo

Nicolò Zambelli

"Vota 'Sì' chi ha commesso delitti ed è stato inquisito. Chi vota 'no' sono persone per bene". I manifestanti per il "no" influenzati da Nicola Gratteri. Ieri 18 marzo, dalle 17 Piazza del Popolo a Roma è stata teatro della chiusura della campagna elettorale per il referendum per il fronte del "No". Ad organizzare una manifestazione è stato Società civile per il no, comitato costola della Cgil. A intervenire dal palco il ssegretario Maurizio Landini, che grazie al referendum è riuscito a riunire il campo largo. Presenti tutti i partiti dell'opposizione contrari alla riforma della giustizia (tranne i "liberi" di Italia Viva). E tutti i leader: Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni.
 

La piazza convocata resta mezza vuota per tutta la manifestazione. E a riempire gli spazi una grande scritta – "Vota" – fissata a terra. Il "No" che l'ha completata è apparso solo intorno alle 19 e 30, ed è stato rimosso appena Schlein ha concluso il suo intervento. E in effetti non è stata l'unica cosa a finire: una volta che la segretaria dem ha parlato dal palco, gran parte dei manifestanti si è recata a casa a cena.
 

Nel corso della manifestazione un concetto ha regnato sovrano: la Costituzione è stata scritta dai padri della Repubblica antifascista e per questo è impossibile modificarla. La riforma tenta di farlo e quindi la carta va difesa. I cittadini arrivati a piazza del Popolo ripetono tutti questo mantra, ma non c’è nessuno che prova a entrare nel merito della questione. Anzi. "Voto 'No' perché il governo è fascista, Meloni è la prima dei fascisti", dice un maifestante con la bandiera di rifondazione comunista. "Sono qui per andare contro l'esecutivo, sì. Soprattutto per questo", ride una signora anziana.
 

Di magistrati e separazione delle carriere non si parla. Di correnti nemmeno. Le uniche nominate sono quelle interne al Pd, mormorio di qualche manifestante che dice ai compagni, mentre guarda il palco: "Una parte del Pd vota sì, è questa la cosa fastidiosa".
 

I leader arrivano scaglionati. I primi sono la coppia di Alleanza Verdi e sinistra Fratoianni-Bonelli. Schlein si prende il bagno di folla. Mentre Conte arriva da via Ripetta, per salutare i militanti del Movimento 5 stelle, in disparte rispetto a tutto il resto dei manifestanti, che nel corso dell'evento si è mischiato in tutte le sfumature di rosso possibile. Landini fa un intervento fiume, e proprio mentre parla inizia a piovere. Annuncia: "Dal giorno dopo il referendum, se vince il 'No', presenteremo una vera riforma della giustizia". E a margine del palco, coi giornalisti, ammette che la campagna elettorale è stata "piena di arroganza".
 

Nel calderone degli interventi dei leader, oltre alla solita retorica che vede il governo complice di sottomettere i giudici, finiscono anche la guerra in medio oriente, la Palestina e il pericolo di una presunta deriva autoritaria. Landini ha avuto il merito di far riunire il campo largo, e ha chiesto che anche dopo il voto "si resti uniti". Per molti manifestanti il referendum sarà l'occasione per dimostrare al centrodestra che un'altrernativa esiste. Peccato che sia tutta basata su un grande e grosso "No".