Ansa
Il signor Quod
Magari non avrà il quid, ma Antonio Tajani ha il phisique du rôle per fare il suo mestiere
La sua base è monarchismo perfino non dissimulato, giornalismo, spirito repubblicano acquisito, lavoro parlamentare e lavoro ministeriale e lavoro di partito fino all’eccesso dello stress, ma senza che si veda nell’estrema fedeltà a sé stesso e agli altri. Il Quod assoluto
Non ha il linguaggio e la gravitas della crisi, forse, ma ha occhi buoni e stupefatti da fumetto. Ha esperienza da vendere e ha l’aria di saper fare il suo mestiere di ministro degli Esteri, come seppe presiedere il Parlamento europeo, anche senza dirlo o mostrarlo con l’eloquenza un po’ supercazzolitica di un D’Alema o di un Fini, gemelli in autorevolezza evasiva e vuota. Non gli si può dire chapeau, ad Antonio Tajani, per via di quel berretto Maga finito tra le sue mani imbarazzate, però al grandissimo Giuseppi gliele ha suonate ben bene. Eppoi la famiglia Berlusconi gli dà un dito doveroso e doverosamente testamentario, ma trattiene la mano. Prudenza, dunque. Non fino al punto di negargli un sostituto efficace di quel che il Cav., benedetto nei secoli, negò ad Angelino Alfano, il quid. Con il reprobo Buttafuoco, tanti anni fa, concordammo un paio di pezzi frondisti da sballo, il Cav. all’apice del successo, e li intitolammo “I rovinati da Berlusconi”. Era un specie di pink list, una black list ingentilita dallo stilema fogliante, di forsennati emuli e palafrenieri di rango che al contatto con il Divino si ritrovavano regolarmente sconsacrati e abbrutiti dalla disdetta politica e ambientale. Non riferisco i nomi oggi, perché sono un Maramaldo, ma non troppo, e io stesso, palafreniere tra i palafrenieri, ho fatto quel che dovevo e potevo per non finire nella colleganza con “i rovinati”. In questo mi sento modesto compagnuccio proprio di Tony Tajani. Una eccezione al riserbo, per arruffianarmi Antonio, è proprio quella di Alfano.
Che ha avuto la perspicacia di capire che il Cav. aveva sempre ragione, oltre ad aver fatto cose buone e buonissime, e dunque era meglio, dopo qualche arabesco, passare dal Parlamento ai consigli di amministrazione. Mi dispiace per il quiddissimo Baffetto, anche lui riparato a dar consigli nella società più o meno civile che tanto disprezzava quando era Lui, caro lei, e si fidava di Hezbollah più che di Veltroni, da vero cultore della civiltà contro la barbarie, ma Tajani ha il phisique du rôle, con quella curva semiobesa che lo tiene con i piedi per terra, e il Cav. aveva capito che se non il quid, per lo meno ha il quod. Il nostro signor Quod. Non sbaglia spesso, quasi mai, in realtà, sebbene la sua carriera al vertice sia non priva di inclinazioni alla gaffe, e alla fine tutti, tranne il turpiloquente e simpatico Giachetti, l’onesto Bonelli, e baby Schlein, e il Royal Baby Renzi, glielo riconoscono.
Antonio, il caro Antonio, è mascotte, beniamino e ministro felice, oltre che Successore non più in pectore, con risultati onestissimi. C’era da scommetterci? No. L’impossibile conquista del quod non sembrava alla sua portata, francamente. Ma è avvenuta per la solita via italiana, ci sei e non ci sei, virtù modeste e poca voglia di fare ombra ad alcuno, ma tenacia e un certo senso della misura, molto diritto internazionale intensamente parlato e un sapiente corteggiamento della forza, dovunque essa sia. La sua base è monarchismo perfino non dissimulato, giornalismo, spirito repubblicano acquisito, lavoro parlamentare e lavoro ministeriale e lavoro di partito fino all’eccesso dello stress, ma senza che si veda nell’estrema fedeltà a sé stesso e agli altri. Il Quod assoluto, appunto. Se non chapeau, almeno berretto.