Il racconto

Meloni e la malasorte: apre e (chiude) al dialogo con l'opposizione. Il governo vota parte della mozione Pd. La faglia referendum

Carmelo Caruso

Usa toni moderati al Senato, ma alla Camera attacca Conte e accusa: "Non volete dialogare, ditelo". L'appello di Crosetto: "Uniamoci". E' terrore referendum e scaricabarile fra Tajani e Salvini

La malasorte migliora Meloni. “Non volete dialogare? Ditelo chiaramente”. Apre (e chiude) al dialogo. E’ più forte quando è disarmata e vulnerabile, quando al Senato Meloni abbassa la voce, la modera, e dice: “Sono disponibile ad aprire un tavolo con le opposizioni”, “credetemi, sono sincera”. Il governo dà parere favorevole, in parte, alla mozione del Pd su Iran. E’ migliore questa Meloni dell’altra che, alla Camera, se la prende con lo strabismo della sinistra, con Clinton, Giuseppe Conte. E’ la prima volta che Meloni parla come una dama di velluto, la signora “oh Gesù, chi me lo doveva dire…”, ed è forse vero, come spiega Francesco Boccia, che soffia il vento della caduta, perché “ il suo tono basso è solo il tono di chi teme di perdere il referendum”. La malasorte si è accanita e Guido Crosetto implora le opposizioni: “I governi passano, ma questo è un momento brutto. Ascoltatemi, brutto. Uniamoci”. Gli manca solo un rosario nella tasca.


Sono come gli amanti che guardano il telefono e pensano digrignando i denti: “Fallo tu prima di me, cosa aspetti?”. Peppe Provenzano, uno a cui la madre ha insegnato che si saluta per strada e si toglie il cappello, lamenta che “Meloni non ci ha mai chiamato e invita adesso a Palazzo Chigi quando si è arrivati al dessert. Noi siamo persone educate. Ci siamo. Ma Meloni lo vuole davvero?”. Nessuno crede, a sinistra, in questa apertura di Meloni, questo tavolo, tavolino, la politica come falegnameria, che per Enzo Amendola è “già uno sgabello” e per Lorenzo Guerini “il non possiamo tirarci indietro”. Al governo sono spaventati delle parole di Nicola Gratteri al Foglio, “faremo i conti dopo”, tanto che Tajani rivela che a “me questa frase di Gratteri mette i brividi. Cosa intende fare? Andare a cercare chi vota sì? Non si può intimidire la stampa”. Anche Meloni quando ha letto l’intervista ha allargato gli occhi. Parlano per lei i ministri perché il mandato, da Chigi, è: uscite! Cosa accade, se si perde? Hanno adesso paura di rappresaglie dei pm, di avvisi di garanzia, da parte dei magistrati, le sirene di mattina, la Guardia di Finanza che arriva a casa, i fascicoli come i missili che Trump lancia su Teheran. Si stanno già dando la colpa a vicenda. Salvini rimprovera a Tajani di occuparsi di Consob, di mettere un veto su Federico Freni, anziché parlare di referendum, e Tajani dice che “io non avrei mai  parlato come Bartolozzi, non è la mia lingua”. FdI rimprovera alla Lega di non aver fatto abbastanza, la Lega rimprovera a FdI di aver lavorato sul territorio. Non è il “no” che sale sui sondaggi, ma  la malasorte. C’è una telefonata di Meloni con gli alleati del G7, la telefonata che è la tazza da tè di Fabrizio Alfano, il portavoce di Meloni, “perché io vendo acqua ma te la profumo. E’ il mio lavoro”. E lo fa bene. La vende ai clienti affezionati, a chi gliela imbottiglia con l’etichetta “purissima”. Ogni telefonata con Trump, anche quella di ieri, diventa “un coordinamento di Meloni” e una strizzata d’occhio di von der Leyen può ingigantirsi in “Ursula  ci aiuta”, mentre un aggiorniamoci è “una nuova proposta di Meloni di allargare ai Paesi del Golfo…”. La verità, come dice Graziano Delrio, è che “esiste già il coordinamento dei ministri della Difesa, il formato E5 plus. Per il resto sono il primo a dire che Meloni, nella sua premessa, è stata perfetta ma i coordinamenti già ci sono e se Meloni vuole sul serio fare l’europeista superi il sistema di unanimità, abbandoni Orbán”. Meloni stringe quattordici fogli e quando La Russa le porge la parola, comincia con “preferiremmo non affrontare da soli questo momento, è sempre bene che una nazione sappia compattarsi”. Mario Monti le rimprovera: “Ma lei cosa ha fatto per unire l’Europa?” e Meloni replica con “possiamo non essere d’accordo su Trump, ma possiamo solo contro-manovrare”. Il Pd si vota la sua mozione e Conte, forsennato, vota la sua,  arruffa le malebarbe indurite dalla vita, dai dolori, perché, dice Conte: “Che ci vado a fare a Chigi? E la smettano di parlare sempre di Superbonus ormai è la loro superscusa. Presidente lei non ce l’ha fatta. Ha perso l’aplomb”. C’è la novità di Calenda che vota con Renzi, con la mediazione di Lella Paita, e di Madia che vota con Renzi e Calenda. C’è Boccia che precisa: “L’appello di Meloni vale solo se si presenta il 18 nuovamente e relaziona sul Cosniglio Ue”. Alla Camera, Meloni lo usa come pretesto: “Allora ditelo che non volete confrontarvi”. Più che Trump li separa le accise, i denari che mancano, anche se Meloni, continua a garantire, “io sono disponibile ad applicare il sistema delle accise mobili”. Maurizio Leo, il viceministro dell’Economia, usa il napoletano per aggirare la domanda: “Accise? E’ il participio passato del napoletano t’acciso!”. A volte, al Senato, passano scrittori. Uno di loro dice di ricordare una frase di una nota attrice del cinema italiano: “Nella vita: o hai il sedere o te lo fanno”. Si chiama malasorte e non c’è sondaggio, propaganda che regga. Dice Renzi: “Io so come ci si sente. Ti spronano: solo tu puoi vincere questo referendum, devi scendere in campo. Se Meloni perde somiglierà ad Akela il lupo saggio del Libro della giungla. Sarai il capo branco che perde il colpo. I tuoi iniziano a mugugnare. Parte un anno di stillicidio. E poi c’è il convitato di pietra, a Genova, Silvia Salis. Se Meloni perde, Bartolozzi può andare all’estero. Del resto il suo cervello ci è già andato”. Marcello Pera afferra una Camel e sussurra all’orecchio: “Se perdiamo, io non entrerò più in Parlamento per i prossimi trent’anni”. Non dialogheranno, non lo faranno, come nella canzone di Lucio Dalla, Telefonami tra vent’anni, perché c’è il referendum: “E io adesso non so cosa dirti/ e non ho voglio di capirti”.

Di più su questi argomenti:
  • Carmelo Caruso
  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio