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L'intervento
Il disordine, la guerra e il grande vuoto politico del nostro tempo
Dal 7 ottobre 2023 le vecchie categorie di giudizio non bastano più, ma le nuove non esistono ancora. Queste, come insegnerebbe Gramsci, sono le fasi più pericolose per tutti noi. La politica che manca e il diritto all’autodifesa che non può essere dimenticato
Secondo me non basta, a sinistra come a destra, dire oggi, “no alla guerra”, valore di per sé completamente giusto ma, come mostra la storia, insufficiente. Ho l’impressione che nell’equilibrio internazionale assestatosi dopo la Guerra fredda e oggi completamente saltato, e in questa fase di drammatica instabilità strutturale, più che di slogan e semplificazioni noi abbiamo bisogno di affinare l’analisi.
Lo scenario di guerra che il medio oriente e anche il Golfo Persico, e tutto il mondo di riflesso, stanno vivendo ormai dal 7 ottobre 2023, induce infatti, oltre che preoccupazione, paura e pena per le popolazioni civili coinvolte e straziate, anche la percezione di una complessità spesso contraddittoria, in cui le vecchie categorie di giudizio risultano insufficienti. Io ho sempre pensato, e lo confermo, che alla fine la migliore garanzia per la sicurezza delle nazioni, sia la politica e non la guerra, anche nei peggiori scenari internazionali come è l’attuale guerra in corso. Ma che contemporaneamente, e in parte all’opposto, il diritto all’autodifesa, per esempio di Israele, non possa essere dimenticato, come spesso accade. Questo basta per dare un giudizio su ciò che sta accadendo? No, non basta, ma è una base di partenza necessaria per cogliere la complessità. Tiene insieme due valori apparentemente contrastanti, il diritto all’autodifesa, e la scelta di preferire sempre la politica al posto della guerra, il che apre un dibattito che istintivamente rifiutiamo e cioè se esistano guerre giuste o meno, dimenticandoci che per la nascita delle democrazie europee del dopoguerra, proprio la guerra degli Alleati e la Resistenza dobbiamo sicuramente ringraziare. Questo ci fa dire “viva la guerra” perché è stata eliminata una guida sanguinaria che ha eliminato decine di migliaia di oppositori in pochi giorni, come Khamenei? No, ma ci rende consapevoli di come la guerra appaia veramente il teatro delle contraddizioni, e non sempre del bene contro il male e basta.
E’ dentro questo vuoto di ordine internazionale che si colloca il ruolo di Donald Trump. Non c’è dubbio che sia lui il protagonista più forte e decisivo nell’attuale contesto mondiale, la sua visione sembra essere ormai consolidata, con l’indirizzo di piegare a sé, anche con le armi, i paesi decisivi sotto il profilo strategico, sia per il loro posizionamento geografico sia per la loro ricchezza di materie prime; Venezuela, Groenlandia, Iran adesso Cuba, in evidente contrasto all’asse Russia/Cina, con nessuna attenzione alla libertà dei popoli oppressi dai regimi precedentemente al potere, come nel caso del Venezuela, ma invece operando per un cambio di regime semplicemente sottomesso alla volontà strategica e commerciale degli Usa e ai propri approvvigionamenti. Il tutto in spregio a qualsiasi nozione del diritto internazionale e a qualsiasi concertazione multinazionale con gli alleati. Se questo non si può accettare sotto il profilo morale ancora prima che politico, ciò rende assolutamente incerti anche gli esiti delle sue azioni, perché il fine appare in contrasto con quanto si dichiara.
L’attuale attacco all’Iran, diretto contro un regime liberticida, sanguinario e potenzialmente provvisto di armi nucleari, concentrato con i suoi proxy sulla volontà di distruzione dello Stato di Israele, nonché nemico storico degli Usa, non mostra infatti al momento nessuna chiara strategia di conclusione, che rimuova la minaccia iraniana, per rafforzare la sicurezza a lungo termine di Israele e del medio oriente.
Non appare chiara affatto la possibilità che i bombardamenti congiunti di Usa e Israele possano portare alla caduta del regime, e se quello sia effettivamente lo scopo; pur se la guida suprema Khamenei è stata eliminata, non appare chiaro se vi sia una classe dirigente democratica che possa prenderne il posto e se le gloriose manifestazioni per la libertà, di centinaia di migliaia di iraniani delle settimane scorse, sedate nel sangue dai pasdaran con decine di migliaia di morti, produrranno dall’interno, magari insieme alle minoranze etniche come i curdi, la caduta del regime. Certamente la caduta di quel regime produrrebbe un effetto benefico su decine di milioni di iraniani che vivono da quasi cinquanta anni privi di elementari diritti di libertà, e i cui parenti esuli manifestano insieme a noi nelle nostre piazze, e altrettanto la caduta degli ayatollah, cambierebbe in senso positivo l’equilibrio nel mondo arabo e del medio oriente, come per altro dimostra il sempre più marcato schieramento dei paesi del Golfo, attaccati dall’Iran, a fianco degli Usa e in parte con Israele, ma è questo che realmente vuole Trump? Questo può accadere con i bombardamenti dei missili israeliani e americani?
Tutti noi, spero, ci sentiamo orfani di un’Organizzazione delle Nazioni Unite capace realmente di esprimere una democratica regia della risoluzione dei conflitti del mondo, così come era stata pensata all’indomani della Seconda guerra mondiale, ma altrettanto siamo contrari a pensare che in sua assenza questa regia possa essere affidata all’egocentrismo pericoloso del presidente degli Stati Uniti, come nel caso del Board of Peace, e alle sue manie di grandezza, molto interessate a mantenere il proprio potere e la propria ricchezza, più che al bene del mondo. Allo stesso modo possiamo essere sicuri dei calcoli sulla propria sopravvivenza politica che fa Bibi Netanyahu, anche in questa guerra, in vista delle vicine elezioni politiche interne, in spregio alle proprie responsabilità per quanto successo il 7 ottobre, per quanto poi avvenuto a Gaza, per le violenze dei coloni in Cisgiordania, per il disegno di riduzione della democrazia in Israele come avviato con la proposta di riforma della giustizia e con i molti altri episodi in quella direzione; tutto questo non toglie che non possa essere dimenticato il diritto all’autodifesa di Israele e di ogni altro paese.
Domanda: i missili balistici puntati dall’Iran verso Israele da anni, da parte di un paese che ha continuamente definito Israele un demone da cancellare dalla carta geografica, e che ha armato e finanziato altri nemici più contigui a Israele come Hamas, Hezbollah, jihad e milizie sciite in Siria, costituiscono o no una minaccia armata reale per Israele? La risposta onesta può essere solo sì. E dunque il diritto all’autodifesa, previsto dalla Carta dell’Onu, può essere esercitato o no? Quello dell’Iran e dei suoi proxy è stato, come si definisce, una minaccia imminente che giustifica, secondo la giurisprudenza, una guerra preventiva (anticipatory self-defence)? E nell’azione di Israele, c’è una proporzionalità corrispondente alla minaccia come sempre l’Onu stabilisce? Io penso di no su questo punto, cioè che il diritto all’autodifesa esista ma che deve avere una misura, una proporzione, e sono queste le domande difficili e necessarie se vogliamo resistere alla sola onda emotiva. La verità è che non ci sarà mai una risposta definitiva, che non esiste più un organo comune nel mondo, capace di creare accordo su questi giudizi. Questo è il vero vuoto politico del nostro tempo.
Siamo quasi tutti contrari alle guerre che osserviamo da lontano. Ma raramente viviamo la condizione di chi sente su di sé una minaccia esistenziale concreta e dichiarata. E’ da questa distanza tra percezione e realtà che nascono spesso giudizi troppo semplici su conflitti che semplici non sono. E dunque il diritto all’autodifesa che produce una guerra, pur con le necessarie critiche alla sua proporzionalità, viene comprensibilmente cancellato dall’analisi degli effetti nefasti e drammatici che ogni guerra porta con sé, in termini di morti innocenti, di distruzioni e di migrazioni di popolazione. Nessuno, a partire dalla missione Unifil 2 nel sud del Libano ha impedito il riarmo di Hezbollah, tra il 2006 e il 2023, nessuno lo ha impedito adesso, dopo il cessate il fuoco dell’anno scorso, e dunque Hezbollah si è riarmato e riposizionato, e il giorno dopo l’inizio dei bombardamenti su Teheran, il 2 marzo, ha ripreso i lanci di missili su Israele. Questo autorizza una risposta di Israele secondo il diritto internazionale? Oppure la risposta in questo caso è sempre no? E per coloro che come me pensano che Israele abbia diritto di difendersi, ci impedisce forse di giudicare della proporzionalità della reazione? Certo che no, ma il mondo e qui da noi la sinistra vedono in genere solo la risposta israeliana e non le motivazioni.
Questo elemento va chiarito prima di entrare nel merito di cosa pensiamo noi del governo Netanyahu, e ne pensiamo malissimo sicuramente. Perché qui, in Italia, è sacrosanto parlare dei diritti nazionali del popolo palestinese che devono confluire nella creazione di uno stato palestinese, è sacrosanto condannare l’occupazione israeliana di quei territori dal 1967, e condannare le violenze inaccettabili e razziste dei coloni in Cisgiordania, ed il loro progetto di pulizia etnica in quel territorio, ma altrettanto bisognerebbe citare sempre il fatto che 10 milioni di israeliani vivono costantemente e dalla fondazione del loro Stato, circondati da un pericolo esistenziale reale e conclamato, come dimostrano non solo il 7 ottobre e i missili iraniani, ma anche decenni di lanci di decine di migliaia di razzi e di missili dal Libano e da Gaza e anche dall’Iran oltre che di centinaia di attentati terroristici. Rimango dell’idea che solo la politica alla fine porterà pace e sicurezza, ma non cancello le altre considerazioni. Altra domanda, i regimi totalitari si abbattono con le guerre? Questa domanda ci interessa? L’occidente ha risposte su questo? E l’Europa, oltre ad aver attuato sanzioni che si sono rivelate per nulla efficaci con l’Iran, ha mai realizzato atti concreti per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese, o per la libertà dell’Iran?
La nuova guerra porta con sé tutti questi elementi e queste domande inevase insieme. Reca con sé la memoria, che sono rari i casi in cui regimi totalitari siano stati abbattuti con la guerra, come nel caso di Saddam Hussein, ma che altre volte è successo che poi a quelle guerre siano succedute instabilità prolungata o nuove forme di autoritarismo; rovesciare un regime dall’esterno è più difficile di quanto Trump e il suo entourage pensino, soprattutto in paesi con forte identità nazionali come l’Iran. Non abbiamo la sfera di cristallo, nessuno può immaginare cosa succederà e nessuno vorrebbe la guerra, o vorrebbe vedere innalzarsi continuamente il numero di vittime civili, ma intanto nessuno rimpiange Khamenei; ma se la guerra non è una soluzione, e la politica ed il diritto internazionale non funzionano più, allora cosa resta? Il mondo è entrato in una fase di disordine internazionale in cui le vecchie categorie morali e politiche non bastano più, ma le nuove non esistono ancora. Il che, come insegnerebbe Gramsci, sono le fasi più pericolose per tutti noi.
Io ho sempre amato più l’Ulisse dantesco che quello di Omero, l’Ulisse che narra a Dante e Virgilio dalla bolgia in cui è avvolto da fiamma perenne, che dopo i pericoli che aveva attraversato con i suoi marinai, come il Polifemo e le Sirene e la maga Circe, convince i suoi non a tornare indietro verso ciò che già conoscevano, come la sua famiglia ed il suo regno a Itaca, come fa l’Ulisse di Omero, ma verso ciò che non conoscevano, “fatti non foste a viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza” e aggiunge “ma misi me per l’alto mare aperto” aperto, come sinonimo di progresso, di futuro, di ciò che necessita di nuove interpretazioni, non della nostalgia verso ciò che già conosciamo, con il quale ci appare semplice spiegare; e insieme ai suoi marinai sceglierà l’ignoto oltre le colonne d’Ercole, oltre ciò che ci appare difficile, incognito, ancora da capire ma portatore del fascino del futuro da costruire. Tutti noi abbiamo una grande assenza, la politica, la capacità di far crescere classi dirigenti politiche, che abbiano in mente la complessità della storia e dirigano le scelte, anche le più difficili, non verso la semplificazione, ma avanti: con il coraggio della risoluzione della complessità, che ci fa paura, ma che è esattamente il mare pericoloso nel quale dobbiamo navigare.