Verso il referendum

Imprese, lentezza, Csm, correnti . Le ragioni del Sì di Cottarelli

"La riforma è una buona idea per il paese", dice l'ex commissario alla Spending review nei governi Letta e Renzi, poi senatore con il Pd e oggi all'Università Cattolica di Milano

Marianna Rizzini

"La riforma è una buona idea per il paese", dice l'ex commissario alla Spending review nei governi Letta e Renzi, poi senatore con il Pd e oggi all'Università Cattolica di Milano

Voterà Sì, Carlo Cottarelli, economista con un passato in ruoli dirigenziali nel Fmi, ex commissario straordinario alla Spending review nei governi Letta e Renzi, senatore eletto da indipendente con il Pd e oggi direttore del programma Peses dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Voterà Sì, Cottarelli, convinto però più che mai della necessità “di abbassare i toni alla vigilia di un voto diventato guerra di religione da due parti”, dice, raccontando di aver rifiutato l’adesione a vari comitati del Sì proprio in virtù del fatto che la materia oggetto dei quesiti gli pare “una buona idea”, ma non “una questione di vita o di morte”. Intanto, mercoledì scorso, nel giorno in cui un sondaggio Ipsos dava il No in vantaggio, con l’alea della partecipazione che potrebbe ribaltare il risultato, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha parlato dell’impatto della giustizia sul sistema produttivo italiano: “La certezza e la velocità della giustizia e la responsabilità di chi la esercita è un elemento imprescindibile per lo sviluppo del mondo produttivo”, ha detto Urso, mettendo l’accento sui “costi” della scarsa fiducia nella magistratura e additando tra le soluzioni un Csm “libero dal gioco correntizio”. Anche l’ex premier Mario Draghi, nel suo Rapporto sulla competitività europea, individuava nella palude del sistema giudiziario (arretrati, tempi lunghi) un freno agli investimenti. Il Sì di Cottarelli ha a che fare anche con questo? E una vittoria del Sì creerebbe effetti positivi sul sistema economico? “L’impatto economico globale della riforma”, dice l’ex commissario, “non sarà, a mio avviso, particolarmente rilevante in sé, ma è vero che la lentezza della giustizia italiana ha un peso dal punto di vista economico. C’è chi dice che attualmente la magistratura non venga gestita in maniera efficiente per via delle pressioni politiche, ma io credo che queste ultime si manifestino per altri aspetti, più che rallentare l’efficienza. Da questo punto di vista, mi pare più importante l’aspetto dell’organizzazione interna dei tribunali – non per niente i giudici vengono considerati oggi alla stregua di manager”. Il fatto che la giustizia italiana sia percepita come lenta o non sempre imparziale pesa sulla fiducia degli imprenditori? “Gli imprenditori si lamentano soprattutto della lentezza della giustizia, anche se sono stati fatti ultimamente alcuni passi in avanti. Dieci anni fa la durata media dei processi fino al terzo grado di giudizio era di più di otto anni, attualmente siamo scesi a cinque. Ma non è abbastanza: anche se l’efficientamento del settore giudiziario era tra gli obiettivi del Pnrr, siamo infatti ancora indietro rispetto ai grandi paesi europei. Non penso però che il referendum risolverà magicamente la questione, e l’argomento dell’impatto economico della riforma, se usato come clava, mi pare complicato e arzigogolato”. Complicato e arzigogolato pare però a Cottarelli anche l’opposto argomento-clava del fronte del No, “quello secondo il quale il referendum mina l’indipendenza della magistratura”. E’ uno dei motivi per cui vota Sì: “Non vedo questo rischio”, dice. Chiediamo a Cottarelli se, a suo avviso, l’accanimento giudiziario a volte pretestuoso, magari seguito da assoluzioni piene – cose viste più volte in passato rispetto ad alcuni politici e imprenditori – può spaventare chi vorrebbe investire nel paese. “Ribadisco: ho sentito molte lamentele sulla lentezza, più che sull’accanimento”. In prima fila tra le ragioni del Sì di Cottarelli appare invece il modo in cui viene eletto il Csm: “Le correnti mi paiono effettivamente molto dannose per la credibilità della magistratura”, dice, “perché, proprio per via della loro azione, si tende a interpretare le decisioni dei giudici come atti politici. Certo, il sistema previsto dalla riforma, il sorteggio, non è perfetto, ma sinceramente è il male minore. Mi sembra invece forzata l’obiezione per così dire economica secondo la quale la presenza di due consigli superiori – più la Corte – farebbe lievitare i costi: sarebbero importi minori”. All’ex commissario straordinario sembra forzato anche l’“automatismo” tra una vittoria  del Sì e il via libera al premierato, argomento del fronte del No. “Sinceramente non vedo questo rischio. E a me il premierato non piace, sia chiaro. Se ci fosse un referendum sul premierato voterei No, ma la riforma della giustizia, ripeto, secondo me è, nel complesso, una buona idea per il paese”.

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  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.