(foto Ansa)

Giochi e intrecci

Le nuova legge elettorale è un regalone di Meloni a Schlein

Carmelo Caruso

La premier lancia una legge pasticciata per provare a rendere il paese più governabile,  ma anche per non perdere ciò che la destra considera come un asset: avere la segretaria dem a lungo  capo dell’opposizione

Chiamatelo con il suo nome: Ipocritellum. In pubblico dicono che è una “vergogna”, in privato pensano “ci conviene”. Arriva la nuova legge elettorale di maggioranza e la verità è che piace anche all’opposizione: sembra pensata da Meloni per avere come rivale Schlein e a Schlein per consacrarsi l’anti Meloni. E’ una legge proporzionale scritta di notte (e si vede) di fretta, con un premio esagerato, senza preferenze, che permette ai leader di promuovere compagni di svapate, salvare fedelissimi, di correre ciascuno per conto proprio, senza indicare il nome del premier (sulla scheda) e scongiurare il pareggio. Povera creatura! E’ venuta al mondo prematura e per tutti, a parole, è il frutto della “vergogna”.

 

La legge nasce così: a notte fonda, il 25, per “distrarre dal referendum” (è la linea di Giuseppe Conte che durante il parto ammiccava) con i vagiti della Lega. Giancarlo Giorgetti continua a esclamare (lo hanno sentito in Aula): “Fare uscire il testo a ridosso del referendum è un segno di debolezza. Il proporzionale ci fa male. Rischiamo di scomparire”. Stefano Candiani, un altro, alla Camera, la sala d’attesa, commenta: “Annunciare di avere siglato un’intesa, oggi, è una cazzata. E’ come mettersi in costume e prendersi un febbrone”. Perché presentarla, ora? Enzo Amendola, l’ex ministro del Pd, è convinto che è “la tattica di Meloni, un modo perché ha già paura di perdere”. Attenzione, non l’ha inventata la destra. Hanno solo copiato, male, quello che la sinistra aveva scritto meglio. C’è una legge, a firma Finocchiaro-Zanda, due grandi protagonisti della sinistra italiana, che è simile. La nuova, della destra, prevede un premio di maggioranza a chi supera il 40 per cento e vale oltre 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. Gianni Cuperlo parla di “sproposito che consentirà di ipotecare l’elezione del capo dello stato”. Ma se vince la sinistra? E non è forse utile alla sinistra dover indicare un candidato, un riferimento, solo nel programma e non sulla scheda? Significa che al Campo largo non servirebbero le primarie. Lasciate perdere il latino e queste foglie che stanno già cadendo: la legge Stabilicum, il Panichellum e il Porcellissimus. E’ la prima legge elettorale mani avanti, un accordo siglato , qualcuno avrebbe detto, “con il favore delle tenebre”. E’ FdI a far sapere che “l’intesa è stata trovata”. Tajani e Salvini si accodano. Claudio Mancini, l’acatapano del Pd romano, prevede che “Meloni ci porta al voto. Vuole dare la spallata, alzare la posta, andare alle urne già a giugno”. Ma non è stata Schlein a precisare “mai governi tecnici”? La notte di mercoledì, Meloni capisce che il clima si sta guastando, che il referendum è davvero in bilico e che serve un diversivo, uno scudo. A sinistra smentiscono ma a destra confermano: “Conte ci ha lasciato intendere di andare avanti, Avs avrà almeno 15 deputati in più”. Qui la spallata è il darsi di gomito, la sceneggiata, con “inaccettabile”, al posto del mandolino. 

 

Raccontano, e lo racconta sempre la destra, che “la legge era stata ampiamente annunciata e depositare il testo è solo un modo per non evitare le polemiche del golpe, dei pieni poteri, dopo il referendum”. Ma non è forse anche questo un modo per caricarlo? Lo spettro che si aggira, a sinistra, è l’elezione del capo dello stato, l’idea di eleggerlo con una manciata di senatori e con i delegati regionali. E’ vero? Lo chiediamo a Francesco Filini, che di Fazzolari è l’erede di sapienza, che risponde: “Falsità. E’ una legge elettorale per evitare governi para-consociativi”. La Lega non è d’accordo, non lo è sui tempi, ma è vero che al tavolo della legge elettorale si è seduto Andrea Paganella che sta a Salvini come Fazzolari a Meloni. Salvini farà le liste elettorali e si potrà finalmente vendicare. Alessandro Cattaneo, di FI, anticipa che il prossimo ottanta per cento dei parlamentari “verrà selezionato dai segretari di partito” e non è certo una novità. E’ andata così dai tempi del Porcellum e continuerà. Al Quirinale, dove la parola è “neutralità”, gli amici di Mattarella si limitano a ricordare che sarà la Corte a decidere sulla costituzionalità della legge. E’ da capire come viene assegnato il premio di maggioranza al Senato, su base regionale. Nota Stefano Ceccanti che la vera insidia è il premio di maggioranza perché se supera il 55 per cento (e lo supera) rischia di essere cassato dalla Corte e “la decisione – spiega sempre Ceccanti – arriva prima che legge venga applicata. O lo modificano o se la vedranno bocciare”. E’ irragionevole il ballottaggio (per chi non raggiunge il 40 per cento) che potrebbe portare alla paralisi. La mano che deposita il testo è quella di Lucio Malan, il capogruppo di FdI, ma l’iter inizia dalla Camera dove corrono a consegnarla, con firma, Molinari, Barelli, Bignami, Lupi, Urzì, Iezzi, Benigni, Colucci, Battilocchio, Paolo Emilio Russo. Passa Mauro D’Attis, di Forza Italia, che ha il dono della sintesi e ci spiega: “Se vinciamo il referendum vinciamo le elezioni al 70 per cento, altrimenti prendiamo il 70 per cento di vasellina”. E’ una recita e sono una recita anche queste note preconfezionate come i salumi. Per Schlein è “inaccettabile” (ma è meglio un governo di larghe intese? Ricordate come andò a finire come con Zingaretti?) e per Conte (che non vuole avere il nome di Schlein sulla scheda) la linea è “non commentiamo nel merito il testo. Serve solo a distrarre i cittadini. Diremo la nostra nelle sedi opportune”. Risponde Mulé: “La legge elettorale? Siamo solo usciti alla luce del sole”. Vannacci può restare fuori dalla coalizione e cercare il suo posto al mondo. Non è la fine della democrazia ma solo l’inizio della democrazia come azzardo, il baccarat della Costituzione: o vinci o perdi tutto.

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  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio