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L'editoriale del direttore

Avere Memoria oggi significa augurarsi di vedere indebolite le centrali tossiche dell'antisemitismo del presente

Claudio Cerasa

Chiunque abbia a cuore la lotta all’antisemitismo deve ammettere che indebolire il regime di Teheran è un passaggio necessario per evitare che il “mai più” di cui oggi in tanti si riempiranno la bocca rimanga solo una scorciatoia retorica

La memoria e il presente. L’antisemitismo di ieri e l’antisemitismo di oggi. L’odio di un tempo e quello contemporaneo. Ma esattamente, oggi, cosa vuol dire “mai più”? La distanza siderale dei pensatori occidentali dalla causa iraniana ci offre elementi di riflessione importanti per provare a rispondere a questa domanda e per provare a offrire ai lettori una chiave di lettura non convenzionale su cosa significhi onorare la Giornata della memoria. Che c’entra l’Iran con il 27 gennaio? Ci arriviamo. La distanza dei pensatori occidentali da quella causa ha molte radici ma nasce tendenzialmente da un grande equivoco e da una grande menzogna: la trasformazione inarrestabile del pacifismo in una scorciatoia morale utile a combattere non i veri nemici della pace ma i principali attori del capitalismo, dell’occidente, del mondo libero. Nell’indifferenza con cui il mondo libero e pacifista guarda in queste ore al destino del popolo iraniano c’è tutto quello che manca all’occidente per difendere la pace e per promuovere la libertà. In quell’indifferenza, in fondo, c’è il senso di colpa dell’occidente, da scontare con l’autoflagellazione.

 

C’è la sottovalutazione dell’islam, tema da rimuovere per, così si dice, “non fare il gioco della destra”. C’è la sottovalutazione del terrorismo, di cui è meglio non parlare per, così si afferma, “non fare il gioco di Israele”. C’è la sottovalutazione di quanto l’antisemitismo sia un veicolo di complottismo, di istinti liberticidi, di odio nei confronti del mondo libero. L’Iran, per il pacifista collettivo, è un tema tabù, e lo è in special modo oggi, Giornata della memoria, per almeno due ragioni: mette di fronte allo sguardo di ciascuno di noi quali sono le vere coordinate del mondo libero e costringe i leoni da tastiera devoti al più becero dei pensieri progressisti a dover fare i conti per un attimo con uno sprazzo di verità difficile da mettere a fuoco ma necessario da declinare. Sulla carta, non si può non considerare il regime iraniano il male assoluto, o uno dei mali assoluti, se si ha a cuore tutto quello che dovrebbe avere a cuore la sinistra: l’emancipazione della donna, i diritti civili, la libertà d’espressione, la lotta contro ogni forma di discriminazione. Sulla carta, dunque, a osservare con gioia i movimenti traballanti dell’Iran, e il possibile ridimensionamento del regime degli ayatollah, dovrebbero essere per primi gli intellettuali, i pensatori e i politici che si considerano nemici della destra brutta, sporca, cattiva.

 

 

Ma se questo non succede purtroppo non è un caso: è il riflesso di una torsione suicida con cui un pezzo del pensiero progressista si è ritrovato a difendere ciò che dovrebbe combattere e a combattere ciò che dovrebbe difendere. Se hai trasformato ogni critica all’islam nella spia di un sentimento xenofobo, non potrai che considerare l’islamismo radicale come un problema secondario. Se hai trasformato la diffusione del terrorismo in medio oriente in una reazione tutto sommato legittima alle presunte angherie dell’occidente, e non in un’azione dettata da una precisa ideologia, non potrai che considerare l’internazionale dell’estremismo come un problema secondario. Se hai trasformato l’odio contro Israele nell’unica bussola per coordinarti nella difesa della libertà nel mondo non potrai non essere spiazzato quando sei lì a scoprire che l’argine principale contro la proliferazione dei tentacoli del regime iraniano è quello stato che consideri come un nemico della libertà, ovvero Israele. Se hai trasformato l’islamismo in un utile contrappeso al capitalismo, all’America, all’occidente non potrai non considerare i nemici dell’islamismo radicale come delle canaglie fino a prova contraria. E se hai chiuso gli occhi in questi anni rispetto alle escalation infinite portate avanti dall’Iran, con i suoi alleati, in giro per il medio oriente e in giro per il mondo, non potrai che considerare come la vera escalation sia quella preparata dal mondo libero per ridimensionare il potere del regime canaglia degli ayatollah.

 

Lo stravolgimento assoluto delle priorità del progressista collettivo rispetto ai temi della difesa della libertà si accompagna poi a un tema collaterale e attuale: l’uso del “ma” nella lotta contro l’antisemitismo. Il 27 gennaio, lo sapete, è il Giorno della memoria, il giorno del ricordo, il giorno della commemorazione delle vittime dell’Olocausto. Dovrebbe essere un giorno caro a chi ha fatto dell’antifascismo un suo tratto distintivo. Dovrebbe essere un giorno caro a chi ha fatto della difesa degli ebrei, nel secondo Dopoguerra, un segno distintivo per discernere fra i difensori della libertà e i suoi falsi amici. Il dato incredibile di queste ore, dato che si sposa bene con i silenzi, le indifferenze, le sottovalutazioni del dramma iraniano, è che oggi gli antifascisti per dirsi nemici dell’antisemitismo hanno bisogno di utilizzare molti “ma”, tanti “se” e parecchi “però”. Contro l’antisemitismo, ma anche contro Israele. Contro l’antisemitismo, ma non contro l’antisionismo. Contro i nemici degli ebrei, ma non contro chi gli ebrei li vorrebbe cacciare dal loro stato. Contro l’antisemitismo, ma non contro chi ha fatto dell’antisionismo il proprio credo, la propria bandiera, la propria fede.

 

Avere memoria significa molte cose oggi. Ma se avere memoria significa combattere l’antisemitismo non si può non affermare con forza una verità necessaria da accettare: celebrare il Giorno della memoria senza celebrare i passi possibili contro gli ayatollah significa combattere gli antisemitismi del passato e alimentare quelli del presente. E per quanto Trump sia veicolo di orrori in giro per il mondo, chiunque abbia a cuore oggi la lotta contro l’antisemitismo, chiunque abbia memoria, non può negare una verità necessaria: indebolire ulteriormente la più grande centrale dell’antisemitismo del pianeta sarebbe un passaggio non sufficiente ma certamente necessario per evitare che il “mai più” di cui oggi in tanti si riempiranno la bocca somigli più a una scelta di campo che a una scorciatoia retorica. Buon Giorno della memoria a tutti.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.