L'intervista

Bettini: "Se Meloni vincerà il referendum, diventerà come Trump o, peggio, come Mussolini. I riformisti dem? Sono dei settari"

Ginevra Leganza

L'ideologo e dirigente dem: "Il referendum sarà uno spartiacque. Ho cambiato idea per oppormi alla destra amorale" 

Roma. “Se la Meloni dovesse vincere il referendum, avrebbe le condizioni per instaurare una permanente svolta autoritaria”. In Thailandia viene sera. Goffredo Bettini svela al Foglio le sue inquietudini. “Il referendum sarà uno spartiacque”, dice l’ideologo dem. Perciò lei, onorevole, non è passato al fronte del No, contro Meloni, per banale tifoseria. Lo ha fatto per scongiurarne i pieni poteri. Giusto? “Giusto. Con la vittoria del Sì ci sarebbero le condizioni per una svolta in piena sintonia con lo spirito del tempo. E cioè con Trump. Che è l’esempio di una destra amorale e senza limiti visto che il merito, per lui, non esiste. Esiste solo la forza, che fa il merito”. Meloni rivelerebbe un suo vero volto? “E sarebbe per me imperdonabile”. 


 “Sarebbe imperdonabile non vedere come questo sia il più grande pericolo che abbiamo dinnanzi”. Gli incubi di Bettini, a tarda sera, sono altresì i ricordi. Ecco l’inconscio: “Racconto un episodio eccentrico, surreale, totalmente estraneo alla situazione dell’oggi che tuttavia può aiutare a capire, per il suo carattere estremo”. Prego. “Mio nonno materno, devoto al Partito Repubblicano in modo fanatico e ingenuo, quando Mussolini fondò la Repubblica di Salò, in un primo momento ebbe la sensazione di una svolta epocale. Vide la parola Repubblica”. E? “E dalla gioia mandò cospicui finanziamenti al governo di Salò, e non fu il solo. Aveva perso completamente la cognizione del contesto. Anche se nel merito della condanna alla monarchia  aveva ragione”.

Lei ha perciò detto No per non finire, con Meloni, come suo nonno con Mussolini. Ma allora perché tanti uomini, a sinistra, voteranno in sintonia con FdI? “Posto  il valore politico del referendum,  rispetto la scelta dei compagni e delle compagne che rimangono fermi sul Sì”. Sembrava fermo anche lei, sino a poche settimane fa. Difatti le rimproverano di aver anteposto, agli ideali, gli obiettivi. “Contrapporre gli ideali agli obiettivi è incomprensibile. I miei obiettivi, come i miei ideali, nascono da una spinta etica e da profondi convincimenti. Vede, appena ho dichiarato che ero aperto al Sì, ho sentito una pressione dei giornali di destra. Hanno utilizzato il mio nome a dismisura. Per colpire il partito e tutta la mia parte politica”.  La legge morale dentro di lei, la destra amorale sopra di lei? “Il contesto ha pesato molto negativamente, sì. E poi le ‘anime belle’ che mi criticano, convinte che il contesto non possa prevalere sul merito specifico, o sono ingenue o troppo furbe”. In che senso? “Nel senso che non esiste un merito metafisico”. Cioè? “Non esiste un merito appeso al cielo. Non esiste nella realtà. E soprattutto non esiste nella politica. Il contesto è merito. Determina il merito. Ne svela il significato storico ed effettuale. Persino la morale, purtroppo, dipende dai tempi e dalle latitudini nelle quali si esercita”. Fenomenologia del Referendum.

La mente vota sì, il cuore dice no. Quanti uomini ci sono e quanto l’è pesata questa scelta? “E’ stata una scelta sofferta. Maturata in totale solitudine”. Non ne ha parlato con Conte? “Non ho parlato né con Conte, né con Schlein”. Una scelta sofferta che ad alcuni – veda Nordio – è sembrata per paradosso coerente. E ad altri – Di Pietro – una contorsione da valutare sul piano psichiatrico. “Con la storia che ha, consiglio a Di Pietro misura, prudenza, pacatezza. Doti che, nel suo lungo passato, non poche volte ha dimostrato di non possedere”. I riformisti del Pd, comunque, voteranno Sì. Forse per non appaltare l’intero successo al centrodestra. “Votare Sì per non appaltare la riforma alla destra è davvero un ragionamento contorto. Politicistico e illusorio. Nella realtà dei fatti, il Sì è solo un piacere a Meloni. Tant’è che anche Renzi è stato molto prudente e ha lasciato libertà di coscienza”.

Lo storico dell’arte Tomaso Montanari, dopo il Sì di Marco Minniti, li ha invitati  ad abbandonare il partito. Lei che ne pensa? “Non sono d’accordo. Il dissenso va compreso e verificato attraverso un confronto. Atti di repressione  non mi appartengono. Anche se…”. Sì? “Anche se Pina Picierno, solo per avere, io, sollecitato un chiarimento sulla politica internazionale in modo ragionato, fermo, rispettoso, ha detto che la voglio cacciare dal Pd. E dopo di lei Filippo Sensi ha sostenuto che non ho il diritto di definirmi un democratico. Gli ultraliberali-liberisti raggiungono settarismi da me mai sperimentati”.

Dovesse vincere il Sì, davvero non ci sarebbero benefici per il sistema giudiziario? “I benefici sono molto limitati. Nella riforma proposta, gli eventuali segnali in una direzione garantista, da me apprezzati, non compensano la totale carenza verso i problemi più drammatici e urgenti della giustizia. A partire dalla lunghezza dei processi, dalla loro riservatezza e sicura distanza da ogni strumentalizzazione politica, fino al carattere specifico, singolare di ogni responsabilità. Già nel mio intervento a Catania, di fronte alle Camere penali lo dissi”. Cosa disse? “Che non mi piace lo sforzo garantista del governo se accompagnato da una serie di provvedimenti che inaspriscono le pene, immaginano nuovi profili di reato, limitano le libertà di manifestare. Non mi piace l’idea che una volta condannato, l’imputato meriti l'inferno torturante delle attuali carceri italiane. Dubbi ne ho sempre avuti. Compreso il fatto che non mi fido del garantismo di alcuni che nel ‘92 inneggiavano alla forca”. Ogni riferimento a Di Pietro ci pare voluto. “Riferimento l’ho fatto più volte a mio padre, penalista repubblicano, che mi ha insegnato la sacralità dell'imputato. Certe sensibilità sono parte decisiva del mio essere. E non si manifestano a corrente alternata”. Però la riforma è sulla separazione delle carriere. Un quesito specifico. Se non ora, quando? “Ripeto: la separazione  e la rottura delle correnti all'interno della magistratura sono sembrate a me, fin dall’inizio, atti simbolici di garanzia per gli imputati. Seppure presentati in forma dubbia, a partire dalla scelta del sorteggio per comporre il Csm. Il governo ha rifiutato ogni approfondimento e confronto in Parlamento. Hanno loro svalutato il merito, mettendo in campo una inaccettabile prepotenza politica”. Mente Meloni quando dice che il voto non è un plebiscito su di lei? “Sì. Se fosse la verità del suo animo, avrebbe lasciato libertà di voto”.
 

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