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il caso cerreto e gli altri

Il ritorno del corvo di Montecitorio e altre storie su come (non) funziona la Camera

Salvatore Merlo

Un funzionario che consegna dossier contro i colleghi di scrivania e torna dopo sei mesi di pausa retribuita. Un padre capo di un figlio con ottime valutazioni certificate da fonte affidabile. Una coppia che gestisce sanzioni e ricorsi. È il "Palazzo delle Meraviglie"

Sei mesi di sospensione e stipendio ridotto a circa 3.000 euro netti: la Camera ha punito il “corvo di Montecitorio” con una severità che ricorda vagamente le vacanze pagate. In fondo che aveva fatto di male? Aveva solo recapitato un dossier anonimo contenente riferimenti alle inclinazioni sessuali e accuse di particolare gravità contro colleghi interessati alla medesima procedura di nomina. Poteva capitare a chiunque. Ai primi di febbraio tornerà a fare il suo lavoro di consigliere parlamentare. D’altra parte niente dice “senso dello stato” come un dossieraggio ben orchestrato seguìto da una vacanzina amministrativa. Si apprende in questi giorni – per vie traverse, naturalmente, giacché alla Camera dei deputati le notizie circolano come i pettegolezzi in un salotto ottocentesco – che il dottor Roberto Cerreto è stato purtroppo costretto ad assentarsi dal lavoro negli ultimi mesi. Lo stipendio, nel suo caso di circa 10.000 euro netti mensili, gli è stato momentaneamente ridotto a un terzo. Ma per fortuna il rientro al lavoro, e a stipendio pieno, è previsto tra due settimane. Manca poco.

  

La ragione di questa pausa forzata, come i lettori più attenti ricorderanno, risale alla scorsa estate, quando le telecamere dell’Assemblea di Montecitorio – dispositivi che evidentemente non tutti sapevano essere operativi ventiquattr’ore su ventiquattro – immortalarono il nostro mentre depositava un plico sul banco dell’onorevole Giovanni Donzelli. Il plico diceva peste e corna di vari colleghi in corsa per il posto di vicesegretario generale della Camera e conteneva un dossier con accuse di merito sulla gestione dei lavori del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica di cui è responsabile, per l’amministrazione, il dottor Marco Caputo. Ebbene Caputo era il collega di Cerreto. Un funzionario con cui Cerreto condivideva, da anni, scrivania e segreti di stato. Lavoravano gomito a gomito quasi tutti i giorni. Il che, bisogna dirlo, ha definitivamente chiarito che “lavorare in squadra” a Montecitorio ha un significato tutto particolare. Il segretario generale della Camera, Fabrizio Castaldi, gestì la faccenda con quella “massima discrezione” che a Montecitorio significa che dopo ventiquattr’ore lo sapevano tutti, dai questori agli uscieri. Quello che finora non si sapeva – e ancora manca l’ufficialità – è che “il corvo”, cioè il dottor Roberto Cerreto, avrebbe subìto una condanna disciplinare interna che consiste in sei mesi di riflessione retribuita. Un periodo che in altre professioni verrebbe chiamato semestre sabbatico, ma che alla Camera è tecnicamente una punizione. Ci dice un alto rappresentante istituzionale, non sappiamo se con ironia: “E’ una delle sanzioni più severe mai applicate a un funzionario di quel livello nella storia della Repubblica”. Figurati le altre.

 

La Camera è d’altra parte un’istituzione dove la severità viene calibrata con precisione svizzera. Non c’è dubbio. Considerate il caso dei dipendenti sorpresi alcuni anni fa a timbrare il cartellino per poi volatilizzarsi: alcuni persero il posto, in effetti, ma molti altri continuano a prestare servizio ancora oggi. La discriminante tra licenziati e redarguiti, a quanto pare, non era tanto la gravità del gesto, quanto la robustezza del proprio indirizzario politico. Cerreto, ex capo di gabinetto di un ministro del governo Draghi e di un ministro del governo Renzi, apprezzatissimo dal Pd – e pour cause diciamo oggi alla luce dei fatti – certo non appartiene a questa categoria. Egli non ha amicizie politiche che lo hanno salvato. No, per niente. Ma bisogna ammettere che la Camera dei deputati, in generale, possiede un suo peculiare senso della giustizia amministrativa. Affascinante, per esempio, è l’assetto delle responsabilità tra due importanti funzionari che di questo si occupano. Sono marito e moglie. Lui è quello che sanziona i dipendenti. Lei si occupa dei ricorsi contro le decisioni del marito. L’organismo di cui lei è la numero due è composto anche da deputati, ma le pratiche le istruiscono i funzionari (quanto alla proverbiale competenza e leggendaria attenzione dei deputati qui tacciamo). Insomma, com’è evidente a chiunque, quello dei coniugi della Camera è un sistema che unisce efficienza amministrativa e armonia famigliare. “Tesoro, come è andata la giornata?”. “Bene caro, dopo colazione ho sanzionato tre dipendenti che avevi segnalato tu a cena”. Ottimizzazione delle risorse umane. Montecitorio, dunque, “Palazzo delle Meraviglie”. O forse, più prosaicamente, “Il Grottesco Domestico”. Ma il piatto forte è probabilmente un’altra perla di organizzazione: un padre, altissimo funzionario, che ha gestito per anni un settore in cui lavora il figlio. Una situazione in cui un dirigente apicale e un suo familiare hanno operato contemporaneamente nella stessa struttura, ponendo evidenti interrogativi sull’opportunità e sulla separazione delle funzioni valutative. Un sistema elegante, lineare, privo di inutili intermediari burocratici. Un eden meritocratico che farebbe invidia alla dinastia dei Borgia.

  

Amiamo la Camera dei deputati, proprio per questi dettagli. Ricapitoliamo: abbiamo un funzionario che consegna dossier contro i colleghi di scrivania e torna dopo sei mesi di pausa retribuita. Abbiamo un padre capo di un figlio con ottime valutazioni certificate da fonte affidabile. Abbiamo una coppia che gestisce sanzioni e ricorsi. Insomma, un’istituzione dove tutto funziona con quella peculiare armonia che solo Montecitorio sa garantire. E infatti non capiamo come sia possibile che qualcuno, tra i neoassunti, negli ultimi anni, abbia deciso e pensato di potersi dimettere e abbandonare un luogo così speciale. Luogo, peraltro, assai difficile da abbandonare, visto che – per regolamento autonormativo e caso unico in Italia – se un dipendente decide di dimettersi dalla Camera si trova di fronte a questo bivio: o deve trasferire tutti i contributi all’Inps rinunciando alla pensione che l’istituzione offre ai suoi dipendenti, oppure i contributi pensionistici versati svaniscono come nebbia al sole. La pensione di vecchiaia a 67 anni? Sostituita da 560 euro di pensione sociale. Una clausola, che se Montecitorio non fosse quel paradiso di armonia famigliare e amministrativa che è, farebbe apparire ragionevole un contratto veneziano del Seicento. Alcuni giovani funzionari l’hanno scoperto di recente, che andarsene è complicato. Fortemente disincentivato. Per non dire quasi impossibile. E l’hanno scoperto con un po’ di incomprensibile sgomento. Ci dicono che la norma non era menzionata nei bandi di concorso. Sciocchezze. Ma perché andarsene? E’ la Camera dei deputati! Un’istituzione che rende il Castello di Blandings, quello dei racconti umoristici di Wodehouse, un modello di rigore prussiano.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.