Editoriali

Il No al referendum sulla giustizia è solo ideologico e politico

Redazione

Sulla riforma Nordio ecco un atto di onestà da sinistra: per votare no, bisogna prescindere dal merito. Onore a Goffredo Bettini che almeno lo dice

C’è un modo onesto di essere incoerenti, e poi c’è l’incoerenza che si traveste da merito. Goffredo Bettini, dirigente politico a metà strada tra il Pd di Schlein e il M5s di Conte, con la sua presa di posizione sul referendum, appartiene alla prima categoria. Dice una cosa semplice, persino brutale: non voterà contro la riforma sul merito, ma contro Giorgia Meloni. E lo dice senza fingere che il problema sia tecnico, giuridico, costituzionale. Lo dice assumendosi il peso politico della scelta, non nascondendolo dietro un paravento ideologico. Bettini ammette ciò che molti nel suo campo preferiscono rimuovere: sulla separazione delle carriere la sua posizione personale non è mai cambiata. E’ garantista, lo rivendica, e la separazione delle carriere non lo scandalizza affatto. Anzi. Se il referendum fosse rimasto una discussione di merito, una battaglia civile tra idee diverse di giustizia, il suo voto non sarebbe stato in discussione. La novità, dice, è un’altra: la politicizzazione totale dello scontro, la trasformazione del referendum in un plebiscito pro o contro la premier.

Qui sta il punto, e anche il limite, del ragionamento. Bettini non dice che la riforma sia sbagliata. Dice che il contesto è sbagliato. Non contesta il “che cosa”, ma il “chi”. E decide di conseguenza. E’ una posizione discutibile, certo. Ma è una posizione chiara. Non finge che la riforma sia diventata improvvisamente illiberale. Non si arrampica sugli specchi per spiegare perché oggi ciò che ieri era giusto sia diventato improvvisamente intollerabile. In un dibattito avvelenato dall’ipocrisia, Bettini fa una cosa rara: ammette che per votare no al referendum bisogna prescindere dal merito. Si può non condividerla, e questo giornale tra un Bettini che dice no e una Pina Picierno che dice dì sì sta con la seconda, non con il primo. Ma almeno non è una presa in giro. Il paradosso è che questa onestà mette a nudo l’imbarazzo collettivo del campo progressista: se il no non nasce dal merito della riforma, allora il merito resta lì, irrisolto. E prima o poi tornerà a bussare. Anche dopo Meloni.