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L'intervista
“Tutti le vogliono, nessuno ci lavora: si chiarisca il vero ruolo delle province”. Parla Gandolfi (Upi)
“La legge Delrio va superata: il governo porti in Cdm la riforma del Testo unico degli enti locali per attribuire funzioni e risorse a questi enti locali di raccordo, che servono ai cittadini”, spiega Pasquale Gandolfi, presidente dell’Unione delle province d’Italia
E alla fine, si ritorna alle province. Forse. Un giorno. “Il superamento della legge Delrio non arriverà certo in questa legislatura”, premette Pasquale Gandolfi, presidente dell’Unione delle province d’Italia. “Ma è tempo che il governo Meloni porti in Consiglio dei ministri la riforma del Testo unico degli enti locali, per chiarire una volta per tutte le funzioni e le competenze delle province”. Che dal 2014, anno di entrata in vigore del suddetto provvedimento, versano in un limbo giuridico e amministrativo. “La Delrio aveva caratteristiche transitorie, per preparare le province alla loro dismissione mai avvenuta – in seguito al referendum popolare del 2016. Si tratta di una delle poche leggi arrivate prima del provvedimento di modifica: questo è il cortocircuito. E il problema è che nessuno ha più avuto il coraggio di toccare quella norma. Anche se tutte le forze politiche oggi convengono che si debba farlo”. Sia quelle di centrodestra, sia quelle di centrosinistra? “Tutte”.
E’ un bel paradosso, in effetti. “Ho interloquito con ciascuna rappresentanza parlamentare: anche all’ultima assemblea nazionale dell’Unione, alla presenza dei capigruppo degli enti locali, non c’è stato alcun membro che abbia difeso lo status quo”, racconta al Foglio Gandolfi, presidente della provincia di Bergamo in quota Pd e alla guida dell’Upi dal 2024. “Sta di fatto, contestualmente, che nessuno vuole nemmeno lavorarci. Una volta Gasparri ha spiegato il motivo: nessuno è pronto a fare la riforma, perché c’è il timore di venire tacciati di attaccamento alle poltrone. Ma le province servono al cittadino, costituiscono un elemento di raccordo fondamentale all’interno degli enti locali. Vanno superati pure i pregiudizi”.
Anche perché il tempo stringe: il bilancio positivo della quota di Pnrr affidata alle province scadrà in questo primo semestre del 2026. “Finora l’utilizzo integrale dei fondi ci ha consentito di completare migliaia di interventi sul territorio”, spiega Gandolfi. “Entro giugno chiuderemo una serie di attività fondamentali, dall’edilizia scolastica alle infrastrutture stradali. Abbiamo dimostrato di essere organismi attendibili, capaci di dare risposte immediate ai cittadini. Ma con la fine del Pnrr mancheranno tutti quegli investimenti che trattengono lavoro e risorse all’interno delle province. Strade, ponti, gallerie: se si ferma la manutenzione ordinaria, l’Italia diventa un colabrodo”. Soluzioni? “E’ necessario sviluppare un programma triennale per proseguire il nostro operato: i governi precedenti non avevano disatteso questa iniziativa”. E quello attuale? “Pur avendola richiesta, nell’ultima finanziaria purtroppo è mancata”.
Da qui l’appello delle province alla riscossa. “Chiediamo di poter gestire direttamente i Fondi di coesione, per diventare un organo intermedio a tutti gli effetti: più puntuale delle regioni nelle aree interne e in sinergia con i comuni, per rilanciare davvero quelle zone del territorio. Senza mettere da parte nessuno, sia chiaro”. Inoltre, sottolinea il presidente, “non pretendiamo necessariamente delle risorse in più: basterebbe trattenere quelle in transito da noi, per farle atterrare meglio sul locale. Ogni anno le province incassano una serie di tasse che poi compartecipano alla spesa pubblica, con un fondo di solidarietà da 928 milioni di euro. Già questa potrebbe essere una grande risposta ai cittadini, ai loro servizi diretti. Non tanto per ridare dignità al nostro ente, ma per comprendere che con la nostra collaborazione si possono dare risposte mirate: tra Pnrr e risorse ministeriali, abbiamo ampiamente dimostrato di avere speso oltre l’85 per cento degli importi in maniera efficiente”.
Ripristinare la situazione pre-2014 è quasi impossibile – e sarebbe in ogni caso obsoleto. Lo sa anche Gandolfi. “Ma snellimento amministrativo non significa smantellamento. In quest’ultimo decennio l’hanno capito tutti: è importante che le province continuino a esistere per le strategie di sviluppo delle aree interne, per la tenuta delle infrastrutture, per la decompressione delle attività ripartite fra comuni e regioni. Dobbiamo dunque capire – in maniera trasparente, d’accordo con le regioni stesse – quali sono le funzioni che vogliamo attribuire alle province. E senza un pacchetto di risorse ben definito, l’elezione diretta dei loro rappresentanti non basta”. Si torna così alla riforma del Testo unico. “I tempi non saranno brevi, ma è fondamentale iniziare a parlarne subito. Altrimenti si perde un’altra legislatura. Le divisioni sono ormai superate, la questione è bipartisan”. Manca solo la volontà politica. Che non è poco, però.