Ansa

Aspettando Conte

Schlein frena la mozione anti ayatollah del Pd perché prima deve chiedere al leader del M5s

Salvatore Merlo

Sensi aveva annunciato una risoluzione sulla drammatica situazione in Iran, ma nel mondo del Pd è stato l'inizio del travaglio e del solito rito. Non una discussione, ma una consultazione. La parola magica, alla fine, è stata pronunciata: “Ne scriviamo una con Conte”. Figuriamoci

Campa cavallo che l’attesa cresce. Non è la staffetta la disciplina sportiva del Pd, dove il testimone – si sa – cade sempre. Non è neanche la maratona, perché ci si ferma al primo ristoro. Tantomeno è la scherma, nessuno infatti affonda mai un colpo. Lo sport preferito del Pd è l’attesa. Nella sua olimpionica specialità: l’attesa di Giuseppe Conte. L’ultimo esempio è di ieri pomeriggio. Filippo Sensi, senatore che ha ancora l’istinto del gesto lineare malgrado sia, appunto, del Pd, aveva annunciato per domani una risoluzione sulla drammatica situazione in Iran. Una cosa semplice, persino ovvia: dalla parte di chi si rivolta contro il regime teocratico. Aderivano +Europa, Azione e Italia viva. In un mondo normale sarebbe stata una notizia. Nel mondo del Pd, invece, è stato l’inizio di un travaglio. Non il parto delle idee, ma quello delle esitazioni. Dal momento dell’annuncio, al Nazareno è cominciato il rito. Non una discussione, ma una consultazione. Boccia-Schlein. Schlein-Boccia. Frasi brevi, tutte uguali. “Ma Conte che fa?”. “Aspettiamo un attimo”. “Certo gli ayatollah... ma sentiamo Conte”. Il fatto è che Conte sull’Iran finora è stato tiepidissimo. Così ieri, nel giro di poche ore, la risoluzione sull’Iran è diventata un problema di metodo, poi di perimetro, infine di opportunità. Prima si è detto che bisognava allargare. Poi che bisognava coinvolgere tutti. Poi che bisognava evitare fughe in avanti. Nessuno ha spiegato in avanti verso dove. La parola magica, alla fine, è stata pronunciata: “Ne scriviamo una con Conte”. Figuriamoci.

 

In concreto, il Pd ha deciso di non decidere. La risoluzione, che aveva il torto di essere chiara, di stare contro l’Iran degli ayatollah, non sarà più quella di Filippo Sensi, ma sarà – quando sarà? – una risoluzione “comune”, “larga” e “condivisa” con il Movimento 5 stelle. Campa cavallo. Un testo da costruire con calma, passo dopo passo, parola dopo parola, a cominciare da Giuseppe Conte, appunto. “Dobbiamo sentire Conte”. Nessuno dice no, nessuno dice sì. Si prende tempo. Che nel Pd non è una tattica: è una linea politica. Anzi è “la” linea politica. Sicché domani Sensi con +Europa, Azione e Italia viva non presenterà nulla. Nessuna risoluzione. Al suo posto, una conferenza stampa con alcuni dissidenti iraniani al Senato. La risoluzione può aspettare. Aspettare Conte. Che magari alla fine sarà persino più duro di Elly Schlein contro l’Iran, ma con i suoi tempi. Che poi diventano quelli del Pd. E forse non è un caso che un recentissimo sondaggio Youtrend indicava Conte come leader del centrosinistra al posto di Schlein. Non è nemmeno una novità, il Conte metronomo del Pd. E’ già successo con la candidatura di Matteo Ricci nelle Marche, rimasta per giorni in una sospensione prudente, in attesa che Conte valutasse le carte dell’inchiesta giudiziaria sul candidato del Pd prima di decidere se sostenerlo o meno. Succede regolarmente in Parlamento, dove il Pd aspetta di vedere che cosa scrive Conte sull’Ucraina, sulle armi, sulla politica estera, prima di mettere mano alle proprie risoluzioni. E quando Conte poi presenta la sua risoluzione, spesso assai sensibile ai richiami “letterari” (s’intende) della Russia neozarista, il Pd fa la cosa più coerente con la disciplina dell’attesa: si astiene.

 

Così alla fine il cerchio si chiude. L’attesa non è più una fase, è diventata un ruolo per il Partito democratico. Giuseppe Conte valuta, il Pd sospende. Ed Ella, cioè Elly, governa questo equilibrio immobile con grande coerenza: senza rompere l’attesa, senza disturbare, senza fischiare mai l’inizio della partita. Ella è un’osservatrice. D’altra parte nel nuovo sport inventato dal Pd non serve correre, non serve colpire, non serve decidere, non serve giocare. Non serve nemmeno fare politica. Serve solo una cosa: aspettare Conte.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.