L'editoriale del direttore

Se questa è Giustizia. Il formidabile j'accuse di un ex magistrato

Contro la dittatura delle correnti, contro le procure che fanno politica, contro il giustizialismo e il processo mediatico.  Sì alla separazione delle carriere di giudici e pm, sì al sorteggio dei magistrati per il Csm. Il libro controvento di Guido Salvini  

Guido Salvini è un vecchio e rispettato magistrato italiano. Ha lavorato una vita al tribunale di Milano e qualche giorno fa ha dato alle stampe un libro clamoroso in cui, con uno stile pacato, severo e duro, ha messo insieme un poderoso atto d’accusa contro la stessa magistratura di cui ha fatto parte per una vita. Guido Salvini (“Il tiro al piccione”, casa editrice Pendragon) definisce il correntismo una patologia strutturale del mondo della magistratura. Accusa alcune procure e anche il Csm di aver costruito un sistema di potere difensivo a uso politico. Attacca a testa bassa il giornalismo giudiziario al servizio dei magistrati. Definisce il giustizialismo una degenerazione democratica di uno stato di diritto e difende senza timore il sorteggio dei magistrati, al Csm, e la separazione delle carriere, definendoli unici rimedi realistici in grado di dare al mondo della magistratura la possibilità di scrollarsi di dosso uno status quo tossico, pericoloso e a volte persino eversivo. 

 

Guido Salvini, che durante la sua carriera non ha mai fatto parte di nessuna corrente della magistratura, cosa che sostiene di aver pagato a caro prezzo, dice che le correnti sono la principale causa della perdita di credibilità della magistratura: si presentano come portatrici di interessi generali, dice Salvini, ma alla fine difendono spesso solo interessi di gruppo, soffocando l’autonomia del singolo magistrato e creando un sistema all’interno del quale le capacità individuali “non contano nulla” se non sono sponsorizzate. E’ per questo che Salvini ricorda come già oggi i giudici vengano sorteggiati per il Tribunale dei ministri, e se giudici sorteggiati possono giudicare i ministri non si capisce perché non possano sedere al Csm: “Chi si oppone a un sorteggio, anche temperato, intende semplicemente assicurare il mantenimento delle linee di politica giudiziaria più ortodosse”.

 

E anche la proposta di istituire un’Alta corte competente per i giudizi disciplinari, sganciata dal Csm, non presenta vere obiezioni, dice Salvini, “se non quella, non esplicitabile, di voler tenere stretto il proprio potere”. Salvini dice esplicitamente che l’Anm agisce come “partito politico”, accusa i suoi colleghi di dedicare troppo tempo a manovre correntizie e autopromozionali invece che al lavoro quotidiano, ricorda che la tirannia delle correnti ha allontanato dall’obiettivo del magistrato la cura del lavoro ordinario e sostiene di aver visto in troppe occasioni, durante la sua carriera, una parte della procura di Milano usare il potere investigativo in modo opaco e difensivo verso sé stessa. Salvini ha il coraggio di non restare sulla superficie ma trova la forza di riconoscere quando la degenerazione della magistratura ha cominciato a prendere corpo: con Mani Pulite. “La corruzione c’era e in qualche modo andava fermata. Tuttavia l’azione di pulizia poteva contenersi, senza esondare, in modo da poter consentire una operazione di autoriforma dei partiti, anziché distruggerli dalle fondamenta”, e in modo da non aiutare la stessa sinistra a inseguire il suo sogno: imporre “un socialismo per via giudiziaria”.

 

Dopo Mani Pulite, dice Salvini, la professione diventa corporazione, le correnti occupano di tutto, anche il più piccolo incarico, l’io personale dei magistrati si dilata, si riproduce un’oligarchia di poche centinaia di magistrati in preda spesso a una violenta hybris. La degenerazione del sistema correntizio ha portato anche a un abbassamento del livello della magistratura e a un innalzamento della presenza di magistrati ossessionati, desiderosi di trovare un modo in più per fare notizia che per fare giustizia. Salvini ricorda il caso del processo Eni, a Milano, quando un magistrato “ha portato a nascondere in un cassetto, anche in modo abbastanza maldestro, le prove a favore degli accusati e alla fine, temendo il peggio, a inviare a Brescia, per diffonderle, dichiarazioni false che servivano a calunniare il presidente del collegio giudicante”.

 

Ricorda l’incredibile imbroglio della Trattativa stato-mafia, un processo che “si è disintegrato, anche se con quindici anni di ritardo e con incalcolabili danni pubblici e privati” e all’interno del quale “se qualcosa vi fu, si è trattato di minacce da parte dei boss della mafia contro lo stato e non collusioni da parte dello stato e questo è stato pienamente riconosciuto dalla sentenza della Cassazione”. Salvini, con un tono sconsolato, ma desideroso di far aprire gli occhi a chi è ancora in tempo per ribellarsi alla cappa generata dalla dittatura delle correnti, ricorda poi che quello che troppi magistrati fingono di non vedere è il rapporto malato che alcuni pubblici ministeri hanno con i giornalisti. Salvini considera l’esasperazione del processo mediatico come uno dei più grandi moltiplicatori della barbarie giudiziaria in cui spesso si trova l’Italia. Ricorda che “la cronaca giudiziaria non è la pagina di arredamento o di giardinaggio, perché sa uccidere e, anche se i caratteri non sono più di piombo ma digitali, quando vuole riesce a farlo”. In uno stato di diritto, dice Salvini, il male non è solo il cerchio disegnato con il gesso intorno ai proiettili sull’asfalto o, peggio, i pupazzi proiettati in aria da una bomba, ma “quello che sta in molte storie che ho raccontato”. Il male, a volte, in uno stato di diritto, può essere anche un articolo. Per separare le carriere tra giudici e pm, sembra voler dire Salvini, bisognerà aspettare il referendum. Per provare a separare le carriere tra magistrati e giornalisti, forse, servirebbe un po’ di buon senso. E leggere il libro di Salvini può dare un aiuto a trovarlo, anche a chi lo ha smarrito da tempo.