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L'editoriale del direttore

Oltre il Mercosur: Meloni e l'economia. Come fare dell'incoerenza un nuovo motore di consenso

Claudio Cerasa

No all'accordo commerciale di libero scambio, anzi sì. No al Ceta, anzi sì. No al rigore, anzi sì. Misure osteggiate per una vita dalla destra. Che una volta arrivata al governo ha fatto svolte pragmatiche e magnificamente incoerenti

La fissazione, come ci ripete spesso un vecchio maestro, a volte può essere peggio della malattia. E quando ci si fissa attorno a un tema può capitare di ripetersi e di tornare su una questione già ampiamente sollevata. Ma quando la fissazione coincide con una notizia, forse con una delle notizie del mese, e quando la fissazione è lì, di fronte a noi, a illuminare un fatto politico di primo piano, non si può fare altro che prendere in mano la macchina fotografica, immortalare il momento, mettere insieme i fotogrammi e preparare i popcorn. La notizia in questione riguarda Giorgia Meloni, riguarda una scelta clamorosa fatta dal governo e riguarda in particolare la decisione della maggioranza di dare il consenso all’entrata in vigore del famoso accordo commerciale di libero scambio tra l’Unione europea e l’area del Mercosur, area comprensiva di cinque paesi sudamericani legati tra loro a loro volta da un patto di libero scambio (Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay, Bolivia). La notizia è importante non solo per ciò che rappresenta per l’Europa (il voto a favore dell’Italia era decisivo, l’Italia ha scelto di anticipare la titubante Francia nel sostenere l’accordo di libero scambio dell’Ue e rispondere all’ondata di dazi di Trump con un’ondata di accordi di libero scambio è una mossa cruciale). Ma è importante anche per ciò che rappresenta per il nostro paese e, in particolare, per la destra italiana.

Il Mercosur, come tutti gli accordi di libero scambio, compreso il Ceta, l’accordo di libero scambio con il Canada, è stato osteggiato per una vita dalla destra nazionalista e sovranista. Ma, esattamente come successo con il Ceta, la destra, una volta arrivata al governo, ha scelto di mettere da parte la sua coerenza e si è armata di pragmatica e provvidenziale incoerenza. Dal no al Ceta si è arrivati al sì al Ceta. Dal no al Mercosur si è arrivati al sì al Mercosur. E le svolte incredibilmente e sorprendentemente pragmatiche e magnificamente incoerenti della destra di governo in materia economica sono parte di un film che, dopo tre anni e passa di governo, in pochi accettano di vedere e di riconoscere con onestà. Meloni era demagogicamente favorevole al taglio delle accise, ma una volta arrivata al governo ha capito che spendere soldi per alleviare il costo del carburante avrebbe sottratto risorse preziose ad altri dossier. Meloni era demagogicamente contraria a cedere Ita agli stranieri, ai tedeschi in particolare, e si sa come è finita: Ita ceduta agli stranieri, e nello specifico proprio a una compagnia tedesca. Meloni era demagogicamente contraria a dividere in più parti Tim. Nello specifico, nella campagna del 2022 aveva sostenuto la sua necessaria nazionalizzazione. E alla fine di Tim ha accettato di veder venduta a un fondo di investimento americano una parte della sua rete. Meloni era contraria a votare a favore della fine del mercato tutelato per l’energia e il gas e nel 2023, invece, il suo partito è stato l’unico che ha sostenuto la posizione opposta. Meloni era pentita di aver votato, ai tempi del governo Monti, per la riforma Fornero, ma alla fine il suo governo non ha fatto altro che rafforzare quella riforma piuttosto che demolirla.

 

                                   

 

Meloni considerava il rispetto rigoroso dei limiti del deficit come una inaccettabile privazione della sovranità popolare, svenduta ai burocrati di Bruxelles, e alla fine dei conti il rispetto del deficit è diventato uno dei punti forti della narrazione economica meloniana. Per non parlare poi di cosa Meloni, ricorderete, sosteneva sull’euro: ieri i banchetti per raccogliere firme per tornare alla lira, oggi alleata della presidente della Commissione insieme con il Pse. Per non parlare poi di cosa sosteneva Meloni sullo spread, ai tempi della caduta di Berlusconi: ieri assecondare i signori dello spread significava essere al soldo dei mercati, oggi assecondare lo spread significa solo essere responsabili. All’appello delle incoerenze risolutive per l’Italia mancano ancora il Mes (ratifica non arrivata) e manca ancora i balneari (su cui il commissario Fitto suggerisce di seguire le indicazioni di Bruxelles) e, se si vuole essere pignoli, ci sono anche alcune incoerenze poco risolutive nell’agenda del melonismo: le tasse dovevano calare, e incoerentemente non sono calate, l’Ilva doveva essere venduta ai privati entro il primo trimestre del 2025, e sta per essere nazionalizzata.

Ma l’elenco delle svolte pragmatiche fatte da Meloni su alcuni importanti dossier economici, non ultimo il Mercosur, è lì a suggerire qualche riflessione. La prima è di natura politica: conti in ordine a parte, nessuna di queste svolte è stata spiegata da Meloni, e neppure rivendicata. La seconda riflessione è di metodo: di solito, quando Meloni è costretta, per forza di cose, ad agire in modo incoerente rispetto alla sua narrazione, cerca sempre, un secondo dopo aver messo in campo la sua incoerenza, qualche gioco di prestigio per spostare l’attenzione dalle svolte appena compiute. La terza riflessione è di natura elettorale: nessuna di queste svolte incoerenti ha tolto voti a Meloni, segno che si può conquistare consenso anche senza alimentare la propria propaganda. La quarta riflessione è di natura sistemica: le svolte incoerenti di Meloni rappresentano un problema notevole per l’opposizione, perché nel migliore dei casi costringono l’opposizione a criticare la destra per aver cambiato idea rispetto al passato e nel peggiore dei casi costringono l’opposizione a criticare il governo per aver fatto una cosa giusta. L’ossessione è peggio della malattia, e l’incoerenza di Meloni è oggettivamente una nostra ossessione. Ma la presenza di una forza politica un tempo populista, costretta a fare i conti con la contemporaneità per non perdere con la realtà, è lo specchio riflesso di una caratteristica di cui l’Italia spesso si vergogna, anche se in fondo sul tema è maestra: fare del trasformismo politico non solo un motore di governo, ma anche un veicolo per non perdere consenso. Di questi tempi, vista la pericolosa coerenza dei populisti che tendono a fare ciò che promettono, marcia sulla Groenlandia compresa, forse si può ringraziare il cielo di avere politici che hanno fatto della gestione dell’incoerenza una nuova forma di provvidenziale coerenza politica.

 

 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.