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l'editoriale dell'elefantino

Il pacifismo corazzato di Sergio Mattarella

Giuliano Ferrara

Il Capo dello stato non è antirusso ma rifiuta il pacifismo di comodo: definisce “ripugnante” la pace fondata sulla forza e così, con Meloni, isola la destra italiana tentata dal disimpegno

Sergio Mattarella non è antirusso. Perché dovrebbe esserlo? Però è un pacifista corazzato, per così dire. In una nuova formulazione della sua idea di mondo civile e delle relazioni internazionali, nel discorso di fine anno ha definito “ripugnante”, definizione che più netta e aspra non si potrebbe, il rigetto della pace in nome del criterio della maggior forza, che è precisamente la strategia bombardiera di Putin contro la logica del negoziato, strategia incoraggiata da Trump, negli atti e nelle cose, e contrastata da un pezzo dell’America democratica e repubblicana oltre che dall’insieme dell’Europa politica, con le note eccezioni filorusse. La chiara e insistita difesa dell’Ucraina, in quanto difesa dell’autodeterminazione di un popolo e della sicurezza e libertà europee, è un tratto permanente della predicazione mattarelliana dal pulpito del Quirinale. Per questa ragione l’Italia e il Capo dello stato sono additati al ludibrio e accusati di “ucrainizzazione” dai portavocianti dell’autocrate. Non possono sopportare che un paese tradizionalmente lasco, o fiacco, in politica internazionale, si sia schierato con Zelensky e la resistenza degli ucraini all’invasione, a favore di trattative realistiche ma non capitolarde, e che in questa posizione si ritrovino istituzioni super partes e governo, un ministero dal quale Putin si aspettava l’incrinatura decisiva dell’unità della Ue, che non c’è stata malgrado i richiami di Giorgia Meloni, non invisi a Zelensky per ovvi motivi, alla compattezza euroccidentale, compreso quel che si può ricavare dall’ambiguità dell’amministrazione Trump e dall’America First. Il fatto è che Mattarella è il frutto di una lunga gavetta di politico democristiano, e la sua ispirazione originaria, morotea, si esprime altrettanto nel tatto politico quanto nella ferrea determinazione a perseguire obiettivi di lungo corso, uno dei quali , il principale, è fatto di sicurezza e cooperazione in Europa. 

 

La gavetta, e quella del Presidente della Repubblica fu innanzitutto la scuola ministeriale della delega alla gestione dell’intelligence e della difesa, è un percorso esigente, richiede e offre coerenza e un certo decisionismo anche personale che si rintracciano facilmente nelle esternazioni appunto corazzate di un politico per altri versi attaccatissimo all’equilibrio della sua parola per tutti gli italiani. Il fatto che gli italiani siano intimoriti dalla situazione, dalla durata infernale dell’aggressione russa, divisi e tentati in qualche misura dalla politica del piede di casa, dal calcolo di piccolo cabotaggio dei vantaggi di uno sfilamento dalla solidarietà con l’Ucraina il Capo dello stato lo conosce, non lo ignora affatto. Ma lo contrasta con intelligenza e pertinacia e carattere, tre qualità che condivide paradossalmente con la presidente del consiglio e leader del centrodestra di governo, la cui gavetta politica è altrettanto significativa ma su un itinerario opposto a quello di Mattarella, non esente in passato, tutt’altro, dalle tentazioni della demagogia e da una ostilità all’establishment europeo e al mainstream che l’esperienza di governo ha attenuato e corretto sensibilmente. Così Mattarella e Meloni, ciascuno nel suo ruolo, sono diventati avanguardia di realismo non codino e non incline all’appeasement, che è invece la parabola degli intellettuali di riferimento della destra italiana delusa dall’equilibrio di governo, esiziale per illusioni e generici strepiti ideologici, tipicamente ineffettuali.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.