Sergio Mattarella e Giorgia Meloni - foto Ansa

tra chigi e quirinale

I pranzi informali tra Mattarella e Meloni e i temi di cui discutono a tavola

Claudio Cerasa

Fuori dalle comunicazioni ufficiali, i due politici più importanti del paese si incontrano una o due volte al mese per confrontarsi sull’attualità. Premierato, Europa e giustizia: cosa funziona (e cosa no) nell'asse tra Quirinale e Palazzo Chigi

È una piccola storia, forse, ma è una storia sfiziosa ed è la storia dei rapporti spesso incomprensibili tra i due politici più importanti del paese: Giorgia Meloni e Sergio Mattarella. Sono passati diciannove mesi dal giorno in cui la capa di Fratelli d’Italia, unica tra i leader presenti in Parlamento a non aver votato il bis di Mattarella nel 2022, si è affermata alle elezioni politiche. E in questi diciannove mesi il rapporto tra la premier e il capo dello stato è diventato spesso oggetto di molteplici pettegolezzi. Si sopportano o si apprezzano? Si detestano o si stimano? Si rispettano o si osteggiano? Il Foglio ha provato a raccogliere in questi mesi alcuni indizi, alcune notizie, alcuni spunti di riflessione da entrambi i fronti, per così dire, e al di là delle veline offerte ai giornalisti da una parte e dall’altra ci sono almeno cinque punti cruciali su cui si può provare a ragionare per capire qual è lo stato dell’arte reale nei rapporti tra il capo del governo e il presidente della Repubblica.
 

Il primo punto riguarda i rapporti reali tra Meloni e Mattarella e questo punto può essere analizzato concentrandosi su due piani differenti. Da un lato, vi è il rapporto tra le strutture, per così dire, di Palazzo Chigi e Quirinale, tra i collaboratori più stretti di Mattarella e Meloni, e in entrambi i casi vi è la convinzione che vi sia qualcuno che lavori per allontanare il capo dello stato e il capo del governo. Al Quirinale, qualcuno, non ovviamente Mattarella, identifica in Giovanbattista Fazzolari il volto che cerca di seminare zizzania tra presidente del Consiglio e presidente della Repubblica. A Palazzo Chigi, qualcuno, non ovviamente Meloni, identifica in Ugo Zampetti il volto che cerca di seminare zizzania tra presidente del Consiglio e presidente della Repubblica. Le strutture, spesso, faticano a capirsi, e tendono a non fidarsi, mentre, al contrario, il rapporto personale tra Giorgia Meloni e Sergio Mattarella è migliore rispetto alle apparenze.
 

Negli ultimi mesi, in verità, non sono mancati momenti di frizione tra i due (quando il capo dello stato, richiamando i poliziotti che hanno manganellato gli studenti a Pisa, ha tirato le orecchie al governo, a Palazzo Chigi quell’intervento è apparso irrituale). E non sono mancati neppure episodi di preoccupazione manifestata esplicitamente dal capo dello stato (per esempio sul decreto “Agricoltura”, bloccato; per esempio sui balneari, sui quali Mattarella ha inviato una lettera di richiamo; per esempio, sulla decretazione d’urgenza eccessiva, tema su cui Mattarella ha sensibilizzato i presidenti delle Camere). Ma nonostante questo Meloni e Mattarella non hanno mai perso, neppure per un istante, il filo del dialogo e lo hanno fatto, al contrario di quello che si crede, servendosi non solo degli ambasciatori delle rispettive strutture ma utilizzando alcune occasioni informali per scambiare punti di vista a tu per tu. La notizia è che, fuori dalle comunicazioni ufficiali, a Mattarella e Meloni capita di incontrarsi spesso a pranzo al Quirinale, una o due volte al mese, per discutere e confrontarsi insieme sui temi dell’attualità (è successo anche la scorsa settimana). Negli ultimi pranzi sono emersi alcuni temi importanti che riguardano il futuro dell’azione di governo. In primo luogo l’autonomia differenziata. In secondo luogo il premierato. In terzo luogo la giustizia. Il tema su cui Mattarella ha mostrato maggiore preoccupazione è il primo. Sulla giustizia non è noto quale sia la posizione del capo dello stato, anche rispetto alle due riforme che verranno portate la prossima settimana in Consiglio dei ministri dalla presidente del Consiglio: riforma del Csm e separazione delle carriere.
 

Nel febbraio del 2022, Mattarella, quando accettò il secondo mandato da capo dello stato, dedicò ampi passaggi del suo messaggio alle Camere alla giustizia. “Mi preme sottolineare che un profondo processo riformatore deve interessare anche il versante della giustizia”. E ancora: “In sede di Consiglio superiore ho da tempo sottolineato che indipendenza e autonomia sono princìpi preziosi e basilari della Costituzione ma che il loro presidio risiede nella coscienza dei cittadini: questo sentimento è fortemente indebolito e va ritrovato con urgenza”. L’attenzione sincera mostrata al tema spingerà con ogni probabilità il capo dello stato a schivare ancora una volta i tentativi dell’opposizione di utilizzare la figura del presidente della Repubblica come un argine al melonismo. E per quanto Mattarella possa nutrire eventualmente qualche dubbio sul sorteggio del Csm e sulla separazione delle carriere (e qualche dubbio Mattarella lo ha avuto anche rispetto al tema della riforma dell’abuso d’ufficio, che il Quirinale vorrebbe meno drastica rispetto a quella votata in Consiglio dei ministri dal governo e bloccata forse non a caso da mesi in Parlamento) è difficile che il presidente possa considerare una non priorità fare un passo per rendere la figura del giudice ancora più terza rispetto a oggi e farne un altro per riformare il Csm come in fondo il capo dello stato chiede da molti anni (“Colgo questa occasione – disse nel 2019 il presidente in un discorso pronunciato per la nomina di Giovanni Salvi a procuratore generale della Cassazione – per ribadire l’esigenza che da tante parti viene sottolineata: il Consiglio superiore ha, oggi più che mai, il dovere di assicurare all’Ordine giudiziario e alla Repubblica che le sue nomine siano guidate soltanto da indiscutibili criteri attinenti alle capacità professionali dei candidati”).
 

Un caso più interessante riguarda invece il tema del premierato, la riforma maggiormente identitaria che Giorgia Meloni ha scelto di mettere in campo in questo anno e mezzo alla guida del governo, e su quel tema il presidente della Repubblica ha scelto di adottare una linea precisa. Per quanto la riforma, come si capisce, non sia particolarmente apprezzata dal Quirinale, il capo dello stato non ha alcuna intenzione di essere percepito e di farsi percepire come un nemico di quella riforma. La scorsa settimana i più attenti avranno notato la scelta fatta dall’ufficio stampa del Quirinale di far recapitare proprio a questo giornale una lettera molto garbata in cui si chiedeva di non considerare il pensiero di Liliana Segre, che sul premierato ha duramente attaccato il governo, come il pensiero di qualcun altro (“affermare che, nei suoi interventi in Senato, la Senatrice Liliana Segre metta soltanto la sua voce – perché il pensiero non sarebbe suo ma del presidente della Repubblica – è, oltre che del tutto infondato, profondamente offensivo per la Senatrice che, non soltanto per la sua storia, ha diritto al più grande rispetto”). Lo spirito del capo dello stato è questo. Nessuna dichiarazione a favore della riforma costituzionale (cosa che invece Mattarella fece con la riforma costituzionale portata avanti dal governo Renzi, riforma che però era stata incardinata prima dell’arrivo di Mattarella al Colle), ma neanche nessuna dichiarazione contro (come spererebbe l’opposizione) e nessun tentativo di alimentare sfiducia nei confronti della riforma Meloni (la cui scelta di passare dalla riforma presidenziale, proposta in campagna elettorale, alla riforma del premierato è stata letta da molti, giustamente, anche come un tentativo di disinnescare ogni pettegolezzo sulla possibilità che, qualora il referendum costituzionale dovesse essere approvato, il capo dello stato prenda atto del risultato facendo un passo indietro: scenario da escludere).
 

Non si può dire, oggettivamente, che Meloni e Mattarella viaggino sulla stessa lunghezza d’onda, osservando le priorità che ha oggi il governo sul tema delle riforme, ma se ci si allontana dal dipinto, dall’azione di governo, e si osserva la cornice, il quadro all’interno del quale l’esecutivo opera, si avrà la netta sensazione che sui dettagli la distanza ci può essere, e ci sarà, ma sui fondamentali, ovvero sull’atlantismo, sul sostegno all’Ucraina, sulla difesa dell’Europa, sull’attenzione al debito, sulla centralità del Pnrr, sulla difesa comune, sul giusto posizionamento in medio oriente, le distanze che vi sono tra Meloni e Mattarella sono infinitamente più piccole rispetto alle distanze che hanno Meloni e Mattarella con tutti i leader dei grandi partiti italiani. Lunga vita al Mattarelloni.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.