(foto Ansa)

questo è un dibattito

Meloni, Calenda, Renzi e Casini ieri ci hanno fatto riscoprire a cosa serve il Parlamento

Salvatore Merlo

Sin dall’inizio di questa legislatura avevamo pensato che avere i leader in Parlamento avrebbe reso le cose più sapide, ma mai avremmo pensato che sarebbe bastato ascoltare persone capaci di esprimersi in un italiano corretto, di parlare a braccio per assaporare la sensazione di cos’è una democrazia

Un vero dibattito parlamentare come quello andato in scena ieri al Senato in un attimo ci ricorda cos’è la democrazia, accende il Parlamento, lo riempie di senso, e manda in soffitta o meglio in cantina la retorica anticasta e quegli spettacoli televisivi che in Italia chiamiamo “approfondimento politico” ma sono soltanto l’esposizione delle macchiette del martedì e del giovedì. Ieri in Senato Giorgia Meloni si è confrontata in un vero dibattito con gente che sa parlare: Casini, Renzi, Calenda.

 

E sin dall’inizio di questa legislatura avevamo pensato che avere i leader in Parlamento avrebbe reso le cose più sapide, ma mai avremmo pensato che sarebbe bastato ascoltare persone capaci di esprimersi in un italiano corretto, di parlare a braccio, di non abbandonarsi soltanto al piccolo cabotaggio della campagna elettorale, come fa la media (bassa) dei deputati e dei senatori, per assaporare la sensazione di cos’è una democrazia. Un dibattito che non è vanità ed evasività, ma è la dimostrazione che fuori dalla televisione, e quando sono intelligenti e hanno letto qualche libro, gli uomini politici parlano agli italiani, e parlano tra loro, incarnando funzioni e non carriere di spettacolo. Meloni era istituzionale, mentre parlava di politica estera, poi diventava pugnace replicando a quanti le facevano notare le contraddizioni di Matteo Salvini l’amico della Russia. Botta e risposta. Con un linguaggio di verità, da parte di tutti. Renzi la incalzava (“nella maggioranza avete tre posizioni diverse: quella di Tajani, quella di Salvini e quella di Meloni”). Calenda spiegava che “non esiste il campo largo, stretto o giusto, il confronto oggi è tra chi è pronto a difendere le democrazie liberali e chi no”. Casini giganteggiava: i sostantivi, gli aggettivi  che tendevano a recuperare la sostanza che sta dietro le cose. Ecco. Un po’ asilo d’infanzia, un po’ giardino zoologico, di solito in Parlamento c’è da addormentarsi o da mettersi a ridere per gli sfondoni e le sgrammaticature (“presidente, mi scusi, oggi ho il paté d’animo”). La maggior parte dei parlamentari li vedi annaspare, letteralmente frugare nel cassonetto verbale mentre così facendo spengono la funzione del Parlamento stesso. E invece, come s’è visto ieri, basta poco. Bastano poche persone di un livello adeguato alla funzione che svolgono.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.