La ministra per le riforme Maria Elisabetta Casellati - foto Ansa

L'analisi

I falsi miti sul premierato

Dario Parrini

Se la maggioranza abbandona l’inaccettabile feticcio dell’elezione diretta del premier, c’è spazio per un confronto costruttivo su innovazioni sostenibili ed efficaci al nostro ordinamento. Una riforma deve essere condivisa perché riguarda tutti

Nella discussione sul premierato in salsa Meloni circolano un paio di idee errate. La prima è che quanto agli effetti sugli equilibri costituzionali non esista una gran differenza tra elezione diretta del premier e sistemi di legittimazione diretta dello stesso, sistemi cioè in cui, come avviene per esempio nel Regno Unito, o come sarebbe avvenuto in Italia se si fossero usate le indicazioni della Tesi 1 dell’Ulivo, le norme della Bozza Salvi del 1997, o quelle dell’Italicum del 2015, vigono leggi elettorali maggioritarie che mirano a dare agli elettori il potere di scegliere non solo da quali parlamentari farsi rappresentare ma anche da quale maggioranza farsi governare, e indirettamente, a quale leader affidare la guida della maggioranza stessa, essendo pacifico, che sia prevista o no un'indicazione sulla scheda, che sarà premier il leader o la leader del partito di maggioranza, o del primo partito della coalizione di maggioranza. La forma è sostanza: elezione e legittimazione pari non sono. La seconda idea sbagliata è che quanto agli effetti sul ruolo del Presidente della Repubblica ci sia poca differenza tra l'elezione diretta del premier e il sistema tedesco, il quale, pur differenziandosi dai sistemi a legittimazione diretta in tema di legge elettorale, costituisce, al pari di essi, una forma di governo parlamentare razionalizzata.

 

 

Nel modello tedesco il primo ministro, carica per prassi indiscussa attribuita al leader del primo partito della maggioranza, deve avere la fiducia del Parlamento, e detiene il potere di proporre al Presidente della Repubblica sia la nomina e revoca dei ministri, sia, in caso di rigetto di una questione di fiducia da lui posta, le elezioni anticipate, proposta che cade se entro un certo numero di giorni il Parlamento elegge a maggioranza assoluta un nuovo premier. Con l’elezione diretta del premier, e con parlamentari eletti a traino, per giunta su liste bloccate, si va ampiamente fuori dalla forma di governo parlamentare: le norme costituzionali vengono pesantemente squilibrate e irrigidite, e si crea un rapporto di subordinazione del legislativo all’esecutivo, nel quale è il Parlamento che deve avere la fiducia del Governo e non viceversa: salvo rare eccezioni, peraltro ovviamente contraddittorie, il Parlamento non può sostituire il Primo Ministro. Può mandarlo a casa, ma suicidandosi. Invece con un sistema a legittimazione diretta il Parlamento conserva la possibilità di sostituire il Presidente del Consiglio, con o senza sfiducia costruttiva (la Bozza Salvi la prevedeva, la proposta di riforma costituzionale del 2016 no).
 

Per quanto riguarda il Presidente della Repubblica, con l’elezione diretta del premier il rapporto tra Capo dello Stato e Capo del Governo, che i nostri Costituenti vollero equilibrato, prevedendo per entrambi un’investitura parlamentare, diventerebbe assai squilibrato: troppo debole il primo, troppo forte il secondo. La concentrazione di potere nelle mani del premier sarebbe molto più forte di quella che si ha nei sistemi presidenziali. E il Presidente della Repubblica non potrebbe più agire come motore di riserva in caso di emergenze. Con il modello tedesco, la quantità di potere e di forza che si sposta dal Capo dello Stato al Capo del Governo è invece contenuta. Non si crea uno squilibrio. Ciò chiarito, io ho le seguenti convinzioni: che l’Italia per ottenere una maggiore stabilità dei governi necessiti di una revisione circoscritta e a larga maggioranza delle norme costituzionali sulla forma di governo, e non di un loro stravolgimento a colpi di maggioranza; che la forma di governo parlamentare vada non abbandonata ma razionalizzata; che il modello tedesco sia quello a cui è più opportuno ispirarsi (gli emendamenti del Pd sono positivi e utili perché vanno in questo senso, anche se personalmente avrei abbracciato subito tutti e quattro i pilastri di quel modello); che a norme costituzionali di stampo tedesco vada affiancata una legge elettorale che restituisca agli elettori il potere di scegliere i parlamentari e una rigorosa legge sui partiti; che oltre a incrementare la stabilità dei governi si debba puntare a restituire dignità al Parlamento, oggi umiliato dal patologico monocameralismo alternato e dall’abuso dei decreti legge. Insomma, se la maggioranza abbandona l’inaccettabile feticcio dell’elezione diretta del premier, c’è spazio per un confronto costruttivo su innovazioni sostenibili ed efficaci.
 

Dario Parrini è senatore del Partito Democratico