Pane, destra e nostalgia

Maurizio Crippa

Quando il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida parla di chilometro zero in controluce s’intravede la sagoma celentanesca del Pastore Serafino. E’ pura nostalgia, è il Mondo piccolo guareschiano

Il chilometro zero è un concetto fighetto e non di rado poco economico con cui la classe sociale benestante prog incartoccia, in buste di carta ecologica, le proprie costose prelibatezze, meline butterate, insalate umide di terra, bitorzolute carote profumate. Soprattutto, incartocciano la propria coscienza di decorosi mangiatori frugali ergo contributori morali al sostentamento delle masse contadine. L’idea che mettendo in fila tutti i chilometri zero del mondo si farebbero ricche tutte le agricolture povere del mondo è una delle utopie più sbalestrate di Carlin Petrini. Il chilometro zero è il cibo dei ricchi che si vogliono alimentare da poveri per motivi di salute ambientale. Se invece dici che a comprare dal produttore a basso costo nel vicino borgo natio, e dunque a “mangiare meglio”, sono i ceti meno abbienti, e che “l’educazione alimentare italiana è interclassista”, la magia del chilometro zero svanisce come il profumo di una pera avvizzita: sei un sovranista ignorante, non un profeta del cibo sostenibile. Che la differenza tra il chilometrista zero e i poveri che vivono di baratto e dell’orto della nonna sia, in cattiva sostanza, soltanto di ingiusto privilegio a favore del chilometrista viene taciuto per pura ipocrisia. Non è l’economia, bellezza, a fare la differenza. E’ la filosofia, anzi un’antropologia che a destra pencola grassoccia verso deliri da fascismo agrario. 

 

Quando il chilometrista zero parla di chilometro zero s’immagina (o pretende) un mondo coltivato per il futuro e in controluce si vede Papa Francesco. Quando lo fa il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida, in controluce s’intravede invece la sagoma celentanesca del Pastore Serafino. Quello che si lagnava perché “al mondo antico chiuso nei suoi monti / la gente del Duemila ormai non crede più”. Una scemenza già 50 anni fa. Altro che anti modernismo di Pasolini, altro che pensiero della Tradizione, tra Scruton e la Coldiretti, altro che arcitalianesimo applicato al food. E’ pura nostalgia, è il Mondo piccolo guareschiano (se ci fosse almeno l’ironia).

 

Invece c’è Lollobrigida, e senza far troppi giochini la Gina, Anno Domini 1953, faceva esplodere di solide polpe maggiorate e di appetiti da atavica fame il sogno del popolo italiano: i futuri poveri ma belli di un mondo ancora rurale, non proprio equo ma solidale. Le borghesie ricche ed engagée attendevano fra una tartina e un Cynar l’arrivo di Senso di Visconti, invece le classi fameliche popolari, che votavano Dc perché ancora non osavano Almirante, andavano a mangiarsi con gli occhi la Lollo e a consolarsi con cofane di spaghetti al sugo. Lollobrigida (non Gina) vive nel suo mondo illusorio, forse ignora che le classi dalle tasche vuote vanno al discount, non al mercatino della Coldiretti, così attenta alle eccellenze alimentari sovraniste. Slowfood e Coldiretti sono le due medaglie politiche di una stessa ideologia, tutt’altro che votata a sfamare il popolo. Solo che Carlin Petrini ha uno status, Lollobrigida fa ridere.

 

Ma appunto, c’entra l’antropologia, molto prima degli strafalcioni sul rapporto fra cattiva alimentazione (junk food) e reddito, comprensibile anche a chi non sappia distinguere tra una battuta di fassona e un 3x2. E’ proprio il (non) pensiero. Qualcuno ha detto che nelle stupidaggini a proposito del povero ma buono, del non industriale perciò sano, del gustoso perché sovrano c’è in fondo Pasolini. Il quale, però, aveva lo sguardo accigliato di chi annotava la dissoluzione di un mondo fatto di ricotte, di lucciole e di pittori. Invece nella versione attardata di “Pane, destra e nostalgia” c’è una sovrana incapacità di vedere il presente e il futuro: che sia quello chilometrista o quello del cibo sintetico. E’ antropologia. Come nel breviario dello sciagurato Vannacci, il contorno del piatto forte razzismo-sessismo è la nostalgia per un mondo inesistente: “Un’Italia più povera, più rurale, più arretrata ma forse più felice”. Per il paese: “Mi piace la mia cucina, l’odore del pane fresco al mattino e le campane che suonano la domenica”. Non arcitaliani, non anticapitalisti, e manco il Maresciallo De Sica: sono il Pastore Serafino.

  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"