(foto Ansa)

l'editoriale del direttore

L'interesse nazionale non è compatibile con le alleanze con i nazionalisti: viva la Meloni anti orbaniana

Claudio Cerasa

La svolta della premier sui migranti mostra una direzione positiva. Incoerente con la sua storia ma con un tratto da studiare. E’ il tecno-populismo, bellezza

Da un lato le parole, dall’altro lato i fatti. Da un lato le urla, dall’altro la mediazione. Da un lato gli slogan, dall’altro la responsabilità. La settimana politica che si avvia verso la conclusione ci ha mostrato due volti di Giorgia Meloni che non potrebbero essere l’uno più distante dall’altro ma che sorprendentemente sono diventati ormai parte della stessa medaglia politica. Tema: è possibile mettere insieme, nelle stesse ore, il massimo del populismo con il massimo del pragmatismo? La risposta è nelle conclusioni del più importante Consiglio europeo a cui la premier italiana ha partecipato dall’inizio del suo mandato. Un Consiglio europeo, quello di ieri, in cui per la prima volta la solidità della grande alleanza tra i sovranisti europei è stata smentita proprio dalla leader che, in teoria, doveva incarnare il sogno della riscossa sovranista in Europa. E invece, come sapete, ieri le contraddizioni tra i nazionalisti sono esplose in modo drastico, perentorio, deciso. E non su un tema come un altro ma su quello che negli ultimi anni aveva permesso ai sovranisti europei di alimentare il brodo di coltura dell’anti europeismo: l’immigrazione. Cosa ha fatto Meloni? Semplice. Ha scelto, per la delusione somma dei gruppi editoriali e dei gruppi politici che avevano scommesso tutto sull’orbanizzazione dell’Italia, di schierare il nostro paese contro, udite udite, l’Ungheria e contro, udite udite, la Polonia. Su un pacchetto pesante: quello relativo alle nuove regole sull’immigrazione. Regole approvate ieri dal Consiglio europeo, che al di là dei tecnicismi stabiliscono un principio nuovo: la solidarietà obbligatoria nei confronti dei paesi di primo ingresso. Che cosa significa? Significa che gli stati membri sono costretti a scegliere tra due opzioni: accogliere i richiedenti asilo attraverso i ricollocamenti oppure pagare un contributo finanziario di 20 mila euro a migrante.

 

Se si guardano i numeri e i dettagli del patto si capirà facilmente che l’accordo rischia di non essere così conveniente per l’Italia. Il bacino di ricollocamenti previsto, in un anno, in tutta Europa, è pari a 30 mila persone, per l’Italia sono circa 4.000 persone, che per capirci sono all’incirca le stesse persone sbarcate in Italia tra il 27 e il 29 giugno, che sono state 3.920. E il fatto che il patto preveda obblighi più stringenti per far tornare i migranti irregolari nei paesi di primo approdo (due terzi dei migranti che arrivano in Italia transitano in altri paesi) costringerà l’Italia a dover ammorbidire ulteriormente i rapporti con i paesi confinanti (vedi la Francia). Più che concentrarsi sui dettagli, però, ciò che vale la pena approfondire oggi riguarda la ciccia del tema che stiamo affrontando. E la ciccia ci dice che Meloni – pochi giorni dopo aver inveito contro l’Unione europea per il Mes (sul quale il governo ha chiesto quattro mesi di sospensione per discuterne in Parlamento a novembre), pochi giorni dopo aver inveito contro la Bce per i tassi in rialzo (nelle stesse ore in cui proponeva per la guida di Bankitalia un componente del board della stessa Bce contro cui inveiva: Fabio Panetta), pochi giorni dopo aver inveito contro la Commissione europea sul tema del Pnrr (nelle stesse ore in cui cercava un modo per convincere gli uffici delle Commissione a non essere severa con l’Italia proprio sul Pnrr) – ieri ha fatto un passo deciso, forse storico, verso il mainstream europeo. Allontanandosi almeno per un giorno dai suoi alleati storici e arrivando a prendere le distanze dallo stesso gruppo parlamentare che Meloni guida in Europa (Ecr) fortemente contrario all’accordo firmato dal premier italiano (capo dell’Ecr). Più che dedicare dunque grande attenzione, come molti faranno oggi, alla retromarcia di Meloni, che ancora una volta ha mostrato di dover essere incoerente con la sua storia nazionalista per tutelare l’interesse nazionale, la cui difesa passa inevitabilmente dall’avvicinamento ai leader più europeisti e dall’allontanamento dai leader più nazionalisti, ciò che vale la pena mettere a fuoco oggi riguarda una caratteristica interessante della leadership meloniana.

 

Una caratteristica, forse unica in Europa, che coincide con una formula con la quale Meloni sta cercando di proporsi come un punto di intersezione tra la vecchia destra popolare e la storica destra populista: anti sistema nella forma, anti populista nella sostanza. E’ il tecno-populismo, come lo ha felicemente ribattezzato sul Figaro Nicolas Baverez. E’ una formula che a differenza del populismo tradizionale usa il mandato popolare come un’arma di negoziazione. Ed è una formula che finora Meloni sta utilizzando in fondo con successo. Nella consapevolezza, forse spericolata, che le trattative migliori non possono che partire da una posizione anti sistema. E nella consapevolezza, forse imprudente, che l’Italia di oggi, pur non essendo un argine contro il populismo, ha compiuto una scelta di campo, che prevale su qualsiasi sparata anti sistema: fare ogni giorno un passo in avanti per allontanarsi dal peggior alleato possibile con cui difendere l’interesse dell’Italia. Più Europa, meno sovranismo e molto tecno-populismo. Il futuro di Meloni,  in Europa, in fondo passa anche da qui. Ben fatto.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.