dati sballati

Il governo licenzia due relazioni divergenti sul Pnrr. Il Mef corregge Palazzo Chigi

Valerio Valentini

L'esecutivo trasmette alle Camere un documento profondamente diverso da quello disponibile sul suo sito. Il ministero dell'Economia e delle Finanze ci mette una pezza

Dubbio atroce. C’è da dibattere se “sono 118 le misure” del Pnrr “rispetto alle quali sono stati rilevati elementi di difficoltà”, se quindi “le misure con il maggior numero di elementi di debolezza sono pari all’11 per cento del totale”,  con “40 investimenti e una riforma che risentono degli squilibri di mercato” e se “le misure che presentano due problematiche sono in totale 38 (il 32 per cento del totale)”. Oppure se questi numeri siano tutti sballati, e le misure più critiche “sono 120”, quelle col maggior numero di criticità “sono pari al 10 per cento del totale”, con “42 investimenti e una riforma che risentono degli squilibri di mercato” e “le misure che presentano due problematiche sono in totale 43 (il 36 per cento del totale)”. La prima rilevazione è del governo Meloni. La seconda, anche. Eppure la Relazione sul Pnrr appena trasmessa  alle Camere differisce da quella disponibile sul sito di Palazzo Chigi. Ma non finisce qui. 

 

Le discrepanze sono infatti parecchie: e non vorremmo essere nei panni dei funzionari della Commissione europea, nel dover decidere a quale delle due versioni ufficiali diramate dal governo affidarsi. La tabella a pagina 17, per dire, quella dedicata alla Missione 2 del Pnrr, la Transizione ecologica, riporta 250 milioni di sovvenzioni per il supporto a start-up e venture capital attivi nel settore. Così, almeno, nella versione inviata in Parlamento. In quella consultabile sul sito del Dipartimento delle politiche europee e presentata in conferenza stampa dal ministro Raffaele Fitto la scorsa settimana, invece, quei soldi non ci sono, con conseguente divergenza nel computo totale dei finanziamenti per la Missione.

 

Poche pagine dopo, un altro resoconto, dedicato stavolta agli obiettivi per digitalizzazione e innovazione, prevede che il miliardo di euro per “l’attrattività dei borghi” va destinato ai “nuovi progetti”, in una versione; nell’altra, quello stesso miliardo rientra invece tra “i progetti in essere e i Fondi di sviluppo e coesione”.

 

Distrazioni, si dirà. E sia. Però in altri casi, su altri obiettivi, si leggono osservazioni che a confrontarle tra loro semplicemente non si tengono. La riduzione da 17 a 9 del numero dei nuovi teatri da realizzare a Cinecittà – target che dunque almeno in parte mancheremo, a giugno –, si deve al fatto che “alcuni teatri non potranno essere realizzati a causa di un vincolo archeologico emerso sull’area di Torre Spaccata”, come afferma il ministero della Cultura nella relazione presentata da Fitto, oppure “l’esigenza della modifica scaturisce dal rilevante incremento dei costi delle materie prime e delle fonti energetiche conseguenti alla guerra Russia-Ucraina, nonché dal mancato ingresso di Cdp Immobiliare Srl nel capitale sociale di Cinecittà Spa mediante conferimento dell’area di Torre Spaccata”, come si legge nella versione alternativa?

 

E sul progetto “Intercity Sud”, per il quale sono stati assegnati a Trenitalia 200 milioni, il soggetto attuatore ha davvero “manifestato difficoltà a raggiungere l’obiettivo previsto a causa dell’insorgere di maggiori costi per inflazione e caro prezzi di energia e materiali”, come si dice in una Relazione, oppure questo problema non c’è, come si evince dalla lettura dell’altra Relazione? D’altronde sulle infrastrutture le incognite sembrano essere parecchie, visto che sulla Tav Napoli-Bari in un caso si scrive che “risultano  consegnati i lavori per la costruzione delle linee” e nell’altro che “sono in corso i lavori per la costruzione delle tratte”. 

 

Ohibò. E per potenziare l’Ufficio per la trasformazione digitale, sono stati selezionati “264 esperti” o “circa 230 esperti”? E i decreti di nomina per la Scuola di alta formazione per i dirigenti scolastici era “previsto che fossero adottati entro il 1° marzo 2023” oppure “sono in corso di definizione”?

 

E si potrebbe proseguire a lungo, su questo filone. Se non fosse, però, che forse alcune delle divergenze più notevoli riguardano non tanto dati e cifre, ma un certo approccio generale al Pnrr. Perché nella Relazione presentata da Fitto, a pagina 20, c’è un passaggio che era stato notato dagli addetti ai lavori perché sembra porre in discussione, più o meno velatamente, la convenienza sul piano finanziario del ricorso ai fondi del Recovery. Nella versione trasmessa alle Camere, bollinata non a caso dopo una revisione effettuata al Mef, queste analisi vengono riviste e in parte corrette anche tramite l’aggiunta di specifiche precisazioni. Tipo questa: “In ogni caso le spese per il servizio del debito per i fondi del Pnrr sono inferiori al costo di un ricorso sul mercato finanziario”.

 

E non ci sono solo integrazioni. Il Mef ha eliminato anche qualche considerazione che pareva evidentemente infondata, come quella in cui il governo alludeva a un presunto effetto benefico di cui avrebbe goduto l’Italia nel 2021 e 2022 per quel che riguarda lo spazio fiscale, grazie al Pnrr, contrapposto invece a una presunta stretta sul piano contabile di cui sarebbe stato vittima l’esecutivo Meloni nel 2023, per via di “un effetto negativo del Pnrr sul saldo di bilancio pubblico” che avrebbe ridotto “i margini di manovra del governo”. Come se insomma tanto utile non fosse, per le casse dello stato, il Pnrr. Questo, almeno, in una versione della Relazione. Nell’altra, questa lamentela non c’è. Resta da capire ora a quale crede Giorgia Meloni. 

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  • Valerio Valentini
  • Nato a L'Aquila, nel 1991. Cresciuto a Collemare, lassù sull'Appennino. Maturità classica, laurea in Lettere moderne all'Università di Trento. Al Foglio dal 2017. Ho scritto un libro, "Gli 80 di Camporammaglia", edito da Laterza, con cui ho vinto il premio Campiello Opera Prima nel 2018. Mi piacciono i bei libri e il bel cinema. E il ciclismo, tutto, anche quello brutto.