(foto Ansa)

Girotondo a nordest

Capodanno con la Liga. “Basta fregature: ormai Salvini è il ministro per il sud”

Francesco Gottardi

La norma ‘Salva Sicilia’, mentre il Veneto attende invano l’autonomia, scatena per l’ennesima volta la base del partito. “Mica siamo la Lapponia”, la rabbia di eurodeputati e amministratori locali: “Nel 2023 o si cambia o si muore”

L’ultimo affronto è arrivato sotto l’albero. Immaginate: alla nostra cara Sicilia, con affetto, firmato Lega per Salvini premier. Solo che nella busta non c’è la banconota di un vecchio zio, ma l’emendamento ad hoc chiesto a gran voce dal governatore Schifani di Forza Italia. Serve a dilazionare nei prossimi dieci anni, anziché in tre, il debito accumulato durante la presidenza Musumeci e ora contestato dalla Corte dei conti. Roba da 866 milioni di euro. E invece al Veneto, nipotino diligente che da tempo nella sua letterina chiede soltanto l’autonomia? Niente. Manco il carbone, “o il cemento per la nostra pedemontana”, sospira Fabrizio Boron. “Mi domando perché salvare la Sicilia con tutto quello che ha ricevuto finora”, incalza Gianantonio Da Re. “Scelta incomprensibile”, gli fa eco Roberto Marcato. Risponde per tutti Gianpaolo Vallardi: “Ormai Salvini è il ministro per il sud”. E loro quattro – nell’ordine: consigliere regionale, europarlamentare, assessore ed ex senatore – sono l’anima della vecchia Liga che non si dà per vinta. Da almeno un anno sul piede di guerra contro i vertici del partito. “Il prossimo? Che sia quello della rivoluzione. E dello stato federale”.

 

Sembra il remake in versione Carroccio di ‘Natale col Pd’, quella parodia del Terzo Segreto di Satira che dipingeva tutto lo scoramento dei militanti dem di fronte alla rottamazione renziana. “È sempre più difficile riconoscersi in questa Lega”, dice in effetti Vallardi, il parlamentare veneto più presente in aula nella scorsa legislatura. Ma poi non ricandidato. “Ci chiamano frustrati. La verità è che il partito ha smarrito identità e progetto politico. Il disagio è che ha abbandonato il nord”. E non è semplice questione di vecchio contro nuovo. Marcato, il ‘bulldog’ allo Sviluppo economico di Luca Zaia, spiega che “occorre mettere sul tavolo i valori di un movimento con radici antiche, ma che guarda al futuro. Avete sentito il nostro presidente? Si batte per l’autonomia e per l’etica del fine vita. Parla di tradizioni locali e diritti delle coppie gay. Siamo voce del territorio, abbiamo l’obbligo di interpretare la contemporaneità”. Anni luce dai rudi salviniani. “In caso di visioni diverse, la soluzione è il confronto. Ma se ci si ostina sullo status quo per puro protagonismo, allora non va bene. Dobbiamo tornare alle scuole di partito, essere più selettivi con la classe dirigente: di certi giovanotti arrivisti proprio non abbiamo bisogno. O saremo destinati all’estinzione”.

 

In questi giorni corre voce che Marcato stia valutando di dimettersi dalla carica amministrativa per potersi gettare nella mischia: nell’anno che verrà, la grande partita è il congresso del Veneto. Lui opta per il no-comment, ma garantisce che “se qualcuno pensa di vincere eliminando aprioristicamente gli avversari, con me casca male. E allora sarò pronto a candidarmi”. Padova ferita aperta: Nicola Pettenuzzo è stato appena eletto segretario provinciale per un soffio contro il candidato di Marcato e Boron. “E secondo modalità non del tutto corrette”, interviene quest’ultimo. “Il colmo è che Alberto Stefani ha dichiarato che creare militanti a fini congressuali è previsto dal regolamento. Confermando così di aver appoggiato una manovra spudorata”. (Contattato dal Foglio, il commissario regionale della Lega non ha risposto). Sintetizza Vallardi: “Salvini e i suoi si arroccano, fanno meline, intralciano i luoghi del dibattito, preparano la tessera a sconosciuti e bloccano gli attivisti storici. Così per noi diventa difficile, ma la loro è una scatola vuota”.  

C’è un altro fatto che fa infuriare la base: perfino sul ‘Salva Sicilia’, dai parlamentari veneti del Carroccio a forte trazione padovana, non è arrivata mezza parola. “Sappiamo che sono stati piazzati lì per altre logiche”, il sentore comune. “Mica per fare gli interessi del territorio”. È il momento di Toni da Re, detto Baffo, che da Bruxelles ringhia contro il dirigismo leghista sin dai tempi della campagna vaccinale. “E prima il Giubileo, poi il decreto ‘Salva Roma’, ora altri quattrini da sperperare in Sicilia. Anche basta: il Veneto mica è la Lapponia”, e a questo punto magari lo fosse, così la letterina per l’autonomia arriverebbe a destinazione. “Ora il centrodestra è al governo e senza alibi: la speranza è l’ultima a morire, però ci stiamo indispettendo”. Secondo Boron, “certe cose non fanno nemmeno più notizia. Ma vorrei chiedere a Musumeci: è contro l’autonomia perché noi dimostreremmo come gestire una regione, o perché la Sicilia non merita lo statuto speciale?”. Fuori gli auguri per il 2023. “Che la Lega capitolina ritrovi un po’ di dignità, che la Liga sprigioni tutte le sue forze. E che i segretari eletti non siano i lacchè del potente di turno”. Aggiunge Marcato: “Ricordiamoci ciò che siamo. Non un partito sovranista e romanocentrico, ma federalista e detonatore delle diversità territoriali”. Da Re traccia la rotta. “Si naviga a vista, la scissione interna è chiara e non ci permette più di essere protagonisti: tra Lombardia e Friuli-Venezia Giulia ci aspettano delle elezioni chiave per capire il nostro peso politico. Che dio ce la mandi buona. E pure il Comitato nord”. Visto che Babbo Matteo è tanto sordo, meglio cambiar santi in paradiso.

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