Sull'Ucraina Conte segue la linea di Petrocelli, ma è meno serio e coerente di lui

Luciano Capone

Dice che è "illusoria" la vittoria su Putin ma chiede l'immediato ritiro delle truppe russe dall'Ucraina. Come? Togliendo le armi a Kyiv. Si scaglia contro i "guerrafondai" che aumentano le spese militari, che lui ha aumentato più di tutti. L'Avvocato del popolo conferma di essere un cinico trasformista, ma il problema è chi lo ritiene migliore del compagno Petrov

“Nuove armi all’Ucraina, per la prima volta il M5s vota no. Dopo nove mesi e mezzo ci è arrivato pure Conte”. Vito Petrocelli, l’ex presidente filorusso della commissione Esteri, poi espulso dal M5s per il suo sostegno all’invasione di Vladimir Putin, ha rivendicato di aver indicato in anticipo la linea al partito. E il compagno Petrov sarà stato pure soddisfatto nel sentire, dalla bocca di Giuseppe Conte, che per raggiungere la pace bisogna “dare risposte a due questioni: la sicurezza da garantire a tutti e la tutela delle minoranze russofone”. Garantire sicurezza a Ucraina e Russia (aggressore e aggredito pari sono), e difesa delle minoranze russofone (presumibilmente aggredite dall’Ucraina), è in effetti una piattaforma di negoziato che piacerebbe sia a Petrocelli sia a Putin. Soprattutto se, a fianco, si chiede di bloccare gli aiuti militari che a Kyiv servono per difendersi dai missili russi.

 

La differenza tra il compagno Petrov e l’Avvocato del popolo è che il primo, almeno, ha il pregio di evitare l’ipocrisia e la retorica ampollosa, dichiarando apertamente il suo appoggio a Mosca. Anche perché per tenere insieme la solidarietà al popolo aggredito, la condanna dell’aggressore, il rispetto del diritto internazionale, la pace e il ritiro del supporto militare l’ambiguità non basta. Bisogna che la demagogia faccia violenza alla logica.

 

Due settimane fa Conte diceva alla Camera che “non possiamo pensare di continuare a inseguire una illusoria vittoria militare sulla Russia”. E quindi bisogna fare qualche concessione a Putin. Ma l’altroieri ha presentato una mozione che “impegna il governo a pretendere dalle autorità russe... l’immediata cessazione delle operazioni belliche e il ritiro di tutte le forze militari che illegittimamente occupano il suolo ucraino”.  Insomma, secondo Conte ora il governo italiano deve “pretendere” quella vittoria totale sulla Russia che, solo due settimane fa, oltre a essere “illusoria” era foriera di una “catastrofe nucleare”. Ma cosa dovrebbe fare l’Italia per “pretendere” da Putin il ritiro immediato delle truppe russe da tutti i territori occupati? “Interrompere immediatamente la fornitura di materiali d’armamento alle autorità governative ucraine”, come dice l'altra mozione del M5s firmata sempre da Conte. Quindi per ottenere la disfatta di Putin e ricacciare l’esercito invasore russo bisogna disarmare l’Ucraina.

 

D’altronde il vantaggio competitivo dell’Avvocato del popolo è proprio questo. Conte ha da tempo capito che la logica, il principio di non contraddizione, il rispetto della verità, la linearità di pensiero e di comportamento sono inutili vincoli alla sua azione politica. Che senza può correre liberamente, attraversando il malessere sociale, guidata dai sondaggi e alimentata dalla demagogia. La politica estera e di sicurezza è il terreno perfetto per il contismo, sebbene storicamente sia l’ambito dove maggioranza e opposizione trovano unione e convergenza in nome dell’interesse nazionale. Com’è accaduto nel caso della guerra in Ucraina quando Giorgia Meloni dall’opposizione ha sostenuto (insieme a Conte) la linea del governo Draghi, e come stanno facendo il Pd e il Terzo polo a sostegno della stessa linea ora che a Palazzo Chigi c’è Meloni. Ma Conte no. Pur di cavalcare e il disagio economico prodotto dalla crisi energetica non si fa problemi a smentire se stesso.

 

In Parlamento il M5s si è scagliato contro il governo, che sostiene la stessa posizione che era del M5s, definendolo “guerrafondaio” e preda di “furia bellicista”. Conte, come altri suoi parlamentari, ha detto che il governo è asservito alla “potente lobby delle armi” per aver ribadito l’impegno ad alzare nei prossimi anni le spese militari fino al 2 per cento del pil. “La postura dell’Italia”, ha detto l’ex premier, è di “totale acquiescenza alle indicazioni di Washington”. In realtà il governo Meloni e il ministro della Difesa Guido Crosetto, il principale bersaglio della propaganda contiana, non fanno altro che tenere fede agli impegni presi in sede internazionale dallo stesso Conte.

 

L’obiettivo del 2 per cento risale al summit Nato del 2014 in Galles ed è stato confermato dal governo Conte nel summit di Bruxelles del 2018 e in quello del 2019 a Londra. E non lo ha fatto solo a parole, ma con i fatti. A proposito di “acquiescenza alle indicazioni di Washington”, Conte è il premier che più di tutti si è adeguato all’ordine di Donald Trump (“You got to pay!) sull’aumento delle spese per la Difesa. Secondo i dati della Nato, con Conte al governo la spesa militare dell’Italia è salita da 21 a 28 miliardi di euro in tre anni, dall’1,17 all’1,58 per cento del pil. Negli ultimi 10 anni di spesa stagnante, è il premier che in un anno ha aumentato più di tutti il budget della Difesa (+23,5 per cento): era il 2020.

 

Conte ha incrementato notevolmente le spese militari nell’anno del Covid, quello in cui i militari andavano bene per fare tutto soprattutto se russi, e ha sempre confermato (fino a marzo 2021) l’impegno ad alzarle ulteriormente al 2 per cento del pil, ma ora attacca il governo perché non le taglia mentre è in corso la guerra in Ucraina, che è la più grave minaccia all’ordine europeo dopo la Seconda guerra mondiale. Eppure il problema non è solo Conte, che anche sulla guerra segue la sua natura di cinico trasformista, ma chi a sinistra continua a ritenerlo un interlocutore più serio di Petrocelli.

 

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali