L'ammiraglio De Felice durante un'iniziativa contro le navi di soccorso ONG, a Roma nel 2020 (LaPresse) 

I riferimenti della premier

L'ammiraglio De Felice, il suggeritore di Meloni sul blocco navale

Luca Gambardella

Il tecnico della Marina Militare, teorico dei respingimenti dei migranti, ce l'ha con tutti: Ue, ong e pure con le multinazionali. E per questo alla premier piace tanto

Nell'idea di un “blocco navale”, in fondo, “non c'è nulla di nuovo”. Martedì, nella Sala del Cenacolo di Vicolo Valdina a Roma, una delle sedi della Camera dei deputati, prende la parola l'ammiraglio di riserva Nicola De Felice. Teorico di riferimento in materia di respingimenti dei migranti, è esponente di quella cerchia di tecnici con un curriculum da “competenti in materia” a cui ora guarda la destra-destra al governo. De Felice, si diceva, ha da poco scritto un libro. Il titolo, laconico, è “Fermare l'invasione”. Sottotitolo: “Le ragioni del blocco navale”. Un manuale, o meglio una “raccolta di proposte concrete”, dice lui, a beneficio di Giorgia Meloni che ne cura la prefazione. Così alla presentazione del volume partecipa un drappello di deputati e senatori di Fratelli d'Italia, compreso il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli. “Diciamolo. L'Europa ha già dato il suo consenso a quegli stati membri che hanno costruito un muro di filo spinato di chilometri e chilometri per difendere i loro confini contro l'immigrazione”, spiega De Felice. La “fortezza Europa”, insomma, c'è già e ha il placet di Bruxelles, il resto è opposizione ideologica a un'operazione che invece, per l'ammiraglio, è legittima. Una vecchia ossessione, quella di De Felice, che la scorsa estate ricordava su Libero come “il blocco navale salvò Roma antica” e che quindi, ieri come oggi, sarebbe un mezzo tanto efficace quanto legittimo. 

 

C'è anche lui fra i suggeritori della strategia meloniana in tema di gestione dei migranti, che si sostanzia in uno schieramento di navi militari europee nel Mediterraneo per impedire le partenze dei migranti dalle coste del Nordafrica. E sempre a De Felice si deve anche la tesi “controituiva” che giudica persino i ricollocamenti dei migranti fra i paesi dell'Ue alla stregua di un “pull factor” implicito, un po' come quello rappresentato dalle navi ong al largo della Libia. Proprio l'ammiraglio il 28 novembre scorso pubblica sul sito del Centro studi Machiavelli – il think tank fiorentino, punto di riferimento del mondo conservatore – un articolo in inglese, evidentemente per farsi meglio comprendere da chi di dovere in Europa. Il suo “consiglio” al governo è di non insistere troppo in Ue con i ricollocamenti dei migranti e di puntare piuttosto sugli hub in Africa. Una tesi che – coincidenza – viene ripresa lo stesso giorno dal sottosegretario leghista del ministero dell'Interno, Nicola Molteni. Il veterano del Viminale, sostenitore dei “porti chiusi”, concede un'intervista al sito EuObserver e spiega perché i ricollocamenti non sono la via da seguire: “Questo è ciò che vorrebbe la Francia, e rischia di essere un fattore di attrazione di nuova immigrazione”, dice il sottosegretario. Una visione in controtendenza rispetto alla politica migratoria italiana, che da sempre invece va chiedendo più solidarietà in Europa. Per Molteni, la soluzione sono gli hotspot in Africa, per evitare che sia l'Italia a continuare a essere l'hotspot d'Europa. Il limite della proposta, oltre che di carattere giuridico, è che sono gli stessi paesi africani a non volere sul loro territorio i centri di smistamento gestiti dall'Ue, ma questa obiezione è sempre rimasta senza risposta a Palazzo Chigi e al Viminale. 

Precisa De Felice, alla presentazione del suo libro: “La Germania ha fatto finanziare la Turchia che ora accoglie oltre 4 milioni di profughi”. Non solo, ma anche “Francia e Regno Unito hanno stretto un accordo sulla Manica che altro non è che un blocco navale”. Fra i cavalli di battaglia del guru dei respingimenti c'è pure Fabrice Leggeri, l'ex direttore dell'agenzia Ue per i confini esterni, Frontex, “costretto a dimettersi per motivi risibili” (leggi: i respingimenti illegali dei migranti abbandonati nel Mare Egeo). E le multinazionali, “che dopo avere delocalizzato in quei paesi ora spingono i poveri da noi in condizioni pietose”. Immancabili le ong e la querelle sugli stati di bandiera: “Facciamo i nomi: Norvegia, Germania e Spagna. Richiamiamo i loro ambasciatori, perché questi stati hanno un obbligo morale sull'operato delle ong”. Infine la solidarietà espressa ai cinque uomini della Guardia di Finanza “speronati da Carola Rackete” (che però è stata scagionata da ogni accusa con tanto di archiviazione). Un carosello in cui sembra di risentire vecchie e nuove proposte di Giorgia Meloni, fra cui il rilancio del tanto famigerato quanto indefinito “piano per l'Africa” di Enrico Mattei, già annunciato nel primo discorso tenuto dalla premier in Parlamento e mai sostanziato da idee concrete. Ma tanto basta al pubblico della Sala del Cenacolo. Applausi.

  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it