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Un test di tre parole per capire se questo è un governo del PIPF

Claudio Cerasa

Efficienza, concorrenza, produttività mancano ancora all’appello  nel dizionario politico del centrodestra. Ma è su questi temi che si gioca la capacità dell’esecutivo di emanciparsi dal partito di chi sceglie di Prendere gli Italiani Per i Fondelli

Il tema è sempre quello: domande giuste, risposte sbagliate. Sono passati quaranta giorni dalla vittoria elettorale del centrodestra e in quaranta giorni il tridente d’attacco che da due settimane guida la maggioranza di governo ha trovato occasione per discutere di tutto, dai rave agli articoli determinativi, ma non ha trovato una sola occasione per inserire al centro della propria agenda politica tre parole che pure dovrebbero essere prioritarie all’interno di un esecutivo che, come dimostrato dalla Nota di aggiornamento del Def presentata venerdì scorso dal ministero dell’Economia, ha affermato di voler ridurre nei prossimi anni il debito pubblico del nostro paese puntando semplicemente sulla leva della crescita. Un programma vastissimo, molto ambizioso, a tratti spericolato, che però contiene una contraddizione grave che necessita di essere risolta con urgenza per evitare di far entrare rapidamente il centrodestra di governo in un movimento molto affollato formato da quattro lettere: il PIPF, il partito di chi Prende gli Italiani Per i Fondelli.

 

Le tre parole che mancano all’appello nel dizionario politico del centrodestra sono tre parole da cui dipende la futura crescita dell’Italia e sono tre parole che però nessuno tra i principali leader del centrodestra sembra avere intenzione di usare. La prima parola è efficienza. La seconda parola è concorrenza. La terza parola è produttività.

 

E la ragione per cui queste parole sono state finora evitate con cura riguarda un sottotesto preciso: la globalizzazione è un problema, non è un’opportunità, e per proteggere i cittadini dalle gravi minacce economiche che imperversano in giro per il mondo, di fronte al mercato è meglio diffidare, diffidare, diffidare.

 

Rispetto al tema dell’efficienza, i problemi dell’Italia sono noti: il nostro è un paese che, fino a oggi, i soldi europei non è mai riuscito a spenderli come avrebbe potuto e dovuto (tra il 2014 e il 2020 l’Italia ha utilizzato solo il 38 per cento dei fondi strutturali europei, facendo segnare in Europa un primato negativo) e anche rispetto ai soldi del Pnrr, nonostante le corse fatte dal governo precedente, le preoccupazioni rimangono e sono quelle evidenziate qualche mese fa dalla Corte dei conti che ha espresso preoccupazione per le conseguenze “dell’emersione di elementi di incertezza destinati a influenzare il rialzo dei costi di realizzazione di alcuni progetti”, ricordando che “le ultime stime elaborate dall’Ufficio parlamentare di bilancio abbiano evidenziato come nel 2021 ci sia stata una realizzazione degli interventi del Pnrr inferiore a quanto ipotizzato, con una spesa pari al 37,2 per cento di quanto preventivato”.

 

Rispetto al tema della produttività, l’Italia dal 1995 a oggi è cresciuta poco più del 10 per cento, contro un più 40 per cento sfiorato dall’Eurozona e la stessa produttività totale dei fattori, negli ultimi vent’anni, in Italia è diminuita di oltre il 4 per cento mentre in Germania è cresciuta più del 10 per cento e in Francia del 7 per cento.

 

Rispetto al tema della concorrenza, anche qui le questioni sono note e solo un paese miope come il nostro può far fatica ad ammettere che avere più concorrenza significa avere più competizione, che avere più competizione significa avere più innovazione, che avere più innovazione significa avere più scelte e che avere più scelte significa far calare i prezzi offrendo dunque un beneficio niente male ai consumatori finali. Per farlo, però, occorrerebbe sfatare alcuni tabù. Occorrerebbe ammettere, per esempio, che la sola rimozione delle barriere amministrative nei settori non manifatturieri indurrebbe un aumento della produttività superiore al 25 per cento, rispetto al presente, e che la ragione per cui, da anni, l’Italia viene collocata al cinquantesimo posto nella classifica “doing business” della Banca mondiale, ventiseiesima su ventotto stati dell’Unione prima della Brexit, non è legata a un eccesso di globalizzazione ma è legata a un deficit di concorrenza. Fare tutto questo sarebbe però complicato, per chi considera il mercato fonte più di problemi che di opportunità, e farlo vorrebbe dire dover ammettere quello che un governo nazionalista non può permettersi di fare. Significherebbe andare a intervenire sullo status quo, sulle rendite di posizione, sulle corporazioni, sui veri poteri forti che tengono ingessata l’economia italiana. Significherebbe ammettere che un paese dove ci sono 8.510 società partecipate dal settore pubblico è un paese che ha scelto di costruire ostacoli alla concorrenza e dunque alla crescita del paese stesso. Significherebbe ammettere che l’Italia, sul tema del commercio, è uno degli stati membri dell’Unione europea che hanno le maggiori restrizioni sul commercio al dettaglio, sia per quanto riguarda l’apertura di nuovi negozi sia per quanto riguarda le regole che incidono sulle attività quotidiane dei commercianti. Significherebbe dover ammettere che non c’è crescita senza mercato unico e solidarietà sull’energia (serve più Europa, non meno Europa). Significherebbe dover ammettere che non c’è crescita e tutela del made in Italy (che come italiani esportiamo) senza un mercato unico più solido e più flessibile (l’interesse nazionale vuole il buon funzionamento del mercato, non la sua limitazione). Significherebbe dover ammettere che non c’è crescita senza politica industriale europea, indispensabile per la transizione energetica e digitale (vedi microchip). Significherebbe dover ammettere che non c’è crescita per il paese se, anziché aprire il nostro mercato, ci affidiamo agli interventi pubblici nazionali (i tedeschi hanno un bilancio che lo consente, noi no). Significherebbe dover ammettere che non c’è crescita se non copriamo con le migrazioni regolari la domanda di certi lavori che è insoddisfatta (chiedere per credere agli imprenditori di quel nord-est che ha votato in massa per Meloni). Significherebbe dover ammettere che non c’è crescita senza una politica europea di controllo dei flussi migratori (governare, non fermare). Significherebbe dover ammettere che non c’è una politica industriale europea se non si ha una capacità fiscale europea (più integrazione uguale più protezione, non meno sovranità). Fare tutto questo, in altre parole, significherebbe fare quello che il complottismo nazionalista non permette facilmente di fare: riconoscere che per risolvere i problemi dell’Italia non occorre guardare solo a quello che l’Europa dovrebbe fare per noi ma occorre invece uscire dalla logica dei capri espiatori e capire finalmente quello che l’Italia dovrebbe fare per sé stessa.

 

Efficienza. Concorrenza. Produttività. Seguite queste parole per capire quanto il nuovo governo italiano avrà la forza di emanciparsi dal PIPF, il partito di chi sceglie di Prendere gli Italiani Per i Fondelli.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.