Il caso

Sulle regionale del Lazio il Pd è appeso a Conte (che vuole lo stop al termovalorizzatore)

La strada per l'alleanza è sempre più stretta. Zingaretti si dimette il 4 novembre, il 5 febbraio il voto

Gianluca De Rosa

“Su quello abbiamo tolto la fiducia al governo Draghi, figurati se ci rimangiamo la parola per fare un’alleanza regionale”. La strada per replicare il “campo largo” alle prossime elezioni del  Lazio è sempre più stretta. La questione del termovalorizzatore si staglia tra grillini e dem come una montagna insormontabile. Lo sa  bene Roberta Lombardi, assessora grillina alla Transizione ecologica della giunta rossogialla. E’ lei la principale fautrice dell’alleanza. Negli scorsi giorni ha spiegato all’agenzia Dire: “Non voglio che il tema dell’inceneritore sia al centro del dibattito  perché ognuno avrebbe i suoi irrigidimenti”. Subito dopo ha ricordato il nuovo impianto di recupero di materiali che la Regione costruirà a Colleferro: “E’ la prova che quando lavoriamo insieme apriamo impianti di economia circolare”. Un tentativo un po’ macchinoso di separare la scelta di Gualtieri sul termovalorizzatore dalla politica regionale rossogialla improntata invece al principio dell’economia circolare. Non convince. “Come lo spieghiamo agli elettori che il termovalorizzatore più grande d’Italia lo fa Gualtieri ma in Regione si investe su tecnologie verdi, fa ridere solo dirlo”, commenta al Foglio un deputato grillino.

Bruno Astorre, segretario regionale del Pd, ha cercato fino all’ultimo di tenere la questione laziale e quella nazionale tra loro separate. Ma senza il via libera di Conte i grillini del Lazio hanno le mani legate. “E anche Astorre ha dovuto passare la palla a Letta”, spiegano da ambienti dem. E la questione qui si è impantanata. Il presidente dei 5 stelle preferirebbe un interlocutore diverso del  segretario dem. Aspetta che il Pd stabilisca quale sarà il dopo Letta. Ma  il tempo stringe. Nicola Zingaretti, dopo l’elezione a Montecitorio, dovrebbe dimettersi da governatore il prossimo 4 novembre. Da allora passeranno al massimo 90 per giorni per il ritorno alle urne, la data da cerchiare sul calendario già c’è: il 5 febbraio. Ancora prima dovranno essere presentati liste, simboli. Anche i tempi fossero rapidi, è impossibile che il congresso dem  possa celebrarsi prima delle elezioni. Conte tiene però una canale di collegamento ancora ben attivo con una parte del Pd che va da Goffredo Bettini ad Andrea Orlando. E’ da qui che forse può muoversi qualcosa.

Tra i dem c’è chi pensa che l’unico modo di convincere l’avvocato di Volturara Appula sia quello di offrire ai 5 stelle la possibilità di fare il nome del candidato. Ma chi è vicino al presidente del M5s smentisce persino questa ipotesi. “E’ una questione di scelte sostanziali, se la politica del Pd rimane quello degli inceneritori non se ne fa nulla”. Non mancano alcune frizioni locali. Non solo i consiglieri capitolini, guidati da Virginia Raggi che continuano a guardare i dem in cagnesco. Recentemente i grillini non hanno digerito quanto accaduto a Pomezia. Nel comune dell’hinterland romano, governato da quasi 10 anni dal M5s  un consigliere del Pd ha convinto anche quattro ex grillini le dimissioni di massa presentate a un notaio che hanno fatto cadere il sindaco del M5s Adriano Zuccalà. “E dal Nazareno non è arrivata neanche una chiamata di scuse”.