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irresponsabile ottimismo

Il vero pericolo non è ciò che farà Meloni, ma ciò che non farà

Claudio Cerasa

Non amare Meloni né il sovranismo, ascoltare le parole di Biden e farsi una domanda: è preoccupante non essere preoccupati? Parliamone

Leggi con attenzione le cronache dei giornali internazionali. Scruti con interesse i commenti di alcuni osservatori europei. Osservi con curiosità le proteste preventive dell’internazionale antifa. Vai a curiosare con trepidazione tra le amache di Michele Serra. E poi, dopo aver ascoltato anche le parole del presidente americano Joe Biden, che ieri commentando il voto italiano si è detto “preoccupato” rispetto alla possibilità che ciò che è accaduto in Italia possa capitare anche nelle mid-term americane, poi, dopo tutto questo, ti appunti con diligenza anche tutti gli endorsement arrivati dai più impresentabili estremisti del mondo. Marine Le Pen? C’è. Orbán? Eccolo. Vox? Presente. L’AfD? Ovvio. Bolsonaro? Claro. Bannon? Oh, yes. Trumpiani? Avoja. Osservi tutto questo. Riavvolgi i nastri del passato ricordando cosa Meloni aveva detto e pensato sull’euro, sull’Europa, sulla globalizzazione, sull’immigrazione. Ragioni con profondità sui motivi che spingono i quotidiani, non solo italiani, a ricordarci ogni giorno cosa è il fascismo e cosa non lo è. E poi però ti fermi un attimo, provi a ragionare sul futuro e alla fine, inevitabilmente, viene naturale chiederti se sia preoccupante non essere preoccupati. Sarà capitato anche voi, probabilmente, in questi giorni, e vi sarete chiesti anche voi come sia possibile, di fronte a quello che giustamente la Cnn ha definito il governo più orientato verso l’estrema destra dai tempi del fascismo a oggi, che non ci sia una qualche ragione per essere terrorizzati rispetto ai mesi che ci saranno. E vi sarete chiesti anche voi se non valga allora la pena indignarsi preventivamente, come successo al liceo Manzoni di Milano, primo caso forse al mondo di liceo occupato per protestare contro un governo che ancora non  è nato, rispetto a tutto quello che potrebbe capitare all’Italia sui vari terreni su cui l’onda meloniana potrebbe pesare: l’economia, l’immigrazione, l’Europa, la crescita, i diritti, il lavoro. Sarà capitato anche a voi di essere perfettamente consapevoli dei rischi che può correre l’Italia con il governo Meloni e di sentirvi nonostante questo non in presenza di un terremoto capace di far deragliare il treno dell’Italia dai suoi binari. Sarà capitato anche a voi di chiedervi perché mentre si dice che arriverà l’apocalisse noi ce ne usciamo fuori con un ombrellino. E sarà capitato anche a voi di chiedervi se la ragione di questo irresponsabile ottimismo di fondo sia legata alla tesi di Calenda, “questo governo dura sei mesi”, o sia legata a qualcosa di più, a un insieme di fattori cioè che sommati insieme ci danno l’illusione che anche questa volta gli angoli del populismo non potranno che essere smussati. E dunque, quali sono questi fattori di stabilità che ci fanno essere così irresponsabilmente non pessimisti?

 

C’è Sergio Mattarella, innanzitutto, il cui mandato scadrà nella prossima legislatura e che nei prossimi cinque anni, in mancanza di un Draghi a Palazzo Chigi, farà lui da custode dell’agenda dei doveri. C’è il Pnrr, poi, che per quanto possa essere modificato da Meloni non potrà essere rinegoziato davvero, è ovvio. Perché mettere in discussione il Pnrr significherebbe inevitabilmente rimettere in discussione i target di attuazione delle riforme. Perché rimettere in discussione i target delle riforme significherebbe rimettere in discussione i tempi del Pnrr. Perché rimettere in discussione i tempi del Pnrr rischierebbe di far perdere all’Italia il treno dei finanziamenti europei. E perché non rispettare i tempi del Pnrr renderebbe impossibile in caso di necessità attivare lo scudo anti spread della Bce, Dio la benedica, utilizzabile solo a condizione che gli obiettivi del Pnrr siano rispettati.

 

E dunque, ci si chiede da irresponsabili ottimisti, si può davvero temere che i compiti assegnati all’Italia non vengano portati avanti come da consegna? E, in seconda battuta, si può davvero credere che un paese con un debito pubblico mastodontico come quello italiano, e che dunque deve offrire costantemente prove di affidabilità, possa essere guidato da un governo che non consideri gli impegni assunti dall’Italia con l’Europa come vincolanti nella propria azione? E poi, sì, certo, si può e si deve essere preoccupati per quanto riguarda i diritti (ma qualcuno crede che Meloni renderà più difficile abortire?). Si può e si deve essere preoccupati per il rischio di alimentare a colpi di tweet un clima di xenofobia nel paese (la prossima maggioranza di governo sarà la prima in un grande paese europeo a credere alla teoria del complotto della grande sostituzione). Si può e si deve essere preoccupati di avere una maggioranza desiderosa di rivedere la Costituzione italiana in senso sovranista, perché non esiste Unione europea senza primato del Diritto europeo (citofonare Lollobrigida). E si può e si deve essere preoccupati di avere un governo che si sente più a casa a Budapest che a Bruxelles (citofonare Orbán).

 

Eppure più ci si ritrova a pensare al governo Meloni, per noi irresponsabili ottimisti, e più ci si trova a intravedere i pericoli non tanto su cosa verrà fatto, su quali nuovi leggi liberticide verranno create,  quanto su ciò che non verrà fatto e su quanti treni cioè si rischieranno di perdere senza considerare l’Europa come un alleato con cui costruire maggiore protezione, senza considerare la concorrenza come un alleato con cui costruire maggiore competizione, senza considerare il mercato un alleato con cui costruire maggiore opportunità, senza occuparsi di come sostenere il futuro dei giovani non giocando con le pensioni anticipate ma scommettendo, per esempio, non sul sovranismo industriale ma sulla internazionalizzazione delle imprese. Più che ciò che potrà fare, dunque, Meloni è un rischio per ciò che potrebbe non fare. E si capisce che di fronte a tutti gli allarmi democratici lanciati da un pezzo importante di stampa nazionale e internazionale viene da preoccuparsi per non essere preoccupati rispetto al fatto di considerare il 25 settembre del 2022 come una data importante, epocale, ma non esattamente uno spartiacque per la democrazia italiana.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.