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Prospettive

Vinte le elezioni, Meloni capirà se FdI può essere un partito senza fiamma e con i liberali dentro

Salvatore Merlo

Era novembre del 2018 quando la strategia della leader diventò quella di avvicinarsi a piccoli passi al Ppe e provare a fare politica lì dove Salvini non riusciva. Ora, in veste di premier, chissà che non sogni un grande congresso e una svolta

È Giorgia Meloni si aspettava forse un successo ancora più evidente di quello che ieri notte le hanno consegnato le urne, ma va bene. È un risultato storico per la destra italiana e post missina. Adesso toccherà governare, e non sarà facile.

 

 Tra i progetti della leader di Fratelli d’Italia c’è, a medio e lungo termine, quello di superare l’epoca post missina, quella della fiamma tricolore nel simbolo, e allargare il partito a una maggiore presenza della componente liberale. Il sogno, o vaghezza, è quello di  costituire un grande partito conservatore di governo. Continuando in un percorso strategico iniziato nel 2018 con alcune mosse azzeccate nella politica europea.

Dal 2018 a oggi, Giorgia Meloni ha cambiato moltissimo di sé e della sua offerta politica. Adeguandola, non senza fortuna, alla realtà nazionale e internazionale che andava modificandosi attorno a lei e al suo partito. Le elezioni che sembrano averle adesso dato una vittoria per certi punti di vista storica le sono precipitate addosso a metà di un percorso di trasformazione e di accreditamento anche internazionale, assai prima di quanto lei e il gruppo dirigente di Fratelli d’Italia non avessero preventivato visto che immaginavano che il governo di Mario Draghi sarebbe durato ancora almeno cinque o sei mesi; abbastanza da consentire una serie di incontri, in Europa e negli Stati Uniti, che adesso la leader di FdI realizzerà, ma dal governo. In una condizione  tutta diversa.

Il partito che fu euroscettico, critico verso la moneta unica, scarsamente collegato con le grandi famiglie della politica internazionale e in gran parte isolato in Europa e nel mondo, cioè Fratelli d’Italia, non solo è  cambiato tra il 2018 e il 2022, ma è probabilmente destinato a una logica e ulteriore evoluzione che già da qualche settimana si poteva riconoscere, per esempio, nell’utilizzo sempre più ricorrente da parte di Meloni durante questa campagna elettorale della parola “conservatori” in sostituzione dell’aggettivo “patrioti” che pure aveva caratterizzato la nascita di FdI. 

I prossimi mesi, e forse anni, compresa la complicata esperienza al governo che sta per cominciare, saranno determinanti per stabilire la rotta. Ma l’evoluzione è più o meno tracciata, ed è argomento di ampia discussione all’interno del gruppo più ristretto intorno alla leader: la definitiva trasformazione di FdI in un partito unico dei conservatori italiani. Il che significa aprire ad aree culturali e politiche di stampo liberale. C’è chi sogna di acquisire Forza Italia.  L’idea, o vaghezza che sia, è quella di un partito a vocazione maggioritaria, come il Pd dei tempi tempi che furono. Una nuova formazione politica che non solo deve andare oltre la stagione post missina e il simbolo della fiamma,  ma completare la trasformazione di un piccolo partito con vaghezze antisistema in un solido partito di governo collegato con il partito Ppe che in Italia non ha più, con la crisi di Silvio Berlusconi, un rappresentante di successo elettorale.

La trasformazione di FdI nel Partito conservatore italiano dipenderà da come andranno le cose nei prossimi mesi al governo, ma è perfettamente coerente con le tante,  piccole correzioni che Giorgia Meloni ha imposto alla sua linea politica. E’ infatti, e lo dicono in privato moltissimi dirigenti del partito, lo sbocco coerente (e preventivato in un tempo medio lungo) di una lenta ma inesorabile svolta iniziata per tentativi e approssimazioni nel 2018.

Entrata un po’ fortunosamente nel gruppo europeo dei conservatori per aggirare a novembre del 2018 l’isolamento impostole di fatto da Matteo Salvini, Giorgia Meloni si è successivamente e per gradi  resa conto, osservando il suo alleato e concorrente leghista, che il sovranismo declinava ed era necessario modificarsi per non soccombere. E il collocamento nel gruppo conservatore europeo, accanto agli inglesi di David Cameron (prima della Brexit), avrebbe potuto consentire l’operazione. Quella posizione politica infatti, a metà strada tra i reietti di Salvini e di Marine Le Pen, da una parte, e il Ppe dall’altra, acquisita  con l’arrivo di Raffaele Fitto in FdI, era il luogo geometrico da cui poter ripartire per fare politica e coltivare rapporti internazionali.

L’osservazione di Salvini, che di lì a poco si sarebbe gettato dall’ombrellone del Papeete, le difficoltà evidenti del governo gialloverde, il suo caos e l’isolamento internazionale, la scoppiettante inconcludenza di quella stagione, contribuirono a far maturare un’idea strategica, non tattica, che avrebbe poi subito un’accelerazione fortissima con l’avvio del Next generation Eu da parte della Commissione europea e con la nascita di fatto di quel debito pubblico comune che avrebbe di lì a poco spazzato via gran parte dell’euroscetticismo italiano: era necessario tradire il recente passato per non tradire il futuro.  Insomma avvicinarsi a piccoli passi al Ppe, provare a fare politica lì dove Salvini e i suoi alleati non riuscivano perché avevano sbagliato collocazione e interlocutori.

Era novembre del 2018, quando questo progetto cominciava a prendere corpo e sarebbe stato seguito poi a ottobre del 2020 dall’elezione di Giorgia Meloni a presidente del partito conservatore europeo e poi dalla vera cesura politica a gennaio 2022: l’accordo con il Ppe  per l’elezione di Roberta Metzola a presidente del Parlamento europeo con l’elezione anche a vicepresidente del conservatore Roberts Zile. E’ stato l’inizio della collaborazione con il Ppe, proseguita nei mesi successivi con il sostegno a tutte le risoluzione di condanna alla Russia, al pieno sostegno dell’Ucraina e alla piena adesione all’Alleanza atlantica.

Meloni pensava Draghi durasse, puntava a elezioni in primavera, e aveva messo in conto un viaggio negli Usa e uno in Inghilterra. Ma la caduta del governo, regalo dei suoi alleati Berlusconi e Salvini, ha fatto saltare ogni progetto. Adesso sarà probabilmente la prima presidente del Consiglio donna d’Italia. Forse si aspettava un successo ancora superiore a quello ottenuto, chissà, ma il piano resta quello di prima: continuare nel processo evolutivo di Fratelli d’Italia. Il primo viaggio sarà un incontro con il primo ministro bitannico Liz Truss. Poi il sogno di un congresso, la nascita di un nuovo grande partito. Senza la fiamma del Msi. Si vedrà.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.