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Pochi conti, molte promesse nel programma economico del centrodestra

Giampaolo Galli

Grandi progetti di spesa, innalzamento delle pensioni minime e guerra alla Fornero, flat tax e condono. Assente la parola “concorrenza”. Ed è difficile tagliare le tasse senza ridurre la spesa

Il programma del centrodestra (senza trattino per indicare che sono uniti, anche se la Lega non ha rinunciato a un proprio corposo programma di 201 pagine) è molto breve (sette pagine) ed è scritto in modo generico, il che rende pressoché impossibile qualunque conto. Però alcune cose emergono dalle dichiarazioni dei leader. Inoltre, si può capire se è vero quello che da sempre è uno degli argomenti centrali del centrodestra: la sinistra è il partito della spesa, il centrodestra è il partito che vuole ridurre le tasse. Gli atti parlamentari testimoniano che nei fatti degli ultimi anni il partito della spesa pubblica è stato assolutamente trasversale, ma questa considerazione non ci esime dell’analizzare i programmi dei partiti per vedere se per caso le cose sono cambiate a questo giro, almeno sul fronte delle promesse.

 

Per sviluppare il ragionamento occorre partire da una constatazione fondamentale: il vincolo del bilancio pubblico non è presente né nel programma di centrodestra né in quello del Partito democratico-Italia democratica e progressista. Alla domanda di come farebbero la prossima legge di Bilancio non c’è dunque alcuna risposta, né dal centrodestra né dal Pd.

  

Alla ricerca di qualche lume si prova a cercare qualche parolina chiave come “spending review” o “revisione della spesa”.  Nulla, né nel programma del Pd né in quello del centrodestra (né in quello della Lega). Questa omissione ci dice una cosa molto importante, forse più importante delle tante cose che sono scritte nel programma. Una spesa pubblica che sfiora la metà del Prodotto interno lordo non dà fastidio al centrodestra; non viene dunque messo in discussione il fatto che metà del prodotto nazionale, che è il risultato della fatica e dell’ingegno degli italiani, sia sottratto agli italiani e intermediato dallo stato e dunque dalla politica per scopi più o meno meritevoli. Sembra difficile dire che questo è un programma liberale, anche perché l’esperienza insegna che, in assenza di progetti per ridurre la spesa, qualunque promessa di riduzione delle tasse è effimera. 

 

Cominciando dalle poche cose che si possono quantificare, nel programma si dice che le pensioni minime devono essere innalzate, ma non si dice di quanto. Quando Berlusconi, non si sa se con il consenso degli alleati, ha parlato di mille euro al mese è stato possibile fare il conto del costo: circa 30 miliardi all’anno. L’altra cosa che può essere quantificata è la flat tax. Fatte le opportune verifiche, condividiamo i conti fatti da Massimo Baldini e Leonzio Rizzo sul Lavoce.info sulla base di dati analitici: un costo di circa 58 miliardi sia per la proposta della Lega sia per quella di Forza Italia (che ha un aliquota più alta di quella della Lega, ma un tax area più generosa). L’idea, contenuta nel  programma, di una flat tax sui soli incrementi di reddito non ci sembra commentabile perché – ci spiace – non riusciamo proprio a capire come possa essere attuata; non è immaginabile che la tassazione su due contribuenti con lo stesso reddito possa rimanere a lungo diversa, perché uno dei due ha migliorato il proprio reddito nell’ultimo anno.  Quindi prima o poi o si torna al regime normale o si passa tutti alla flat tax.

 

Ma veniamo al succo del ragionamento. Si può dire che la coalizione di centrodestra è quella che riduce le tasse e che per questo motivo, a differenza della sinistra, non propone aumenti di spesa?

 

Per non annoiare il lettore, proveremo a vedere se ci sono delle spese che compaiono nel programma del Pd e non ci sono invece nel programma del centrodestra. Qui non si può non partire dal fatto che entrambi vogliono spendere (bene, ovviamente) tutti i soldi del Pnrr. Il centrodestra potrebbe fare una scelta diversa, come hanno fatto quasi tutti gli altri paesi europei, e chiedere solo una parte dei fondi. Non lo fa e ciò indica che le grandi spese che sono là previste (oltre 200 miliardi in tutti i settori dell’economia e della società) sono sostanzialmente condivise dal centrodestra. Possibile che il centrodestra non consideri che alcune di queste spese sono inutili? La risposta è no. Il centrodestra si limita a chiedere un “accordo con la Commissione europea, così come previsto dai Regolamenti europei, per la revisione del Pnrr in funzione delle mutate condizioni…”, ossia dell’aumento del costo dell’energia, un punto che ha creato tanto scandalo, ma di per sé ci appare del tutto ragionevole. In ogni caso, il centrodestra condivide i grandi progetti di spesa per la digitalizzazione e per la transizione ecologica. Certo, l’afflato ecologico è meno forte che nel programma del Pd, ma non mancano frasi forti sull’esigenza di attuare la transizione ecologica e tutelare l’ambiente.

 

Dunque i grandi capitoli di spesa sono gli stessi del Pd. Vediamo ora i capitoli “minori” e cerchiamo di capire se c’è una spesa proposta dal Pd che manca nel centrodestra. Seguendo l’ordine del programma del Pd troviamo il sostegno alle start up innovative, alla Pmi, alla transizione 4.0, alla ricerca e sviluppo. Nessuna di queste cose manca nel programma del centrodestra. In particolare, il centrodestra propone il “Supporto all’imprenditoria giovanile, incentivi alla creazione di start up tecnologiche e a valenza sociale”. Non c’è un riferimento esplicito a “industria 4.0” (troppo caratterizzato politicamente), ma la digitalizzazione (della Pa, della filiera del turismo e delle imprese in generale) è presente ovunque.  Segue, nella lista del Pd, “la riduzione dei costi energetici di famiglie e imprese”, tema che nel centrodestra è trattato seccamente come “Riduzione Iva sui prodotti energetici”. Segue un “piano contro la siccità” che nel centrodestra è un “intervento per un piano nazionale invasi per l’irrigazione agricola”.

 

A proposito, entrambi i programmi sono pieni di piani e di piani straordinari. Nel programma del Pd ci sono 34 piani (più o meno straordinari) su 37 pagine. In quello del centrodestra ce ne sono di più: 12 piani per 8 pagine. Ne citiamo alcuni dal momento che quasi tutti comportano aumenti di spesa: “piano di sostegno alla natalità”, “piano carceri” (che vuol dire?), “revisione del Piano sanitario nazionale” (cosa vuol dire?), “revisione del piano oncologico nazionale” (?), “piano straordinario di riqualificazione delle periferie”, “piano straordinario per la tutela e la salvaguardia della qualità delle acque marittime e interne” e via pianificando. Aggiungiamo, qualora il lettore sconcertato se lo stia domandando, che entrambi vogliono mettere più risorse sulla scuola, sul Mezzogiorno, sulla sanità, sui giovani, sulle donne e sulle forze dell’ordine. Entrambi vogliono dare incentivi per l’imprenditorialità giovanile e femminile, per facilitare l’accesso al credito per famiglie e imprese, per rafforzare le politiche attive del lavoro, per il turismo, per la cultura, per lo sport, per la valorizzazione della bellezza italiana, del Made in Italy, delle eccellenze agricole italiane.

 

Il lettore si sarò stufato, ma, come dice il Leporello di Mozart, “Madamina, il catalogo è questo”.

 

Qualche differenza però esiste. Proviamo a scovarle. Nel programma del centrodestra la lotta al precariato compare solo con riferimento agli insegnanti, il che suggerisce, anche se non è detto esplicitamente, che non siano tanto d’accordo con il cosiddetto decreto Dignità firmato Luigi Di Maio. Bene, un punto a favore. In compenso, nel programma del centrodestra non c’è la parola “concorrenza” e c’è un’esplicita difesa dei balneari. Un’altra differenza riguarda il Reddito di cittadinanza che il centrodestra vuole sostituire con “misure più efficaci di inclusione sociale”; dato che la maggior parte dei percettori sono considerati come non occupabili o difficilmente occupabili, difficilmente i risparmi di spesa potrebbero superare i 2-3 miliardi.      

     

Una  differenza più importante riguarda gli ammortizzatori sociali. Per il Pd hanno funzionato bene quelli che ci sono. Invece per il centrodestra occorre una “ridefinizione del sistema di ammortizzatori sociali al fine di introdurre sussidi più equi e universali”. Sembra di capire che il tema qui sia quello degli ammortizzatori per i lavoratori autonomi. Questi  possono diventare un consistente moltiplicatore della spesa pubblica dato che i controlli per evitare abusi dei sussidi di disoccupazione sono molto difficili da effettuare su una platea dispersa di cinque milioni di lavoratori autonomi. 

    

Un’altra differenza importante riguarda le pensioni. Il centrodestra vuole “flessibilità in uscita dal mondo del lavoro e accesso alla pensione, favorendo il ricambio generazionale”. Ohibò, torna il tormentone della guerra alla Fornero! Anche il Pd vuole “una maggiore flessibilità nell’accesso alla pensione”, ma “da realizzarsi nell’ambito dell’attuale regime contributivo e in coerenza con l’equilibrio di medio e lungo termine del sistema previdenziale”.  Proseguiamo. Il Pd ha la pensione di garanzia per i giovani che nel centrodestra non c’è, ma solo perché non serve dal momento che la minima viene innalzata da subito. Comunque a nessuno viene in mente che una pensione dignitosa le persone se la possono guadagnare con il lavoro. Grazie al cielo, nel programma del centrodestra, non c’è l’eredità universale di 10 mila euro ai 18enni, né c’è il fondo affitti di 2 mila euro per gli under 35.  In compenso, nel programma di centrodestra non c’è la parola “evasione”. Il motivo è che il centrodestra vuole condonare qualcosa come 500 miliardi di crediti vantati dall’Agenzia delle Entrate, attraverso quella che viene definita pace fiscale: un provvedimento che consentirebbe di pagare solo una percentuale del dovuto in comode rate e senza aggravio di sanzioni e interessi e che rappresenta un ovvio incentivo a evadere ancora. Un’altra differenza fondamentale, che impatta su tutto il tema della sostenibilità del welfare,  riguarda l’immigrazione, in quanto il Pd vuole l’accoglienza e lo  “ius scholae”, mentre il centrodestra ha una forte avversione  nei confronti degli immigrati (perché solo loro devono avere una fideiussione per il pagamento delle tasse?). Altre differenze fondamentali, che impattano sui conti della nazione oltre che sul bilancio pubblico, riguardano il sovranismo economico del centrodestra che significa avversione ai capitali esteri, di cui l’Italia ha invece un gran bisogno, la voglia di  nazionalizzare (vedi Ita e Tim), la tentazione di proteggere le imprese italiane con barriere che non sono compatibili con il mercato unico europeo. 
In conclusione, in assenza di indicazioni su come si porta in equilibrio il bilancio pubblico, le promesse di riduzione delle tasse sono flatus vocis. Conta ciò che si propone per la spesa. E qui il centrodestra propone più o meno tutte le stesse spese che propone il Pd (al netto dei 10 mila euro ai 18enni e poco altro) più una bella botta di spesa pensionistica (fin a 30 miliardi per le minime più il costo del no alla Fornero) e un aumento potenzialmente molto elevato per gli ammortizzatori sociali; forse qualche risparmio di spesa può venire dalla revisione o abolizione (parziale)  del Reddito di cittadinanza. Il punto forse più importante è che il centrodestra propone un nuovo grande condono, la cosiddetta pace fiscale, e  rinuncia fin dalle premesse a qualunque tentativo di contrasto all’evasione. 

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