LaPresse 

Ecco perché i trucchi di Meloni funzionano bene

Claudio Cerasa

Si fa presto a dire cipria. Nelle idee di Meloni ci sono molti trucchi (l’improvviso anti populismo, il giochino della normalità). Che però funzionano. Gli avversari invece sono in difficoltà, senza sogni, incapaci di replicare. Qualche perché

Lei dice: sono Giorgia, e tu cosa le vuoi dire? Lei dice: sono cristiana, e tu cosa le vuoi dire? Lei dice: sono madre, e tu cosa le vuoi dire? Lei dice: sono atlantista, e tu cosa le vuoi dire? Lei dice: condanno senza ambiguità il fascismo, e tu cosa le vuoi dire? Lei dice: voi difendete le donne ma poi nessuno dei vostri partiti ha una donna come front runner, e tu cosa le vuoi dire? Lei dice: stimo Draghi, e tu cosa le vuoi dire? Lei dice: le promesse in campagna elettorale non devono essere irrealizzabili, e tu cosa le vuoi dire? Lei dice: i ministri possibili di una coalizione si presentano dopo il voto, non prima, e tu cosa le vuoi dire?

 

C’è una caratteristica della campagna elettorale di Giorgia Meloni che rende maledettamente difficile la vita agli avversari della leader di Fratelli d’Italia. E quella caratteristica coincide con una strategia che ormai sembra perfettamente consolidata: trasformare l’ovvio, quasi il banale, in un punto di forza del proprio programma elettorale. E’ un problema enorme, per gli avversari di Giorgia Meloni; perché più passa il tempo e più faticano a trovare la chiave giusta per mettere in luce i limiti della propria avversaria e per mostrare cosa c’è sotto il trucco, sotto la cipria di un improvvisato anti populismo.

  

Le puoi dire che è fascista dopo che lei ha detto di considerare il fascismo praticamente un male assoluto? Mmm. Le puoi dire che è un pericolo per la democrazia dopo aver accettato di dialogare con lei a lungo in questi mesi? Mmm. Le puoi dire che è un pericolo per l’Europa dopo averle sentito dire che il Pnrr non lo vuole toccare? Mmm. E dunque ecco la difficoltà.

 

La difficoltà di far vedere cosa c’è sotto la cipria. La difficoltà di dover ammettere che sì, dietro il trucco c’è un inganno, ma intanto il trucco funziona. La difficoltà, in definitiva, di essere costretti a combattere Meloni giocando sul debole piano dei paradossi politici. Guardate che Meloni non è così normale come sembra: avete sentito cosa ha detto una volta in Spagna? Guardate che Meloni non è così normale come sembra: vi ricordate cosa diceva, Giorgia, tantissimi anni fa? Guardate che Meloni non è così normale come sembra: avete visto cosa dicono ogni giorno i suoi alleati? E così la campagna elettorale contro Meloni diventa una campagna in cui il massimo che si riesce a sostenere, o a fare, è dire che la sua normalità attuale è inficiata dai suoi compagni di avventura (sottinteso involontario: il problema sono gli altri, non lei), è dire che la sua normalità attuale è inficiata dal suo passato (sottinteso involontario: il problema riguarda ciò che accadeva nel passato, non nel presente), è dire che la sua normalità attuale è inficiata dalle proposte pazze dei suoi alleati (sottinteso involontario: le proposte pericolose sono quelle degli altri, non le sue).

 

È una campagna elettorale difficile quella contro Giorgia Meloni non soltanto per l’uso astuto della cipria, senza offesa, ma anche perché il grande punto di forza della leader di Fratelli d’Italia è quello di avere come termine di paragone un benchmark chiamato Matteo Salvini. Perché sì, certo, solo Salvini potrebbe riuscire nel miracolo di far perdere Giorgia Meloni (ogni mattina una Meloni si sveglia e sa che dovrà correre più delle fregnacce di Salvini) ma allo stesso tempo la forza implicita di Meloni, oltre che essere una novità, oltre che essere una donna, oltre che essere l’unico partito che ha passato gli ultimi quattro anni e mezzo a raggranellare all’opposizione il malcontento accumulato in Italia di fronte ai tre governi che si sono andati a succedere, è quella di essere altro rispetto a Matteo Salvini.

 

È una campagna elettorale difficile quella combattuta dagli avversari di Giorgia Meloni per tutte le ragioni che abbiamo elencato ma anche per un’altra ragione ancora più subdola, più infida, più diabolica, che riguarda l’agenda Draghi. Gli avversari di Meloni dicono: la destra è un pericolo per il paese perché combatte l’agenda Draghi. E la destra, anche quella che con Draghi non ha governato, risponde così.

Primo: l’agenda Draghi sarà il nostro faro in politica estera (lo ha detto Giorgia Meloni il primo giorno di campagna elettorale).

Secondo: l’agenda Draghi sarà il nostro faro sulle politiche energetiche (Matteo Salvini, a cui forse non hanno ancora spiegato quale coalizione governa nella Piombino che si oppone ai rigassificatori, ha detto che gli piacerebbe avere in un governo di centrodestra un Roberto Cingolani come ministro per la Transizione energetica).

Terzo: l’agenda Draghi sul Pnrr sarà anche la nostra agenda (non abbiamo intenzione di sabotare i contratti europei, dice il centrodestra nel suo contratto di coalizione, ma abbiamo intenzione solo di migliorarli).  

   
E’ una campagna difficile quella combattuta contro Giorgia Meloni dai suoi avversari perché il trucco può anche esserci, e c’è, ma come succede in ogni spettacolo di magia, finché non riesci a far vedere l’inganno il trucco funziona e  come tutti i trucchi di magia tende a conquistarti più che a ingannarti. E per quanto l’estremismo di Meloni e di tutta la sua compagnia di giro sia visibile a occhio nudo – dall’immigrazione all’economia, dalla concorrenza all’Europa, dalla scienza alla giustizia, dall’incapacità di essere un argine contro gli estremismi complottisti e dalla volontà di essere ambigui sui temi dell’integrazione europea, e bene ha fatto Matteo Renzi a dire che “la Meloni non è un pericolo per la democrazia, ma per le casse dello stato” e bene ha fatto ieri la Stampa a ricordare che pochi anni fa, nel 2018, fu proprio Giorgia Meloni a presentare una proposta di legge per chiedere la modifica di alcuni articoli della Costituzione, per avere mani libere nella modifica dei trattati europei – il punto oggi è questo e appare evidente: i nemici di Meloni sono lì, immobili, impotenti, scoraggiati, e sembrano essere a loro volta incapaci di offrire agli elettori non tanto un’alternativa al progetto meloniano quanto un sogno differente dall’evocazione sterile dell’agenda Draghi, o dell’agenda antifascista, o una novità diversa rispetto a quella dell’essere il semplice e soporifero partito della serietà. Il trucco c’è, ovvio, ma finché non ci sarà qualcuno in grado di mostrare cosa c’è dietro il trucco, il gioco di prestigio continuerà a incantare, come nei migliori spettacoli di magia.

Di più su questi argomenti:
  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.