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Il caso

L'ultima guerra di Grillo è sulle liste: ritorna il partito di Conte dopo le elezioni

Simone Canettieri

L'insofferenza dei fedelissimi dell'ex premier verso "il padre padrone del Movimento". L'ex premier accarezza l'idea di un nuovo soggetto nella prossima legislatura

Ha detto no al terzo mandato. Si è opposto al cambio del simbolo. Ha fatto in modo che Alessandro Di Battista e, forse, Rocco Casalino non corressero alle Parlamentarie. E ora Beppe Grillo, “il padre padrone del M5s”, come lo chiama Dibba, potrebbe mettersi di nuovo di traverso. Questa volta sulle pluricandidature. E cioè sull’annuncio di Giuseppe Conte di voler presentarsi come capolista in  tutti i collegi proporzionali. Modalità non consentita però dalle regole. Il garante si imporrà anche questa volta? Grillo passa le giornata in barca, poi ritorna a terra, in Sardegna. Telefona. Dispone.

 

“Nella storia del Movimento non è mai stato così presente: sta contando come non mai. In altri tempi, quando c’erano Davide Casaleggio e Luigi Di Maio era comunque una persona che si poteva convincere. Ora non più”, ricorda al Foglio un protagonista di primissimo piano del M5s, scatola nera pentastellata. Grillo è stato così netto in quest’ultimo periodo perché teme le mosse di Conte. L’ipotesi, affatto campata in aria, che nella prossima legislatura l’avvocato del popolo possa staccarsi dalla casa madre, portandosi dietro tutte le truppe, visto che alla fine saranno una emanazione delle sue scelte. Ecco perché il fondatore non si fida. Dice a Dibba che non è il benvenuto, scrive a Casalino che “se ti candidi ci attaccheranno, ma decidi tu, caro Rocco”. 

 

Eppure il partito di Conte, idea accarezzata fin dai tempi di Palazzo Chigi, rimane un progetto chiuso in un cassetto, ma non a chiave. “E’ il nostro sogno”, raccontano a questo giornale i parlamentari alla prima legislatura che in queste ore fanno la fila dietro alla porta di Conte, nella sede di Via di Campo Marzio, per capire come saranno posizionati. Sono quelli che danno ragione a Di Battista e che rinfacciano al garante “l’errore storico di averci fatto entrare nel governo Draghi”.  
Beppe Crono sa tutto ed ecco perché ha deciso, piano piano, di mangiarsi tutti i suoi figli: Vito Crimi, Paola Taverna, Roberta Lombardi, Giancarlo Cancelleri. Tutti coloro che nell’ultimo anno e mezzo hanno contestato pubblicamente le scelte dell’Elevato. “Con loro ce l’ha a morte, non li vuole nemmeno vedere”, racconta chi nel M5s ha ancora un filo diretto con Grillo. 

 

Luigi Di Maio, il più scaltro della compagnia, aveva capito subito che non ci sarebbe stato il terzo mandato. Il tema, come si sa, è stato oggetto di una telefonata con Beppe prima della scissione capitanata dal ministro degli Esteri. Per Di Maio, in rotta con Conte, è stata dunque una scelta obbligata dettata dalla sopravvivenza politica. Per tutti gli altri le mosse dell’ex comico sono state subite. E quando Dibba svela lo strapotere del “padre padrone Beppe” e confessa “che Conte è un gentiluomo” chi è rimasto nel M5s annuisce. 

 

Il problema è il rapporto fra Conte e il garante: una tregua armata dettata dai tempi. L’ex premier sa che per avere un futuro politico autonomo deve staccarsi, prima o poi, da detentore del brand che sotto sotto sopporta con fatica. Pensava forse di imbrigliarlo con una consulenza da 300 mila euro, ma ha ottenuto l’effetto opposto. Chissà se sarà rinnovato o ritoccato al ribasso il contratto fra il blog e il Movimento?
Anche Michele Santoro si era detto disposto a dare una mano al capo politico dei grillini, “ma per costruire qualcosa di nuovo”. Non ce n’è stato il tempo e né la forza.

 

Ecco perché il giornalista e conduttore tv non si candiderà alle prossime elezioni con il M5s. In questo clima di perenni incertezze e di tentazioni frenate, c’è sempre la vicenda delle Parlamentarie. Con un post da addetti ai lavori Virginia Raggi, che fa parte del comitato di garanzia del partito e che di Grillo è una fedelissima, ieri è tornata a chiedere “regole chiare e immediate” con “procedure trasparenti e partecipate”.  In ballo c’è la formazione delle liste e la solita procedura legata allo statuto, testo sacro da sempre palla al piede dell’ex premier, il colmo per un giurista e docente universitario.

 

E quindi Raggi per volere di Grillo pressa il M5s affinché esca il regolamento delle Parlamentarie. L’ex sindaca, esclusa da tutti i giochi, pretende che non ci siano pluricandidature e che i capilista vengano scelti secondo le preferenze degli iscritti. Dunque dalla rete. Un modo per arginare, ancora una volta, i criteri di discrezionalità dell’affaticato capo politico, stanco degli ostacoli che sta trovando da quando si è messo in testa di diventare leader del M5s.

 

Grillo intanto dissimula acrimonia e si fa portatore di sani principi. Con una postilla confessata in queste ore: “Ho dato la linea, ma non farò campagna elettorale sui palchi”. Commento dei contiani: “Quando si capisce che il risultato non sarà buono, Beppe storicamente si fa da parte”. Fino a quando potranno condividere due anime così diverse? Basterà aspettare la prossima legislatura per provare a essere adulti “senza più padre padrone”.

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  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.