Rimpianti quirinalizi

L'uscita di scena di Draghi sia una lezione per essere meno sprovveduti la prossima volta

Giuliano Ferrara

Cosa è veramente accaduto a partire dal marzo del 2018? Come sono davvero andate le cose? Storia di una legislatura iper-super-ultra-trasformista, dei suoi pregi e dei suoi limiti

Anche in questi giorni, che certo hanno un risvolto amaro e deludente, e i cui effetti saranno sciagurati per questo bel paese, abbiamo ecceduto in moralismo e sentimentalismo. Le circostanze penose dell’uscita di scena di Mario Draghi, impeccabile il suo comportamento mentre veniva mangiato da nani cannibali, hanno aumentato il tasso di impoliticità dei commenti fino a un livello, direi, maniacale. Ma che cosa è veramente accaduto a partire dal marzo del 2018? Come sono davvero andate le cose? Cerchiamo di ricostruirlo in breve, come sempre, e sostituiamo una quota minima di buonsenso alla montagna di bile e di rigetto estetico che ha toccato e tocca le vette che sappiamo.

All’origine c’è quel 32 per cento. Diventa maggioranza relativa alle Camere un movimento fondato da un comico e da un distopico sub-orwelliano all’insegna di vaffanculo e Rousseau, la democrazia diretta, la volontà generale, l’onestà. Con la crisi del suo esperimento riformatore, mentre montano in tutto il mondo populismi e fanatismi e risentimenti di cui Salvini e Meloni sono la proiezione sciatta, Renzi è l’ultimo della lista a pagare per tutti. Non essendoci una maggioranza assoluta in grado di produrre un governo sulla base delle piattaforme elettorali note e certificate, due formazioni ex nemiche, Lega e grillozzi danno vita al “contratto” emarginando centrodestra e centrosinistra. Gli uffici del Quirinale trovano un bonario e medio amministratore del condominio, l’avvocato Conte. Il governo vive poco meno di un anno, fa una quantità di scemenze, è la grancassa dell’antieuropeismo straccione, vanta la fine della povertà affacciato al balcone, rapina per gola demagogica le pensioni dei parlamentari, offre sussidi e sostegni al non-lavoro spacciati per riforme del mercato del lavoro, ma in linea generale non fa i danni che tutti temevano, il deficit è contenuto, l’esperimento sotto controllo, perfino i mercati reggono il moccolo quasi impassibili all’ennesimo modello trasformista prodotto dalla storia politica e istituzionale italiana. Ma un ministro dell’Interno a vocazione sudamericana, che si intitola una strategia di legge, ordine, paura e odio razziale, esagera, si monta la testa, denuda il torso, imbraccia il rosario, passeggia sulla Piazza Rossa, straccia il contratto, chiede pieni poteri e manda a casa il governo.

 I grillozzi risentiti si alleano allora, per impedire lo scioglimento pericoloso delle Camere in un’estate più focosa se non più calda di questa, con il centrosinistra burocratico, senza una lingua e senza idee, che torna alla manovra con lo stesso amministratore di condominio, nel frattempo promosso a effettivo presidente del Consiglio, non più vice dei vice. E’ una mostruosità ideologica ipertrasformista che produce buoni risultati. I grillozzi si normalizzano mentre implodono e in due annetti e mezzo si affrontano pandemia e crisi nera dei conti italiani ed europei con la saggezza del lockdown, del vaccino e del Pnrr, grande sorpresa e punto di svolta. Ma lo schema alla lunga non tiene, Conte che è fuori dal giro non si consolida, anzi si disfa insieme con una pseudo-coalizione che ha molti nemici di segno diverso, puristi e maneggioni. 


Allora Mattarella, dopo aver minacciato le elezioni subito come dissuasione dalla crisi del contismo, fa a tutti la sorpresa dell’iper-super-ultra-trasformismo, un governo con tutti dentro tranne Meloni, ma garantito da una formidabile figura istituzionale e politica, forte nel peso internazionale, il Grand Commis de l’Etat ed ex banchiere centrale europeo Mario Draghi, l’uomo del whatever it takes. Le cose procedono nel solito modo paradossale. Salvini è trasfigurato. Draghi dà ordine alle parole e alle cose. Per il ciclo vitale prevedibile, dalla formazione al rinnovo del Quirinale, non si sente volare una mosca, l’Italia chiacchierina diventa dopo le orge di verbalismo una Laconia, non una parola in più, fatti e decisioni condivise, buoni risultati nell’assetto di comando e nell’impulso concertato al superinvestimento europeo. Ma al rinnovo del Quirinale bisogna prendere una decisione ovvia per i pochi adulti nella stanza. Mandare Draghi al Quirinale per preservare il segno della missione a lui intestata dall’imminente catastrofica, ovvia, ripresa di conflittualità identitaria di tipo elettorale, perché la data del voto si avvicina ed è inimmaginabile la sopravvivenza della formula di unità, e per darsi una garanzia anche internazionale di medio-lunga durata. Ma il trasformismo naturale del sistema, fantasioso e prezioso, incontra il suo limite, come era chiaro a tutti i volenterosi della ragione, meno ai fessi: il dilettantismo degli homines novi e il disfacimento personalistico dei vecchi, cari  arnesi della politica parlamentare. Non c’è trasformismo che possa mai funzionare senza mediazione, idee, scelte di tempi, duttilità estrema e sottigliezza. Così tutto è precipitato verso il calderone moral-parolaio del momento. Che schifo. Che tranello. Che orrore che mi fanno. Draghi resta con noi! E il superbo “sordomuti per Draghi” (copyright Andrea Marcenaro), e tante altre inutili bellurie su balneari, inceneritori e balle varie.

  La fiducia dei partiti in conflitto, naturale e legittimo, non poteva più esserci, non è questione di quanto è scemo Toninelli o di quanto è irresponsabile Conte o infido Salvini o traditore del liberalismo Berlusconi. E dal trasformismo non si esce mai con ordine, il disordine è la condizione per la sua prosecuzione in altre forme. Il risultato non è cataclismatico, stavolta. Si vota con qualche mese d’anticipo. Con un governo caretaker indebolito molto ma entro certi limiti ancora rassicurante. Tutto è cambiato, e il governo Draghi, con undici ministri del Bisconte al suo interno, ha certificato per il meglio questo finale cambiamento. Gli arrembanti populismi sono ridimensionati, gli euro-odiatori pure, la tentazione del centrodestra rampante di tornare al punto di prima dovrebbe essere scongiurata, i putiniani sono come il prezzemolo dal Cinquecento almeno (Virtù prenderà l’armi e fia il combatter corto, insomma), ma Meloni per adesso si è messa le stellette dell’esercito polacco. Attenzione a non risultare malinconici e loffi, a tenere testa alle disillusioni da bar, a non dare per certa la rotta verso una nuova forma repubblicana segnata dall’assalto della destra, a fare tesoro della lezione della mancata elezione di Draghi al Quirinale. La prossima volta cercate di essere meno sprovveduti.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.