(foto di Ansa)

Fico l'esaminatore

 La Camera non trova 30 funzionari su 5.000 candidati. Storia di un concorso farsesco

Salvatore Merlo

La commissione presieduta dal grillino Roberto Fico, vincolata al mutismo dal bizzarro regolamento che aveva ideato, boccia a tutto spiano. Uno dei professori racconta: "Facevo le domande e se non venivano capite non potevo intervenire"

Ora ci si deve proprio immaginare Roberto Fico, uno che fu selezionato da Grillo e Casaleggio con i metodi bizzarri e sempliciotti che tutti conosciamo, che diventa presidente di una commissione d’esame per assumere trenta consiglieri parlamentari alla Camera dei deputati. Gente laureata col massimo dei voti. Con dottorati di ricerca. Studi in diritto. Pubblicazioni. Quel genere di funzionari che impedisce, di solito, a una classe dirigente di semi- analfabeti di fare stupidaggini nel processo legislativo. E bisogna proprio immaginarselo dunque Fico, quello che nel 2012 diventava deputato attraverso il ben noto meccanismo dell’autopresentazione (“Ciao a tutti, mi chiamo Roberto e vengo da Napoli”) che ispira il regolamento di un concorso di così alto livello. E pretende rigore. Severità. La certezza che nessuno imbrogli. In pratica detta le regole al segretario generale della Camera Fabrizio Castaldi perché ovviamente, indossata la grisaglia, Fico, come d’altra parte Paola Taverna, Fofò Bonafede o Vito Crimi, ormai crede di essere lui stesso Oxford o la Normale di Pisa.

 

Ecco. Così, al termine di un concorso  durato quasi un anno, iniziato a gennaio del 2020 e terminato a settembre del 2021, dopo prove preselettive, centinaia di quiz, cinque temi, prove in lingua straniera ed esami orali, ecco che a Montecitorio non sono stati in grado di trovare trenta persone capaci di lavorare come funzionari della Camera dei deputati. Su cinquemila partecipanti. Cinquemila! La cosa ha degli aspetti che definire grotteschi sarebbe eufemistico. I candidati sopravvissuti alla megaselezione degli scritti sono stati infatti falcidiati agli orali. Il contrario di quello che succede di solito. Esami orali che Fico, neo professore, aveva così congegnato, innovando la metodologia concorsualistica mondiale: divieto assoluto per i membri della commissione d’esame di interloquire con i candidati.

 

Insomma fatta una domanda, Fico e i commissari interni della Camera vietavano anche ai sei professori universitari venuti ad aiutarli nelle selezioni di fare controdomande o di correggere il candidato. “In pratica sapete che succedeva?”, ci dice uno di questi professori. “Succedeva che io facevo la domanda, anzi la leggevo perché erano estratte a sorte, e il candidato magari non la capiva. Partiva per la tangente. Se ne andava immediatamente da solo al pascolo verso luoghi remoti del diritto. Senza che io né nessun altro potessimo fermarlo o precisare cosa gli avessimo chiesto. Semplicemente assurdo”. Ecco. Di quei trentatré su 5.000 arrivati agli orali, in quattordici sono stati bocciati così.

 

Dopo aver sostenuto dei singolarissimi soliloqui nel silenzio di una commissione vincolata al mutismo. Il meccanismo “fichiano”, per così dire, era in sostanza l’applicazione della Spazzacorrotti alla commissione d’esame: estrazione a sorte delle domande scritte in foglietti collocati in un’urna, lettura della domanda, e conseguente attesa per il monologo del candidato. Qualcuno sostiene che tutto questo sia stato fatto apposta per poter bandire (come infatti sarà) un nuovo concorso e fare entrare dei raccomandati che non avevano superato gli scritti. E che le fisime di Fico, ignaro e fessacchiotto, siano insomma servite a coprire una manovra degli alti funzionari della Camera. Ma per la verità questa vicenda sembra un apologo, l’ennesimo, su quel potere belluino che dal 2018 in poi ha tentato di instaurare in Italia un regime di populisti e cretinocrati. Adesso sono tutti impegnati in un improbabile tentativo di spopulizzarsi. Prima si sono messi la cravatta. Ora applicano agli altri quel rigore che nessuno ha mai applicato a loro. Fanno i professori. Ma  non  funziona. Se a una mucca dai da bere del cacao non è che mungerai cioccolata. 

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.