Verso i referendum

Il Pd è per il no, ma i sindaci si “impuntano” sulla Severino. Parla Matteo Ricci

Marianna Rizzini

"Un minuto dopo la consultazione referendaria dobbiamo impegnarci a ritirare fuori la proposta di legge Parrini-Giorgis", dice il sindaco di Pesaro

La linea Pd sui referendum e la condizione di chi governa sul territorio: per chi è sul campo, la legge Severino andrebbe cambiata. E i sindaci e gli amministratori non lo dicono da oggi. Già due mesi fa, infatti, l’Anci, anche contro il segretario Pd Enrico Letta, si era espressa sulla legge che prevede una sospensione di diciotto mesi dal mandato amministrativo anche in assenza di condanna definitiva e per reati minori o dal profilo ambiguo come l’abuso d’ufficio. Diceva infatti allora Antonio Decaro, presidente Anci: “La stragrande maggioranza di queste sospensioni decade alla loro scadenza e l’unica conseguenza che ne deriva è un grave danno per la vita della comunità che rimane senza guida, e per la figura del sindaco, la cui vita politica e personale viene inevitabilmente segnata”. Per questo, diceva allora Decaro, “sentiamo l’esigenza, al di là di quale sarà l’esito del referendum ammesso dalla Corte costituzionale e al di là delle legittime posizioni assunte dalle forze politiche, di tornare a ribadire come Anci la necessità che la legge Severino venga modificata”.

 

Ora che i referendum incombono (12 giugno), e che la linea del Pd è “no” ma con “libertà per i singoli”, c’è chi ha fatto sapere che voterà sì ad alcuni quesiti, anche a quello sulla carcerazione preventiva. All’ultima direzione Pd, Letta ha proposto intanto “un orientamento di fondo”: “Il Pd non è una caserma”, ha detto. Che ne dice invece il sindaco di Pesaro Matteo Ricci, coordinatore dei sindaci pd, che “per disciplina di partito” si atterrà alla linea, ma che si aspetta che il partito tenga conto “del grande disagio a livello di amministrazioni locali”?

Abbiamo apprezzato il fatto che Letta abbia promesso di muoversi nell’immediato futuro verso una modifica della Severino per i reati minori”, dice Ricci, “anche se ci aspettavamo che il ddl sul tema, già depositato dal Pd – a prime firme Parrini e Giorgis – venisse approvato prima del referendum. Le altre forze politiche non erano d’accordo sul nostro testo, evidentemente, anche se a parole dicevano il contrario. Si finiva infatti sempre sul: ‘Eh, ma c’è il referendum’”. Per Ricci questa è “una grande ipocrisia: si sa che il referendum, con altissima probabilità, non raggiungerà il quorum, dopo che i quesiti su cannabis e fine vita sono stati bocciati dalla Corte Costituzionale”.

Alcuni sindaci del Pd si sono espressi chiaramente per il sì, però. “E’ allucinante”, dice Ricci, “che gli amministratori locali rischino ogni giorno di essere portati in tribunale, soltanto votando o firmando atti, e che poi, nel novanta per cento dei casi, vengano assolti in appello. E’ un’ingiustizia vera che va contro lo stato di diritto, e che lascia sul campo carriere interrotte e comuni commissariati”. A Letta, dice Ricci, “i sindaci hanno proposto un patto: un minuto dopo i referendum del 12 giugno il Pd si deve impegnare a ritirare fuori la proposta di legge per la modifica della Severino”. Lo farà, Letta? “Penso di sì, penso che il Pd darà una spinta forte in questo senso”.

Il punto chiave attorno a cui è stata costruita la linea era la questione “reati di mafia”, cioè il mantenimento della legge per i reati di mafia. Ma per i reati minori, ripete Ricci, la legge va modificata. Altro dubbio che serpeggia nel Pd: che la vittoria dei sì possa aprire più problemi di quanti ne possa risolvere. Ma gli amministratori locali si appellano al pragmatismo, come ha fatto notare più volte il sindaco di Bergamo Giorgio Gori — che su Twitter, qualche giorno fa, ha chiarito la sua posizione: “Io ribadisco i miei tre ‘sì’: separazione delle carriere, custodia cautelare e legge Severino. Per affermare il valore della presunzione di innocenza e dei diritti della difesa”.

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  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.